Il mio silenzio è stato troppo lungo ed anche un po' vergognoso. Ma penso di avere alcune attenuanti, tra cui un lavoro che ultimamente non mi ha dato tregua e mi ha sballottato in giro per il globo oltre ogni umana immaginazione. Cosa sarebbe questo lavoro se non fosse così maledettamente interessante! Va bene, comunque eccomi ancora qua, e stavolta non per rimanerci per una frazione di secondo, o all'incirca (seriamente, stavolta dovrei farcela a rimanere in circolazione per qualche mese, complice qualche affanno del sistema economico globale).
Che dire per riprendere i contatti? Mah, che come al solito la navigazione nella blogosfera mi ha portato ai blog di sempre (quelli che se posso li leggo anche in Indonesia o in Madagascar). Qualcuno in inglese, qualcuno in francese o spagnolo, qualcuno in italiano. Avendo frequentemente tempi molto ristretti, devo per forza selezionare. Quindi solo il meglio del meglio, per capirsi: i Norman Geras, i Christopher Hitchens, i Rob, e gli altri elencati sulla destra (ma è un elenco da rifare almeno in parte, qualche aggiunta soprattutto). Rob in particolare ha scritto (in italiano) cose memorabili sulla rovinosa caduta di Veltroni dopo i brillanti esordi. In inglese si è occupato anche della riformetta della Gelmini con un paio di post che condivido totalmente. L'argomento mi sta particolarmente a cuore, evidentemente, dal sistema formativo dipende il nostro futuro. Questa banale constatazione, però, non sembra condivisa dalla nostra classe politica, nessuno escluso, sia chiaro, anche se la sinistra fa finta di interessarsene per catturare qualche improbabile consenso.
Per oggi, direi, è tutto. A risentirci.
Un blog mi costringe ad annotare qualche pensiero, che altrimenti andrebbe disperso. Il nick "Walt" vale Walt Whitman, vale a dire l'autore della raccolta di poesie alla quale il nome del blog si richiama.
Visualizzazione post con etichetta Politica italiana. Mostra tutti i post
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04 novembre 2008
06 dicembre 2007
Scenari futuribili
La legge che Berlusconi e Veltroni cercheranno di far passare avrà almeno due punti fermi. Primo: una soglia di sbarramento alta, che cancelli o ridimensioni la rappresentanza parlamentare dei partiti più piccoli. Secondo: piena libertà, per i partiti che riusciranno a entrare in Parlamento, di decidere le alleanze dopo il voto.
Lo scrive Luca Ricolfi (su La Stampa di ieri) e mi sembra che abbia perfettamente ragione. Segue una lucida analisi degli scenari che potranno determinarsi a questo punto. Che sono essenzialmente tre. Il primo è che al centro nasca “una piccola Dc”, ossia una formazione di matrice cattolica abbastanza forte da risultare indispensabile sia per una maggioranza di centro-destra sia per una di centro-sinistra”. Ebbene, secondo Ricolfi, “il risultato non sarebbe molto brillante”. Perché il “potere ricattatorio” di quel partito avrebbe partita vinta. Penso che non si possa non essere d’accordo, o almeno io sono dello stesso parere.
Il secondo scenario è che “la piccola Dc” sia effettivamente piccola. In tal caso, osserva Ricolfi, non ci dovrebbero essere problemi. Qui non sarei molto d’accordo: l’esperienza del passato mi ha insegnato qualcosa …
Il terzo scenario è il più improbabile:
L’iniziativa di occupare il centro del sistema politico potrebbe essere assunta - anziché dalle forze del mondo cattolico, da sempre parte integrante del «partito della spesa» - dalle minoranze riformiste e liberali presenti sia nei partiti sia al di fuori di essi. Penso a uomini politici come Daniele Capezzone, Bruno Tabacci, Giorgio La Malfa, Nicola Rossi. O a membri della classe dirigente come Luca Cordero di Montezemolo, Mario Monti, Mario Draghi. In questo caso quel che nascerebbe al centro del sistema politico non sarebbe una piccola Dc, ma un medio partito liberal-democratico. Non il partito dei dipendenti pubblici e delle clientele, ma il partito della modernizzazione e del merito. Anche in questo caso rischieremmo di consegnare troppo potere a un partito ago della bilancia, ma il rischio - forse - sarebbe compensato dalla sua vocazione riformatrice e liberale.
In questo caso, molto improbabile appunto, secondo Ricolfi le cose andrebbero molto meglio. E qui sono di nuovo d’accordo. Mi sembra che il professore abbia dato un ottimo contributo al fine di rendere un po’ più chiare le cose ai non addetti ai lavori. Mi sembrava doveroso segnalarlo. Un po’ meno interessante, invece, è stato il contributo di Giovanni Sartori sul Corsera di ieri, anche se il suo disgusto per i “nanetti” (i partitini) lo condivido tutto.
22 novembre 2007
Come in Germania
Solo un rapido aggiornamento sulla questione del momento, cioe' la "svolta" di Silvio Berlusconi, che e' capitata tra un continente e l'altro per il sottoscritto ... Non ho potuto scandagliare la rete a fondo, ma solo leggere un po' i giornali. Il punto mi sembra che sia stato fatto in due post nei quali mi riconosco come impostazione e scelta delle fonti. La mia valutazione complessiva e' che un grande passo in avanti sia stato fatto, e che ovviamente e come al solito ci sia un mucchio di gente che o fa finta di non capire o proprio non capisce. Eppure la questione non mi sembra particolarmente complicata. Una premessa doverosa, però, la devo fare: sono sempre stato un fautore del sistema elettorale tedesco.
07 ottobre 2007
Politica italiana (vista da lontano)
Essendo uno che la maggior parte del tempo viaggia all’estero per lavoro, forse la mia idea della politica italiana è un po’ distorta, non so, ma a me sembra un misto di commedia dell’arte, cabaret e teatro dell’assurdo. E quando leggo certe dichiarazioni ho un attimo di trasalimento. Oggi, ad esempio, ho raccolto due perle del ministro dell'Economia Padoa-Schioppa (intervista alla trasmissione tv "In mezz'ora" su Rai 3, ripresa dal Messaggero).
Prima perla. «Le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili quali istruzione, sicurezza, ambiente e salute».
Ora, che le tasse siano un modo civile, ecc., ecc. non c’è dubbio. Ma che siano anche una cosa bellissima, francamente, mi sembra il discorso che potrebbe fare uno che, con rispetto parlando, ha subito un incidente riportando un forte trauma cranico ...
Seconda perla. «Ci può essere insoddisfazione sulla qualità dei servizi che si ricevono in cambio ma non un'opposizione di principio sul fatto che le tasse esistono e che si debbano pagare».
Bene, esiste qualcuno, da qualche parte, che si oppone per principio al fatto che le tasse esistono e che si debbano pagare. Non lo sapevo, ma ne prendo atto. Quel che mi lascia perplesso è che un ministro dell’Economia abbia il tempo e, come dire, l’estro di ricordargli che no, non si può mica ragionare così, che è sbagliato. No, qualcosa non mi quadra. Forse sono stato troppo in giro. Tra due giorni, comunque, parto per l’Australia, e ci starò un paio di mesi.
Prima perla. «Le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili quali istruzione, sicurezza, ambiente e salute».
Ora, che le tasse siano un modo civile, ecc., ecc. non c’è dubbio. Ma che siano anche una cosa bellissima, francamente, mi sembra il discorso che potrebbe fare uno che, con rispetto parlando, ha subito un incidente riportando un forte trauma cranico ...
Seconda perla. «Ci può essere insoddisfazione sulla qualità dei servizi che si ricevono in cambio ma non un'opposizione di principio sul fatto che le tasse esistono e che si debbano pagare».
Bene, esiste qualcuno, da qualche parte, che si oppone per principio al fatto che le tasse esistono e che si debbano pagare. Non lo sapevo, ma ne prendo atto. Quel che mi lascia perplesso è che un ministro dell’Economia abbia il tempo e, come dire, l’estro di ricordargli che no, non si può mica ragionare così, che è sbagliato. No, qualcosa non mi quadra. Forse sono stato troppo in giro. Tra due giorni, comunque, parto per l’Australia, e ci starò un paio di mesi.
24 settembre 2007
Avvenire scopre Grillo
L’impopolarità bipartisan della nostra classe politica, da cui scaturisce il fenomeno Grillo, non apparirebbe tanto maiuscola se l’Italia non fosse così clamorosamente migliore di chi la rappresenta.
Questa frase non la si legge sul blog di un fedelissimo seguace di Beppe Grillo, bensì sul quotidiano dei vescovi italiani. A me sembra un tantino esagerata: io avrei qualche dubbio al riguardo. Ma il resto dell'editoriale mi sembra che centri piuttiosto bene il nocciolo della questione. Del resto mi ero già espresso in proposito, condividendo questo tipo di analisi (qui ulteriormente approfondita e ampliata). Ad esempio mi sembrano molto interessanti e condivisibili queste considerazioni:
Il comico-tribuno è il catalizzatore di un pensiero fortemente critico nei confronti del sistema politico e questo orientamento preesisteva al V-Day. Grillo, grande animale da palcoscenico, l’ha fiutato, braccato, azzannato. Enfatizzato. La vera sorpresa di questi giorni - purtroppo, tardano ad avvedersene proprio i politici - è che i trecentomila e più che applaudono Grillo e i moltissimi cittadini che, pur non amando il comico, condividono la stessa inquietudine di fondo, sono i veri protagonisti di una commedia il cui finale è tutt’altro che scritto.Questo movimento d’opinione, infatti, non assomiglia tanto all’Uomo qualunque perché richiama piuttosto altri fenomeni tipici della stagnazione. L’odierna speranza degli italiani, diffusa quanto giustificatamente impaziente, che la politica abbia un sussulto assomiglia piuttosto a quella che proruppe nel primo referendum Segni. Oggi come allora, e dopo tante attese deluse, la sfiducia nella classe politica è alta, le invettive dei guitti altisonanti e la sordità del Palazzo preoccupante.
Questa frase non la si legge sul blog di un fedelissimo seguace di Beppe Grillo, bensì sul quotidiano dei vescovi italiani. A me sembra un tantino esagerata: io avrei qualche dubbio al riguardo. Ma il resto dell'editoriale mi sembra che centri piuttiosto bene il nocciolo della questione. Del resto mi ero già espresso in proposito, condividendo questo tipo di analisi (qui ulteriormente approfondita e ampliata). Ad esempio mi sembrano molto interessanti e condivisibili queste considerazioni:
Il comico-tribuno è il catalizzatore di un pensiero fortemente critico nei confronti del sistema politico e questo orientamento preesisteva al V-Day. Grillo, grande animale da palcoscenico, l’ha fiutato, braccato, azzannato. Enfatizzato. La vera sorpresa di questi giorni - purtroppo, tardano ad avvedersene proprio i politici - è che i trecentomila e più che applaudono Grillo e i moltissimi cittadini che, pur non amando il comico, condividono la stessa inquietudine di fondo, sono i veri protagonisti di una commedia il cui finale è tutt’altro che scritto.Questo movimento d’opinione, infatti, non assomiglia tanto all’Uomo qualunque perché richiama piuttosto altri fenomeni tipici della stagnazione. L’odierna speranza degli italiani, diffusa quanto giustificatamente impaziente, che la politica abbia un sussulto assomiglia piuttosto a quella che proruppe nel primo referendum Segni. Oggi come allora, e dopo tante attese deluse, la sfiducia nella classe politica è alta, le invettive dei guitti altisonanti e la sordità del Palazzo preoccupante.
13 settembre 2007
E quanto all'antipolitica ...
Per quanto riguarda, invece, l’antipolitica, il Grillo-pensiero, ecc., su wrh c’è di che farsi un’idea (che condivido). E con questo posso finalmente dire che sono tornato per qualche settimana. A risentirci.
17 luglio 2007
Salvare il bipolarismo
Angelo Panebianco si domanda, sul Corriere della Sera di oggi, se sia possibile “salvare il bipolarismo, ossia l'alternanza fra schieramenti contrapposti e, contemporaneamente, «scaricare» in modo permanente l'estrema sinistra, escluderla in via definitiva dalle coalizioni che competono per il governo”. Egli precisa che la questione “non è una fissazione da politologi” (spiegando molto bene perché), ed ha perfettamente ragione. Però, il bipolarismo a cui pensa lui (e che va salvato) non assomiglia per niente a quello che abbiamo in Italia. In ogni caso, nel frattempo, forse non resta che confidare nel referendum. Un editoriale da leggere e meditare. Ovviamente lo condivido completamente.
07 marzo 2007
La questione socialista
Riprendo con un paio di giorni di ritardo la “questione socialista” (convegno di Bertinoro) di cui si è occupato Roberto su WRH con questo post. Poiché condivido pienamente la sua impostazione avrei ben poco da aggiungere, ma ieri, sul Foglio, Antonio Polito ha scritto un articolo sullo stesso argomento che mi sembra degno di attenzione. Lo riproduco per intero qui sotto. La conclusione è significativa: "Sarebbe un paradossale epilogo: perdere il riformismo per risuscitare il socialismo".
La proliferazione di partiti nel centrosinistra prosegue imperterrita. Ultimi arrivati i neo-soc, da pronunciare alla bolognese, detti anche rifondaroli socialisti. Vanno di fretta e hanno ragione. Tra il 22 aprile e il 6 maggio si colloca la data di scadenza del socialismo d’antan in Europa. Un eventuale flop della signora in rosso e del suo contorno di “elefanti” del vecchio Ps francese, a vantaggio del nuovo centro non-partisan di Bayrou o della nuova destra pro-Usa di Sarkozy, sarebbe un colpo alquanto letale per chi vuole far rivivere in Italia l’onorato nome socialista sotto spoglie necessariamente mentite. Un po’ elefanti, in fin dei conti, sono anche loro, quelli di Bertinoro. Intendiamoci, ogni volta che giurano che stavolta faranno la pace e stavolta passeranno sopra alle loro gelosie e stavolta si metteranno insieme, è sempre un bell’amarcord: ti viene perfino voglia di crederci, stavolta. Ma indipendentemente dalla loro buona fede, che è certa, e dall’affetto che quasi tutti si meritano, è qualcos’altro che non torna. Rileggo i nomi degli aspiranti neo-soc: De Michelis, Boselli, Formica; Turci, Caldarola, Macaluso. Lanciano ponti a Mussi e Salvi e dichiarano che, come loro, si opporranno perinde ac cadaver all’incontro tra gli ex comunisti e gli ex dc che si annuncia nel Partito democratico. Oibò. Ma i primi tre con i democristiani hanno lungamente coabitato negli stessi governi, e i secondi tre con i comunisti hanno lungamente convissuto nello stesso partito. Per Formica era più facile prendere un caffè con De Mita e per Macaluso più piacevole andare a pranzo con Cossutta, che frequentare oggi Rutelli e Fassino? Dicono che il problema è la laicità. Che il futuro Partito democratico sarà troppo compromesso con la questione cattolica. Oibò. Lo dicono i nipotini di Togliatti e dell’articolo 7 della Costituzione? Lo dicono gli eredi di Craxi e del nuovo Concordato? Lo dicono all’Ulivo, che per pronunciare timidamente un Dico, Direi o Dixit che dir si voglia, per poco non si rompeva l’osso del collo e perdeva il governo? Il laicismo come malattia senile del socialismo? Aggiungono che il problema è l’Idea Socialista che non muore. Immaginiamo che non si riferiscano alla moglie di Cuccia, ahinoi defunta. Alludono allora al socialismo, alla socializzazione dei mezzi di produzione, alla questione sociale, a tutte le idee del ’900 che cominciano con la radice “social” e che la nuova economia del Duemila ha sepolto con la vanga del “liberal”? Chissà perché, non ce lo vedo De Michelis discutere di liberalizzazioni o di legge Biagi con Salvi. E, se è per questo, neanche Caldarola dibattere di Israele con Mussi. Ma il nome, dicono, il nome conta. Non si chiamano forse socialisti tutti i partiti di sinistra in Europa? Beh, fino a un certo punto. Intanto quelli di maggior successo si chiamano socialdemocratici o laburisti, e i due più grandi hanno anche provato a cambiar nome, il New Labour di Blair e il Neue Mitte di Schröder, pur di trasformarsi in centrosinistra e non fare la fine di Jospin. Qualcun’altro ha perso il governo, come in Svezia o in Olanda, per non averlo saputo fare. Tutti hanno perso la fiducia socialista nel tax and spending, e si sono affidati alla mano visibilmente liberale del mercato, compreso l’amato Zapatero. Il teorico della Terza Via, Tony Giddens, scrive per questo che “il socialismo è morto”: ma non intendo continuare nella metafora funeraria, almeno non prima di vedere come va a Ségolène. E poi, nomina sunt o non sunt consequentia rerum? Tutti questi partiti europei del loro nome si occupano poco perché la loro cosa veleggia tra il 25 e il 35 per cento dell’elettorato, tra le dieci e le venti volte più di quanto possono realisticamente sperare di ottenere, sempre che lo sbarramento sia generoso, i rifondaroli socialisti italiani. Il loro apporto alla rinascita dell’Idea in Europa tenderà a essere, nella migliore delle ipotesi, un po’ labile. A meno che. In effetti un nucleo di pulsioni che il ’900 avrebbe definito “socialiste” da noi resiste. C’è ancora gente in Italia che continua a credere nel riscatto del proletariato e nel conflitto sociale, nell’alta tassazione e nella redistribuzione, nell’azione collettiva e nello sciopero politico, nella piazza e nel movimento, nel pacifismo e nel terzomondismo, e che considera l’economia liberale nemica giurata del progresso dell’umanità. Anche loro sono al momento impegnati in una Rifondazione, ma non è detto che un giorno non possano cambiare l’aggettivo che la qualifica. Finirà così, da Bertinoro a Bertinotti? Il Fausto è furbo e, tutto sommato, viene anche lui dal socialismo (del Psiup). Sarebbe un paradossale epilogo: perdere il riformismo per risuscitare il socialismo.
La proliferazione di partiti nel centrosinistra prosegue imperterrita. Ultimi arrivati i neo-soc, da pronunciare alla bolognese, detti anche rifondaroli socialisti. Vanno di fretta e hanno ragione. Tra il 22 aprile e il 6 maggio si colloca la data di scadenza del socialismo d’antan in Europa. Un eventuale flop della signora in rosso e del suo contorno di “elefanti” del vecchio Ps francese, a vantaggio del nuovo centro non-partisan di Bayrou o della nuova destra pro-Usa di Sarkozy, sarebbe un colpo alquanto letale per chi vuole far rivivere in Italia l’onorato nome socialista sotto spoglie necessariamente mentite. Un po’ elefanti, in fin dei conti, sono anche loro, quelli di Bertinoro. Intendiamoci, ogni volta che giurano che stavolta faranno la pace e stavolta passeranno sopra alle loro gelosie e stavolta si metteranno insieme, è sempre un bell’amarcord: ti viene perfino voglia di crederci, stavolta. Ma indipendentemente dalla loro buona fede, che è certa, e dall’affetto che quasi tutti si meritano, è qualcos’altro che non torna. Rileggo i nomi degli aspiranti neo-soc: De Michelis, Boselli, Formica; Turci, Caldarola, Macaluso. Lanciano ponti a Mussi e Salvi e dichiarano che, come loro, si opporranno perinde ac cadaver all’incontro tra gli ex comunisti e gli ex dc che si annuncia nel Partito democratico. Oibò. Ma i primi tre con i democristiani hanno lungamente coabitato negli stessi governi, e i secondi tre con i comunisti hanno lungamente convissuto nello stesso partito. Per Formica era più facile prendere un caffè con De Mita e per Macaluso più piacevole andare a pranzo con Cossutta, che frequentare oggi Rutelli e Fassino? Dicono che il problema è la laicità. Che il futuro Partito democratico sarà troppo compromesso con la questione cattolica. Oibò. Lo dicono i nipotini di Togliatti e dell’articolo 7 della Costituzione? Lo dicono gli eredi di Craxi e del nuovo Concordato? Lo dicono all’Ulivo, che per pronunciare timidamente un Dico, Direi o Dixit che dir si voglia, per poco non si rompeva l’osso del collo e perdeva il governo? Il laicismo come malattia senile del socialismo? Aggiungono che il problema è l’Idea Socialista che non muore. Immaginiamo che non si riferiscano alla moglie di Cuccia, ahinoi defunta. Alludono allora al socialismo, alla socializzazione dei mezzi di produzione, alla questione sociale, a tutte le idee del ’900 che cominciano con la radice “social” e che la nuova economia del Duemila ha sepolto con la vanga del “liberal”? Chissà perché, non ce lo vedo De Michelis discutere di liberalizzazioni o di legge Biagi con Salvi. E, se è per questo, neanche Caldarola dibattere di Israele con Mussi. Ma il nome, dicono, il nome conta. Non si chiamano forse socialisti tutti i partiti di sinistra in Europa? Beh, fino a un certo punto. Intanto quelli di maggior successo si chiamano socialdemocratici o laburisti, e i due più grandi hanno anche provato a cambiar nome, il New Labour di Blair e il Neue Mitte di Schröder, pur di trasformarsi in centrosinistra e non fare la fine di Jospin. Qualcun’altro ha perso il governo, come in Svezia o in Olanda, per non averlo saputo fare. Tutti hanno perso la fiducia socialista nel tax and spending, e si sono affidati alla mano visibilmente liberale del mercato, compreso l’amato Zapatero. Il teorico della Terza Via, Tony Giddens, scrive per questo che “il socialismo è morto”: ma non intendo continuare nella metafora funeraria, almeno non prima di vedere come va a Ségolène. E poi, nomina sunt o non sunt consequentia rerum? Tutti questi partiti europei del loro nome si occupano poco perché la loro cosa veleggia tra il 25 e il 35 per cento dell’elettorato, tra le dieci e le venti volte più di quanto possono realisticamente sperare di ottenere, sempre che lo sbarramento sia generoso, i rifondaroli socialisti italiani. Il loro apporto alla rinascita dell’Idea in Europa tenderà a essere, nella migliore delle ipotesi, un po’ labile. A meno che. In effetti un nucleo di pulsioni che il ’900 avrebbe definito “socialiste” da noi resiste. C’è ancora gente in Italia che continua a credere nel riscatto del proletariato e nel conflitto sociale, nell’alta tassazione e nella redistribuzione, nell’azione collettiva e nello sciopero politico, nella piazza e nel movimento, nel pacifismo e nel terzomondismo, e che considera l’economia liberale nemica giurata del progresso dell’umanità. Anche loro sono al momento impegnati in una Rifondazione, ma non è detto che un giorno non possano cambiare l’aggettivo che la qualifica. Finirà così, da Bertinoro a Bertinotti? Il Fausto è furbo e, tutto sommato, viene anche lui dal socialismo (del Psiup). Sarebbe un paradossale epilogo: perdere il riformismo per risuscitare il socialismo.
24 febbraio 2007
Il ritorno
Ennesima figuraccia. Ennesima presa in giro. Non c'è argine alla crisi di credibilità della politica italiana. Napolitano, forse, non poteva fare altro di fronte alla tenacia con la quale una maggioranza inesistente pretende di rimanere in sella. Ma adesso andare a spiegare in giro per il mondo perché il governo è andato in crisi, e perché ora non lo è più, cioè che cosa è cambiato nel frattempo, non sarà un'impresa facile. Attualmente sono in Canada, e le persone con cui ho a che fare mi fanno qualche domanda. Non perché muoiano dalla voglia di capire quel che succede in Italia (sono abituati a non capirci nulla e ci hanno messo una croce sopra), quanto perché mi considerano una persona normale che forse può chiarirgli le idee su un Paese che bene o male ha un suo peso. Penso che mi inventerò qualcosa come la teoria del grande palcoscenico che un amico lontano che non difetta del necessario sense of humour ha elaborato per farsi una ragione delle cose italiche. Ma non so se opterò, a titolo di esempio, per Cavalleria Rusticana, La Traviata o Pagliacci ...
06 novembre 2006
Aspettando il referendum
Il costituzionalista Giovanni Guzzetta ha messo a punto alcuni ingegnosi quesiti referendari che, in caso di vittoria dei «sì», cambierebbero radicalmente il nostro sistema elettorale. Come osserva Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, ne verrà fuori un terremoto politico:
Spostando il premio di maggioranza, come prevede uno dei quesiti referendari, dalla coalizione al singolo partito la riforma darà un colpo all'attuale, esasperatissima, frammentazione partitica, obbligherà le forze, a destra come a sinistra, ad unirsi, ad aggregarsi. Con le nuove regole, chi darà vita a una grande formazione politica avrà più probabilità di conquistare il premio di maggioranza e vincere le elezioni. Il che innescherà, verosimilmente, a destra e a sinistra, una corsa all'aggregazione. Tale riforma favorirebbe, probabilmente, la nascita del Partito democratico (a sinistra) e del partito unico dei moderati (a destra). E darebbe più stabilità e compattezza ai governi.
In primavera inizierà la raccolta delle firme. Io mi preparo a firmare.
Spostando il premio di maggioranza, come prevede uno dei quesiti referendari, dalla coalizione al singolo partito la riforma darà un colpo all'attuale, esasperatissima, frammentazione partitica, obbligherà le forze, a destra come a sinistra, ad unirsi, ad aggregarsi. Con le nuove regole, chi darà vita a una grande formazione politica avrà più probabilità di conquistare il premio di maggioranza e vincere le elezioni. Il che innescherà, verosimilmente, a destra e a sinistra, una corsa all'aggregazione. Tale riforma favorirebbe, probabilmente, la nascita del Partito democratico (a sinistra) e del partito unico dei moderati (a destra). E darebbe più stabilità e compattezza ai governi.
In primavera inizierà la raccolta delle firme. Io mi preparo a firmare.
22 ottobre 2006
A proposito di complotti
Sergio Romano, editoriale del Corriere di oggi (nessuno si meravigli se queste parole suonano un pochino banali, ci si preoccupi piuttosto di ciò che le ha provocate):
Non credo vi sia stato un altro momento politico, dopo Tangentopoli, in cui i sentimenti di stima e fiducia della società per il vertice del Paese, soprattutto politico ma anche economico, abbiano toccato un punto così basso. (...) Le teorie del complotto rischiano di offuscare i termini del problema. La minaccia che incombe sul governo Prodi non viene, in ultima analisi, da una congiura trasversale dei suoi nemici. Il malessere nasce all’interno della coalizione e contagia il Paese. Il presidente del Consiglio ha un alto concetto di sé, si è fissato una rotta ed è convinto di poter tagliare il traguardo.
Ma non può ignorare che il suo governo è un coro di voci discordanti, che mai prima d’ora ministri e sottosegretari avevano dimostrato nei loro pubblici litigi un così scarso senso del pudore e che l’opinione pubblica attribuisce alle pressioni dell’estrema sinistra molte misure discutibili della Finanziaria. Anziché sospettare le intenzioni dei suoi nemici (non vi è governo che non ne abbia) Prodi dovrebbe interrogarsi sul malumore del Paese. Scoprirebbe che il «complotto » è il meno grave dei pericoli a cui deve far fronte.
Poi, in un'intervista a Repubblica, il premier si è pentito ("Nessun complotto"), ma intanto si è meritato questa bacchettata.
Non credo vi sia stato un altro momento politico, dopo Tangentopoli, in cui i sentimenti di stima e fiducia della società per il vertice del Paese, soprattutto politico ma anche economico, abbiano toccato un punto così basso. (...) Le teorie del complotto rischiano di offuscare i termini del problema. La minaccia che incombe sul governo Prodi non viene, in ultima analisi, da una congiura trasversale dei suoi nemici. Il malessere nasce all’interno della coalizione e contagia il Paese. Il presidente del Consiglio ha un alto concetto di sé, si è fissato una rotta ed è convinto di poter tagliare il traguardo.
Ma non può ignorare che il suo governo è un coro di voci discordanti, che mai prima d’ora ministri e sottosegretari avevano dimostrato nei loro pubblici litigi un così scarso senso del pudore e che l’opinione pubblica attribuisce alle pressioni dell’estrema sinistra molte misure discutibili della Finanziaria. Anziché sospettare le intenzioni dei suoi nemici (non vi è governo che non ne abbia) Prodi dovrebbe interrogarsi sul malumore del Paese. Scoprirebbe che il «complotto » è il meno grave dei pericoli a cui deve far fronte.
Poi, in un'intervista a Repubblica, il premier si è pentito ("Nessun complotto"), ma intanto si è meritato questa bacchettata.
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