Un blog mi costringe ad annotare qualche pensiero, che altrimenti andrebbe disperso. Il nick "Walt" vale Walt Whitman, vale a dire l'autore della raccolta di poesie alla quale il nome del blog si richiama.
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08 gennaio 2008
La vergogna (ci sono altre parole?)
Non oso pensare alle scuse che mi toccherà inventare quando sarò di nuovo in giro per il mondo (tra un paio di mesi, molto probabilmente) e dovrò rispondere a chi mi chiederà un commento o una spiegazione , con modalità oscillanti tra l'imbarazzo, la pietà e la crudeltà mentale, su quello che sta accadendo in Campania in questi giorni. Sapendo tra l'altro che quel certo riguardo con il quale nei paesi civili di solito vengo accolto non è generalmente riservato ai nostri lavoratori, emigrati senza grandi aziende internazionali alle spalle, lauree, master, ecc. Per loro, lo so, sarà, è, dura. E se sono napoletani o meridionali, e non "polentoni" come me, ... meglio essere trasparenti. Non so come me la caverò, dicevo, ma in patria, di certo, la verità ce la possiamo dire tranquillamente. Anche se a dirla, effettivamente, sono pochissimi. E non sulla "grande informazione", questo è sicuro. Per questo esistono i blog, direi. Questo, in particolare, e non perché sia di un amico, come effettivamente è. E' solo che penso sia stato detto quel che andava detto.
19 settembre 2007
Il socialismo è morto e sepolto?
Questo post doveva uscire una settimana fa, ma la cosa non è andata in porto. Rimedio adesso, tanto il tema non ha certo perso di attualità. C’è, però, un’altra premessa da fare: è vero che certi ragionamenti si possono fare solo scrivendo un corposo saggio politologico, perché le cose serie sono cose serie, e vanno trattate come si conviene, altrimenti è meglio lasciar perdere. Dunque un articolo di fondo, un editoriale, un’intervista (per non parlare di un post), non sarebbero i contenitori più opportuni, però dal momento che i giornali ci sono, e che devono pur scrivere qualcosa anche sui massimi sistemi, si può benissimo passar sopra certe distinzioni e accettare che il tema venga trattato alla buona. E allora ecco che l’editoriale di Renzo Foa sul Giornale di qualche giorno fa può essere utile. In fondo, poi, lui non ha fatto altro che riprendere e commentare liberamente il ragionamento di Rutelli, il quale, chiudendo la festa della Margherita e appellandosi all’autorità di Lord Antony Giddens, ha decretato che “il socialismo è morto e sepolto” e ha spiegato che la stessa parola socialismo non ha più senso nel XXI secolo. Comunque sia, penso valga la pena di leggere, senza pregiudizi ma anche senza fretta di tirare delle conclusioni. Io almeno mi sforzo.
Renzo Foa su Il Giornale del 10 settembre 2007:
Il merito di Anthony Giddens - il teorico del blairismo - è stato quello prima di avvisare, poi di motivare e infine di ripetere che la parola «socialismo» non ha più senso nel XXI secolo. Il merito di Francesco Rutelli è quello di aver letto le riflessioni dello studioso inglese, di averle capite e di saperle usare nella polemica politica. Lo ha fatto ancora ieri, per rafforzare il senso della sua visione del Partito democratico e per tenere acceso il dubbio sulla sua famiglia di appartenenza: una missione che non può significare l'ennesima piccola evoluzione della vecchia storia delle sinistre italiane ed europee, ma una vera e propria innovazione. Se sul terreno culturale la discussione sul ruolo e la funzione delle socialdemocrazie resta aperta, anche se quel che è successo per un verso a Londra e a Berlino e per un verso opposto a Parigi dovrebbe aiutare a chiarire se non ad archiviare il dibattito, sul piano più strettamente politico l'uscita del leader della Margherita ha un significato preciso, guarda alla collocazione internazionale del nuovo soggetto politico e cerca di indicare nuovi orizzonti al post-comunismo, al post-socialismo e al post-cattolicesimo democratico italiano. Direi che sia l'unica visione possibile, se non si vuole ripetere una storia di strappi incompiuti e di ambizioni frustrate, anche sul piano europeo, dove la «famiglia socialista» appare sempre più priva di capacità innovativa. E aggiungerei che è l'unica risposta sensata a chi ripropone, aggiornandola, come hanno fatto Giavazzi e Alesina, la vecchia formula secondo cui solo una forza che si colloca a sinistra è in grado di attuare politiche liberiste e liberalizzatrici. Ma scommetto che Rutelli non avrà troppi simpatizzanti fra i suoi compagni di avventura nel Pd, dove il richiamo al socialismo europeo, per quanto omesso nella sigla, resta un pilastro ideologico fondamentale. E paradossalmente lo resta per le ragioni tante volte esposte da Giddens: non avendo più un senso, non ha neppure un'identità se non nel richiamo ad una tradizione ottocentesca e novecentesca e, quindi, non comporta alcun impegno. È una scatola usa e getta che chiunque può riempire come vuole. Sono lontani i bei tempi dell'Internazionale socialista che diceva parole chiare, come quando parlavano il cancelliere Schmidt o il presidente Nyerere. Siamo nel secolo che si è lasciato alle spalle non solo il comunismo, ma anche le grandi battaglie per il Welfare. Oggi all'ordine del giorno dell'Europa e dell'Occidente c'è, semmai, la riforma del Welfare. E, su questi dilemmi, il socialismo o balbetta o si adegua alle ricette della Thatcher, di Aznar o della Merkel. Così come Nicolas Sarkozy, in questo 2007, sta diventando sempre più il modello da inseguire ed imitare.Rutelli ha quindi detto una verità. Di più, una banale verità. Oltretutto avvalorata quotidianamente da un dibattito politico in cui le leadership uliviste confermano giorno dopo giorno che del socialismo non resta nulla da utilizzare. Quando Veltroni pone il problema di abbassare la pressione fiscale, quando Domenici e Cofferati chiedono poteri di polizia, quando Amato invoca il modello Giuliani non fanno altro che dire addio al socialismo, anche a quello europeo, e impossessarsi di altre culture, altre storie, altre tradizioni. Ma guai a dare ragione a Giddens e a dire pubblicamente di voler sottrarre l'ultima utopia all'impresa di costruire un partito capace di essere semplicemente come si chiama, cioè democratico e distinto dai socialisti.
Renzo Foa su Il Giornale del 10 settembre 2007:
Il merito di Anthony Giddens - il teorico del blairismo - è stato quello prima di avvisare, poi di motivare e infine di ripetere che la parola «socialismo» non ha più senso nel XXI secolo. Il merito di Francesco Rutelli è quello di aver letto le riflessioni dello studioso inglese, di averle capite e di saperle usare nella polemica politica. Lo ha fatto ancora ieri, per rafforzare il senso della sua visione del Partito democratico e per tenere acceso il dubbio sulla sua famiglia di appartenenza: una missione che non può significare l'ennesima piccola evoluzione della vecchia storia delle sinistre italiane ed europee, ma una vera e propria innovazione. Se sul terreno culturale la discussione sul ruolo e la funzione delle socialdemocrazie resta aperta, anche se quel che è successo per un verso a Londra e a Berlino e per un verso opposto a Parigi dovrebbe aiutare a chiarire se non ad archiviare il dibattito, sul piano più strettamente politico l'uscita del leader della Margherita ha un significato preciso, guarda alla collocazione internazionale del nuovo soggetto politico e cerca di indicare nuovi orizzonti al post-comunismo, al post-socialismo e al post-cattolicesimo democratico italiano. Direi che sia l'unica visione possibile, se non si vuole ripetere una storia di strappi incompiuti e di ambizioni frustrate, anche sul piano europeo, dove la «famiglia socialista» appare sempre più priva di capacità innovativa. E aggiungerei che è l'unica risposta sensata a chi ripropone, aggiornandola, come hanno fatto Giavazzi e Alesina, la vecchia formula secondo cui solo una forza che si colloca a sinistra è in grado di attuare politiche liberiste e liberalizzatrici. Ma scommetto che Rutelli non avrà troppi simpatizzanti fra i suoi compagni di avventura nel Pd, dove il richiamo al socialismo europeo, per quanto omesso nella sigla, resta un pilastro ideologico fondamentale. E paradossalmente lo resta per le ragioni tante volte esposte da Giddens: non avendo più un senso, non ha neppure un'identità se non nel richiamo ad una tradizione ottocentesca e novecentesca e, quindi, non comporta alcun impegno. È una scatola usa e getta che chiunque può riempire come vuole. Sono lontani i bei tempi dell'Internazionale socialista che diceva parole chiare, come quando parlavano il cancelliere Schmidt o il presidente Nyerere. Siamo nel secolo che si è lasciato alle spalle non solo il comunismo, ma anche le grandi battaglie per il Welfare. Oggi all'ordine del giorno dell'Europa e dell'Occidente c'è, semmai, la riforma del Welfare. E, su questi dilemmi, il socialismo o balbetta o si adegua alle ricette della Thatcher, di Aznar o della Merkel. Così come Nicolas Sarkozy, in questo 2007, sta diventando sempre più il modello da inseguire ed imitare.Rutelli ha quindi detto una verità. Di più, una banale verità. Oltretutto avvalorata quotidianamente da un dibattito politico in cui le leadership uliviste confermano giorno dopo giorno che del socialismo non resta nulla da utilizzare. Quando Veltroni pone il problema di abbassare la pressione fiscale, quando Domenici e Cofferati chiedono poteri di polizia, quando Amato invoca il modello Giuliani non fanno altro che dire addio al socialismo, anche a quello europeo, e impossessarsi di altre culture, altre storie, altre tradizioni. Ma guai a dare ragione a Giddens e a dire pubblicamente di voler sottrarre l'ultima utopia all'impresa di costruire un partito capace di essere semplicemente come si chiama, cioè democratico e distinto dai socialisti.
13 settembre 2007
La sinistra americana
Il luogo comune che la sinistra americana sia qualcosa di incomparabile di fronte a quella, vecchia e sclerotica, del nostro paese. Qui un’ottima lettura.
07 marzo 2007
La questione socialista
Riprendo con un paio di giorni di ritardo la “questione socialista” (convegno di Bertinoro) di cui si è occupato Roberto su WRH con questo post. Poiché condivido pienamente la sua impostazione avrei ben poco da aggiungere, ma ieri, sul Foglio, Antonio Polito ha scritto un articolo sullo stesso argomento che mi sembra degno di attenzione. Lo riproduco per intero qui sotto. La conclusione è significativa: "Sarebbe un paradossale epilogo: perdere il riformismo per risuscitare il socialismo".
La proliferazione di partiti nel centrosinistra prosegue imperterrita. Ultimi arrivati i neo-soc, da pronunciare alla bolognese, detti anche rifondaroli socialisti. Vanno di fretta e hanno ragione. Tra il 22 aprile e il 6 maggio si colloca la data di scadenza del socialismo d’antan in Europa. Un eventuale flop della signora in rosso e del suo contorno di “elefanti” del vecchio Ps francese, a vantaggio del nuovo centro non-partisan di Bayrou o della nuova destra pro-Usa di Sarkozy, sarebbe un colpo alquanto letale per chi vuole far rivivere in Italia l’onorato nome socialista sotto spoglie necessariamente mentite. Un po’ elefanti, in fin dei conti, sono anche loro, quelli di Bertinoro. Intendiamoci, ogni volta che giurano che stavolta faranno la pace e stavolta passeranno sopra alle loro gelosie e stavolta si metteranno insieme, è sempre un bell’amarcord: ti viene perfino voglia di crederci, stavolta. Ma indipendentemente dalla loro buona fede, che è certa, e dall’affetto che quasi tutti si meritano, è qualcos’altro che non torna. Rileggo i nomi degli aspiranti neo-soc: De Michelis, Boselli, Formica; Turci, Caldarola, Macaluso. Lanciano ponti a Mussi e Salvi e dichiarano che, come loro, si opporranno perinde ac cadaver all’incontro tra gli ex comunisti e gli ex dc che si annuncia nel Partito democratico. Oibò. Ma i primi tre con i democristiani hanno lungamente coabitato negli stessi governi, e i secondi tre con i comunisti hanno lungamente convissuto nello stesso partito. Per Formica era più facile prendere un caffè con De Mita e per Macaluso più piacevole andare a pranzo con Cossutta, che frequentare oggi Rutelli e Fassino? Dicono che il problema è la laicità. Che il futuro Partito democratico sarà troppo compromesso con la questione cattolica. Oibò. Lo dicono i nipotini di Togliatti e dell’articolo 7 della Costituzione? Lo dicono gli eredi di Craxi e del nuovo Concordato? Lo dicono all’Ulivo, che per pronunciare timidamente un Dico, Direi o Dixit che dir si voglia, per poco non si rompeva l’osso del collo e perdeva il governo? Il laicismo come malattia senile del socialismo? Aggiungono che il problema è l’Idea Socialista che non muore. Immaginiamo che non si riferiscano alla moglie di Cuccia, ahinoi defunta. Alludono allora al socialismo, alla socializzazione dei mezzi di produzione, alla questione sociale, a tutte le idee del ’900 che cominciano con la radice “social” e che la nuova economia del Duemila ha sepolto con la vanga del “liberal”? Chissà perché, non ce lo vedo De Michelis discutere di liberalizzazioni o di legge Biagi con Salvi. E, se è per questo, neanche Caldarola dibattere di Israele con Mussi. Ma il nome, dicono, il nome conta. Non si chiamano forse socialisti tutti i partiti di sinistra in Europa? Beh, fino a un certo punto. Intanto quelli di maggior successo si chiamano socialdemocratici o laburisti, e i due più grandi hanno anche provato a cambiar nome, il New Labour di Blair e il Neue Mitte di Schröder, pur di trasformarsi in centrosinistra e non fare la fine di Jospin. Qualcun’altro ha perso il governo, come in Svezia o in Olanda, per non averlo saputo fare. Tutti hanno perso la fiducia socialista nel tax and spending, e si sono affidati alla mano visibilmente liberale del mercato, compreso l’amato Zapatero. Il teorico della Terza Via, Tony Giddens, scrive per questo che “il socialismo è morto”: ma non intendo continuare nella metafora funeraria, almeno non prima di vedere come va a Ségolène. E poi, nomina sunt o non sunt consequentia rerum? Tutti questi partiti europei del loro nome si occupano poco perché la loro cosa veleggia tra il 25 e il 35 per cento dell’elettorato, tra le dieci e le venti volte più di quanto possono realisticamente sperare di ottenere, sempre che lo sbarramento sia generoso, i rifondaroli socialisti italiani. Il loro apporto alla rinascita dell’Idea in Europa tenderà a essere, nella migliore delle ipotesi, un po’ labile. A meno che. In effetti un nucleo di pulsioni che il ’900 avrebbe definito “socialiste” da noi resiste. C’è ancora gente in Italia che continua a credere nel riscatto del proletariato e nel conflitto sociale, nell’alta tassazione e nella redistribuzione, nell’azione collettiva e nello sciopero politico, nella piazza e nel movimento, nel pacifismo e nel terzomondismo, e che considera l’economia liberale nemica giurata del progresso dell’umanità. Anche loro sono al momento impegnati in una Rifondazione, ma non è detto che un giorno non possano cambiare l’aggettivo che la qualifica. Finirà così, da Bertinoro a Bertinotti? Il Fausto è furbo e, tutto sommato, viene anche lui dal socialismo (del Psiup). Sarebbe un paradossale epilogo: perdere il riformismo per risuscitare il socialismo.
La proliferazione di partiti nel centrosinistra prosegue imperterrita. Ultimi arrivati i neo-soc, da pronunciare alla bolognese, detti anche rifondaroli socialisti. Vanno di fretta e hanno ragione. Tra il 22 aprile e il 6 maggio si colloca la data di scadenza del socialismo d’antan in Europa. Un eventuale flop della signora in rosso e del suo contorno di “elefanti” del vecchio Ps francese, a vantaggio del nuovo centro non-partisan di Bayrou o della nuova destra pro-Usa di Sarkozy, sarebbe un colpo alquanto letale per chi vuole far rivivere in Italia l’onorato nome socialista sotto spoglie necessariamente mentite. Un po’ elefanti, in fin dei conti, sono anche loro, quelli di Bertinoro. Intendiamoci, ogni volta che giurano che stavolta faranno la pace e stavolta passeranno sopra alle loro gelosie e stavolta si metteranno insieme, è sempre un bell’amarcord: ti viene perfino voglia di crederci, stavolta. Ma indipendentemente dalla loro buona fede, che è certa, e dall’affetto che quasi tutti si meritano, è qualcos’altro che non torna. Rileggo i nomi degli aspiranti neo-soc: De Michelis, Boselli, Formica; Turci, Caldarola, Macaluso. Lanciano ponti a Mussi e Salvi e dichiarano che, come loro, si opporranno perinde ac cadaver all’incontro tra gli ex comunisti e gli ex dc che si annuncia nel Partito democratico. Oibò. Ma i primi tre con i democristiani hanno lungamente coabitato negli stessi governi, e i secondi tre con i comunisti hanno lungamente convissuto nello stesso partito. Per Formica era più facile prendere un caffè con De Mita e per Macaluso più piacevole andare a pranzo con Cossutta, che frequentare oggi Rutelli e Fassino? Dicono che il problema è la laicità. Che il futuro Partito democratico sarà troppo compromesso con la questione cattolica. Oibò. Lo dicono i nipotini di Togliatti e dell’articolo 7 della Costituzione? Lo dicono gli eredi di Craxi e del nuovo Concordato? Lo dicono all’Ulivo, che per pronunciare timidamente un Dico, Direi o Dixit che dir si voglia, per poco non si rompeva l’osso del collo e perdeva il governo? Il laicismo come malattia senile del socialismo? Aggiungono che il problema è l’Idea Socialista che non muore. Immaginiamo che non si riferiscano alla moglie di Cuccia, ahinoi defunta. Alludono allora al socialismo, alla socializzazione dei mezzi di produzione, alla questione sociale, a tutte le idee del ’900 che cominciano con la radice “social” e che la nuova economia del Duemila ha sepolto con la vanga del “liberal”? Chissà perché, non ce lo vedo De Michelis discutere di liberalizzazioni o di legge Biagi con Salvi. E, se è per questo, neanche Caldarola dibattere di Israele con Mussi. Ma il nome, dicono, il nome conta. Non si chiamano forse socialisti tutti i partiti di sinistra in Europa? Beh, fino a un certo punto. Intanto quelli di maggior successo si chiamano socialdemocratici o laburisti, e i due più grandi hanno anche provato a cambiar nome, il New Labour di Blair e il Neue Mitte di Schröder, pur di trasformarsi in centrosinistra e non fare la fine di Jospin. Qualcun’altro ha perso il governo, come in Svezia o in Olanda, per non averlo saputo fare. Tutti hanno perso la fiducia socialista nel tax and spending, e si sono affidati alla mano visibilmente liberale del mercato, compreso l’amato Zapatero. Il teorico della Terza Via, Tony Giddens, scrive per questo che “il socialismo è morto”: ma non intendo continuare nella metafora funeraria, almeno non prima di vedere come va a Ségolène. E poi, nomina sunt o non sunt consequentia rerum? Tutti questi partiti europei del loro nome si occupano poco perché la loro cosa veleggia tra il 25 e il 35 per cento dell’elettorato, tra le dieci e le venti volte più di quanto possono realisticamente sperare di ottenere, sempre che lo sbarramento sia generoso, i rifondaroli socialisti italiani. Il loro apporto alla rinascita dell’Idea in Europa tenderà a essere, nella migliore delle ipotesi, un po’ labile. A meno che. In effetti un nucleo di pulsioni che il ’900 avrebbe definito “socialiste” da noi resiste. C’è ancora gente in Italia che continua a credere nel riscatto del proletariato e nel conflitto sociale, nell’alta tassazione e nella redistribuzione, nell’azione collettiva e nello sciopero politico, nella piazza e nel movimento, nel pacifismo e nel terzomondismo, e che considera l’economia liberale nemica giurata del progresso dell’umanità. Anche loro sono al momento impegnati in una Rifondazione, ma non è detto che un giorno non possano cambiare l’aggettivo che la qualifica. Finirà così, da Bertinoro a Bertinotti? Il Fausto è furbo e, tutto sommato, viene anche lui dal socialismo (del Psiup). Sarebbe un paradossale epilogo: perdere il riformismo per risuscitare il socialismo.
01 marzo 2007
Le due sinistre
Il teorico della "Terza via", nonché mentore di Tony Blair, Lord Anthony Giddens, ha scritto un articolo, uscito ieri su La Repubblica, in cui parla delle due sinistre che si confrontano oggi nel mondo: quella riformista e quella radicale, naturalmente. Si parla anche del recente libro di Nick Cohen, "What's Left?" e dell'Italia, che ha "un bisogno disperato di riforme e innovazione". Molto interessante e, dal mio punto di vista, estremamente condivisibile. Ho riprodotto l'articolo per intero:
Le due sinistre
di Anthony Giddens
La Repubblica, 27 febbraio 2007
In Gran Bretagna è stato appena pubblicato un libro molto interessante che si intitola What's Left?. Ne è autore Nick Cohen, un insigne giornalista di sinistra, socialista sin da giovane, ma che oggi riconosce che il socialismo è morto da quando l'utopia di un'economia post-capitalista non è più all'ordine del giorno. La morte del socialismo, dice Cohen, ha portato una "tetra liberazione" a chi era schierato con la sinistra più radicale. Al posto di prefigurarsi un futuro socialista, adesso questa sinistra è libera di accompagnarsi a qualsiasi movimento, purché sia contro lo status quo e, più specificatamente, contro l'America. Qualsiasi cosa possa pregiudicare la posizione dell'America nel mondo è sottoscrivibile. Chiunque sia contro gli Stati Uniti tout court è patrocinabile. Tutto ciò spinge la sinistra radicale in direzione di alcune visioni del mondo del tutto irrazionali.
Perché mai, si chiede Cohen, la sinistra sottovaluta la minaccia che l'Islam militante rappresenta per i valori dell'Occidente? Questa forma di Islam incarna tutto ciò verso cui la sinistra fa mostra di provare avversione: è contro la libertà di espressione, non ammette i valori liberali e crede nell'oppressione dichiarata del sesso femminile, ivi compresi i delitti d'onore. Perché la Palestina è una causa per la quale la sinistra si batte, ma così non è per la Cina, il Sudan, lo Zimbabwe, il Congo e la Corea del Nord? Perché coloro che hanno marciato manifestando contro l'invasione dell'Iraq non hanno condannato il regime fascista di Saddam Hussein con la stessa veemenza con la quale hanno avversato la guerra?
Nel momento in cui il governo Prodi è caduto perché due senatori non erano disposti ad accettare la presenza dei soldati italiani in Afghanistan o l'allargamento della base Nato di Vicenza, questi sono interrogativi pertinenti. I Taliban si preparano a scagliare un'offensiva in primavera e la Nato sta portando avanti in Afghanistan un incarico molto importante, che vede coinvolti i soldati di vari Paesi. Davvero i contrari a questa missione preferirebbero che l'Afghanistan facesse ritorno a una società dominata da una consorteria religiosa che è tra le più intolleranti e prevaricatrici al mondo? Si può essere d'accordo o in disaccordo con l'iniziale intervento militare in Afghanistan, ma adesso abbandonare quel Paese sarebbe il colmo della follia e dell'irresponsabilità.
Nondimeno, la sinistra oggi è divisa al proprio interno. La sinistra radicale non solo è una variante più avventurosa di riformismo: essa ha altresì una visione completamente diversa del mondo, una che potremmo a ragion veduta definire reazionaria. Gli odierni radicali di sinistra sono conservatori sotto mentite spoglie. Persistono ad avere una mentalità da Guerra Fredda, ben dopo la scomparsa di quel mondo bipolare. Tuttora sperano ... che cosa?
Un ritorno al socialismo o al comunismo non potrà verificarsi, dal momento che era errato - così oggi noi riteniamo -il presupposto dal quale partivano entrambi, vale a dire il fatto che lo Stato potesse sostituirsi ai mercati nell'adeguare la produzione alle necessità umane. Soltanto i mercati capaci di reagire ogni giorno a milioni di indici dei prezzi saranno in grado di affrontare le enormi complessità delle economie moderne. Questo non significa che dovremmo essere alla mercé dei mercati, non più di quanto siamo alla mercé dello Stato. Una società positiva che la sinistra dovrebbe sostenere a livello locale, nazionale e globale è quella che sa controbilanciare un mercato efficiente e un governo democratico e dinamico, unitamente a una sfera civile solida, che prende parte a ogni processo; un ordine sociale contrassegnato dalla libertà di azione e di espressione, dalla legalità e dall'uguaglianza tra uomini e donne. Questi sono ideali concreti, non fantasie utopistiche, e sono ideali per i quali vale la pena combattere. La caduta del socialismo non corrisponde alla fine della sinistra. L'obiettivo di creare una società che sappia abbinare prosperità e solidarietà a un basso livello di ineguaglianza è quanto mai vivo.
È triste per me, sostenitore tenace di un centrosinistra coeso in Italia, constatare che pochi individui — di sinistra — potrebbero ancora una volta riconsegnare il governo del Paese alla destra politica. Che genere di politica è mai questa nella quale non vi è senso della responsabilità collettiva, nella quale il bene più grande del Paese è sacrificato sull'altare della correttezza politica?
A un osservatore esterno tutto ciò appare privo di senso. A me sembra che alcune persone appartenenti alla sinistra tradizionale molto semplicemente non siano pronte ad accettare le responsabilità di governo. Sono felici soltanto all'opposizione, quando di ogni cosa è possibile biasimare la destra, in modo alquanto conveniente e familiare. Ciò ben si confà a quello che afferma Cohen: solo quando si sa contro cosa si è, e non per che cosa ci si batte, allora, innegabilmente, si è più contenti all'opposizione.
La sinistra tradizionale forse oggi può ancora trovare qualcuno da ammirare, Hugo Chavez in Venezuela, per esempio, o Evo Morales in Bolivia, o forse ancora, Fidel Castro. Anche loro ascrivono tutti i mali del mondo agli americani, oppure alle grandi e cattive corporation. Nondimeno, si guardi con attenzione a quello che questi leader stanno facendo nei loro Paesi: Chavez in Venezuela sta distruggendo la democrazia, promette di utilizzare i proventi del petrolio nazionale per aiutare gli indigenti, ma da quando egli ha assunto la leadership la percentuale di chi è in situazione di povertà è di fatto cresciuta. Morales sta nazionalizzando l'industria petrolifera boliviana, mettendo così in fuga quegli stessi investitori d'oltreoceano di cui l'industria del Paese ha urgentemente bisogno, se intende essere competitiva e contribuire allo sviluppo di quella povera nazione. Cuba da quaranta anni è una dittatura, con un'infrastruttura economica che è andata letteralmente a pezzi da quando gli aiuti provenienti dall'Unione Sovietica sono cessati. Per contro, sotto i governi riformisti di Ricardo Lagos, e attualmente di Michelle Bachelet, il Cile è diventato la nazione di maggior successo dell'America del Sud. Questo è il Paese al quale gli altri della regione dovrebbero guardare, per prenderlo a modello per il loro stesso futuro. La percentuale di persone che vivevano sotto la soglia di povertà è scesa dal 30 per cento e più di dodici anni fa all'odierno 18 percento.
L'Italia ha un bisogno disperato di riforme e innovazione. Dal mio punto di vista soltanto un centrosinistra progressista potrà fornirgliele. Sia nel caso in cui l'attuale governo sopravviva, sia nel caso in cui esso invece non sopravviva, i progressisti in Italia devono continuare a perseguire un raggruppamento politico efficiente e integrato. Meglio ancora, un unico Partito Democratico, in grado di arrivare al potere e restarvi, senza più dover dipendere - ammesso che ciò sia possibile - da coalizioni fragili ed effimere, delle quali fanno parte gruppi politici la cui visione appartiene a un mondo ormai scomparso. Questo è un obiettivo da perseguire con rigenerato vigore e rinnovato impegno, qualsiasi cosa accada a breve termine.
Le due sinistre
di Anthony Giddens
La Repubblica, 27 febbraio 2007
In Gran Bretagna è stato appena pubblicato un libro molto interessante che si intitola What's Left?. Ne è autore Nick Cohen, un insigne giornalista di sinistra, socialista sin da giovane, ma che oggi riconosce che il socialismo è morto da quando l'utopia di un'economia post-capitalista non è più all'ordine del giorno. La morte del socialismo, dice Cohen, ha portato una "tetra liberazione" a chi era schierato con la sinistra più radicale. Al posto di prefigurarsi un futuro socialista, adesso questa sinistra è libera di accompagnarsi a qualsiasi movimento, purché sia contro lo status quo e, più specificatamente, contro l'America. Qualsiasi cosa possa pregiudicare la posizione dell'America nel mondo è sottoscrivibile. Chiunque sia contro gli Stati Uniti tout court è patrocinabile. Tutto ciò spinge la sinistra radicale in direzione di alcune visioni del mondo del tutto irrazionali.
Perché mai, si chiede Cohen, la sinistra sottovaluta la minaccia che l'Islam militante rappresenta per i valori dell'Occidente? Questa forma di Islam incarna tutto ciò verso cui la sinistra fa mostra di provare avversione: è contro la libertà di espressione, non ammette i valori liberali e crede nell'oppressione dichiarata del sesso femminile, ivi compresi i delitti d'onore. Perché la Palestina è una causa per la quale la sinistra si batte, ma così non è per la Cina, il Sudan, lo Zimbabwe, il Congo e la Corea del Nord? Perché coloro che hanno marciato manifestando contro l'invasione dell'Iraq non hanno condannato il regime fascista di Saddam Hussein con la stessa veemenza con la quale hanno avversato la guerra?
Nel momento in cui il governo Prodi è caduto perché due senatori non erano disposti ad accettare la presenza dei soldati italiani in Afghanistan o l'allargamento della base Nato di Vicenza, questi sono interrogativi pertinenti. I Taliban si preparano a scagliare un'offensiva in primavera e la Nato sta portando avanti in Afghanistan un incarico molto importante, che vede coinvolti i soldati di vari Paesi. Davvero i contrari a questa missione preferirebbero che l'Afghanistan facesse ritorno a una società dominata da una consorteria religiosa che è tra le più intolleranti e prevaricatrici al mondo? Si può essere d'accordo o in disaccordo con l'iniziale intervento militare in Afghanistan, ma adesso abbandonare quel Paese sarebbe il colmo della follia e dell'irresponsabilità.
Nondimeno, la sinistra oggi è divisa al proprio interno. La sinistra radicale non solo è una variante più avventurosa di riformismo: essa ha altresì una visione completamente diversa del mondo, una che potremmo a ragion veduta definire reazionaria. Gli odierni radicali di sinistra sono conservatori sotto mentite spoglie. Persistono ad avere una mentalità da Guerra Fredda, ben dopo la scomparsa di quel mondo bipolare. Tuttora sperano ... che cosa?
Un ritorno al socialismo o al comunismo non potrà verificarsi, dal momento che era errato - così oggi noi riteniamo -il presupposto dal quale partivano entrambi, vale a dire il fatto che lo Stato potesse sostituirsi ai mercati nell'adeguare la produzione alle necessità umane. Soltanto i mercati capaci di reagire ogni giorno a milioni di indici dei prezzi saranno in grado di affrontare le enormi complessità delle economie moderne. Questo non significa che dovremmo essere alla mercé dei mercati, non più di quanto siamo alla mercé dello Stato. Una società positiva che la sinistra dovrebbe sostenere a livello locale, nazionale e globale è quella che sa controbilanciare un mercato efficiente e un governo democratico e dinamico, unitamente a una sfera civile solida, che prende parte a ogni processo; un ordine sociale contrassegnato dalla libertà di azione e di espressione, dalla legalità e dall'uguaglianza tra uomini e donne. Questi sono ideali concreti, non fantasie utopistiche, e sono ideali per i quali vale la pena combattere. La caduta del socialismo non corrisponde alla fine della sinistra. L'obiettivo di creare una società che sappia abbinare prosperità e solidarietà a un basso livello di ineguaglianza è quanto mai vivo.
È triste per me, sostenitore tenace di un centrosinistra coeso in Italia, constatare che pochi individui — di sinistra — potrebbero ancora una volta riconsegnare il governo del Paese alla destra politica. Che genere di politica è mai questa nella quale non vi è senso della responsabilità collettiva, nella quale il bene più grande del Paese è sacrificato sull'altare della correttezza politica?
A un osservatore esterno tutto ciò appare privo di senso. A me sembra che alcune persone appartenenti alla sinistra tradizionale molto semplicemente non siano pronte ad accettare le responsabilità di governo. Sono felici soltanto all'opposizione, quando di ogni cosa è possibile biasimare la destra, in modo alquanto conveniente e familiare. Ciò ben si confà a quello che afferma Cohen: solo quando si sa contro cosa si è, e non per che cosa ci si batte, allora, innegabilmente, si è più contenti all'opposizione.
La sinistra tradizionale forse oggi può ancora trovare qualcuno da ammirare, Hugo Chavez in Venezuela, per esempio, o Evo Morales in Bolivia, o forse ancora, Fidel Castro. Anche loro ascrivono tutti i mali del mondo agli americani, oppure alle grandi e cattive corporation. Nondimeno, si guardi con attenzione a quello che questi leader stanno facendo nei loro Paesi: Chavez in Venezuela sta distruggendo la democrazia, promette di utilizzare i proventi del petrolio nazionale per aiutare gli indigenti, ma da quando egli ha assunto la leadership la percentuale di chi è in situazione di povertà è di fatto cresciuta. Morales sta nazionalizzando l'industria petrolifera boliviana, mettendo così in fuga quegli stessi investitori d'oltreoceano di cui l'industria del Paese ha urgentemente bisogno, se intende essere competitiva e contribuire allo sviluppo di quella povera nazione. Cuba da quaranta anni è una dittatura, con un'infrastruttura economica che è andata letteralmente a pezzi da quando gli aiuti provenienti dall'Unione Sovietica sono cessati. Per contro, sotto i governi riformisti di Ricardo Lagos, e attualmente di Michelle Bachelet, il Cile è diventato la nazione di maggior successo dell'America del Sud. Questo è il Paese al quale gli altri della regione dovrebbero guardare, per prenderlo a modello per il loro stesso futuro. La percentuale di persone che vivevano sotto la soglia di povertà è scesa dal 30 per cento e più di dodici anni fa all'odierno 18 percento.
L'Italia ha un bisogno disperato di riforme e innovazione. Dal mio punto di vista soltanto un centrosinistra progressista potrà fornirgliele. Sia nel caso in cui l'attuale governo sopravviva, sia nel caso in cui esso invece non sopravviva, i progressisti in Italia devono continuare a perseguire un raggruppamento politico efficiente e integrato. Meglio ancora, un unico Partito Democratico, in grado di arrivare al potere e restarvi, senza più dover dipendere - ammesso che ciò sia possibile - da coalizioni fragili ed effimere, delle quali fanno parte gruppi politici la cui visione appartiene a un mondo ormai scomparso. Questo è un obiettivo da perseguire con rigenerato vigore e rinnovato impegno, qualsiasi cosa accada a breve termine.
26 febbraio 2007
L'ossessione, a monte
Imperdibile, su Il Giornale di oggi, il commento e la risposta di Ruggero Guarini alla fatidica domanda:
Così, tanto per ricordare da dove nascono le "contraddizioni" della sinistra.
Perché Fassino, nei momenti delicati, tenta sempre di rilanciare la leggenda di Berlinguer? Perché D’Alema, quando deve riaccendere l’orgoglio del partito, non manca mai di ricordare la lezione di Berlinguer? Perché Veltroni, tutte le volte che avverte il bisogno di tornare a interrogarsi sui motivi per cui si iscrisse al Pci, rievoca sempre il fascino di Berlinguer?
Così, tanto per ricordare da dove nascono le "contraddizioni" della sinistra.
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