Un blog mi costringe ad annotare qualche pensiero, che altrimenti andrebbe disperso. Il nick "Walt" vale Walt Whitman, vale a dire l'autore della raccolta di poesie alla quale il nome del blog si richiama.
30 settembre 2005
Casi clinici (gravi)
Il caso clinico senza precedenti, appena pubblicato sulla rivista scientifica internazionale «Cortex» dai neuro-psicologi Sara Mondini, dell’Università di Padova, e Carlo Semenza, dell’Università di Trieste, fornisce una prova biologica di quanto da tempo sociologi, psicologi sociali, politologi ed esperti di comunicazioni di massa avevano sospettato, cioè che il bombardamento ripetuto di certe immagini a mezzo stampa e televisione incide qualcosa di profondo e speciale nel nostro cervello. Detto in modo molto succinto, il caso di V. Z., casalinga italiana di 66 anni, testata ripetutamente da Mondini e Semenza per anni, mostra che una lesione cerebrale specifica può gravemente compromettere la nostra capacità di riconoscere oggetti in genere e volti umani in genere, ma non la capacità di riconoscere Silvio Berlusconi. E’ come se il volto del premier fosse stato inciso nel cervello in un suo canale particolare, in un formato speciale, diverso da quello ordinario degli oggetti e da quello pure ordinario, ma separato, dei volti.
(Corriere della sera)
Questa notizia si presta a svariate interpretazioni. Sarebbe interessante mettere a confronto quelle di Emilio Fede e di Marco Travaglio ...
21 settembre 2005
Otto e mezzo & Democratiya
Sono tornato ieri da uno dei miei viaggi di lavoro ed ho appena ricominciato a prendere contatto con le cose italiane. Vero che anche dall'estero leggevo i media italiani, soprattutto via web, ma ora tocco con mano il casino che c'è nel mio Paese. Per fortuna qualcosa di buono ancora c'è, ad esempio "8 e mezzo", che ieri ha ripreso le trasmissioni. Ottima come al solito, ma devo dire che WindRoseHotel ha ragione a commentare come ha commentato, in un bellissimo post. Condivido le osservazioni e l'ironia, come al solito tagliente. Anche il commento di Wittgenstein mi è piaciuto. Sempre su wrh ho trovato anche una segnalazione interessante: è nata una nuova rivista on-line, Democratiya.
24 luglio 2005
La guerra all'Occidente
Ma non si può certo dire che l'Unione Europea, nonostante gli attentati che già le piovono addosso, che provengono perfino da cittadini d'origine islamica imperfettamente integrati, si prepari a fronteggiare il pericolo in maniera consapevole e coordinata.
La vignetta è tratta da Il Giornale, la citazione sopra e l'articolo di Enzo Bettiza (qua sotto) da La Stampa. Non male entrambi.

La guerra all'Occidente, dichiarata dai fondamentalisti islamici con esplosioni suicide e intimidazioni via internet, sta aprendo in maniera organizzata e sistematica un secondo fronte di fuoco contro l'Europa. Mentre Londra, dopo il 7 luglio, vive ormai in un clima d'angosciata insicurezza che produce anche tragici errori, ecco che gli strateghi del terrore decidono di regalare una vacanza di sangue ai turisti dell'allegra e affollata città sul Mar Rosso. Non è la prima volta che i gruppi stragisti di Al Qaeda, che ebbero proprio nelle madrasse cairote i loro esaltati padri fondatori, colpiscono la capitale o qualche rinomata località dell'Egitto. In aprile tre europei erano stati uccisi e altri feriti in due attentati al Cairo. Nell'ottobre scorso era stata colpita Taba, al confine con Israele: 34 vittime, tra le quali due sorelle italiane. Nel 1997, nei pressi dei templi faraonici di Luxor, i militanti islamici uccisero 58 europei e quattro egiziani.
Ora, a Sharm el-Sheikh, paradiso estremo del Sinai per il quale ogni anno transitano 700 mila italiani, il conto fino adesso accertato delle vittime supera di molto quello di Londra. E' senz'altro il colpo più devastante inferto dai proseliti di Al Qaeda al turismo egiziano, prioritaria fonte di guadagno del Paese guidato con ondivaga moderazione dal presidente Mubarak; ma è, al tempo stesso, un ennesimo ferocissimo attacco simbolico oltreché fisico assestato ai viaggiatori occidentali, in particolare europei, che di Sharm el-Sheikh hanno fatto uno dei loro prediletti luoghi di riposo e di svago. Anche se lo scenario geografico della strage è mediorientale, il vero bersaglio politico e ideologico degli stragisti suicidi sembra essere, in un momento grave come questo, con l'Inghilterra ferita, l'Italia minacciata, la Danimarca intimidita, prevalentemente europeo. Quello che è appena avvenuto in questo angolo occidentalizzato del deserto egiziano è, con ogni probabilità, un frammento, un episodio ben calcolato, della mobile e imprevedibile guerra a singhiozzo iniziata dai terroristi l'anno scorso a Madrid e ora estesa o incombente su altre capitali del nostro continente.
Ma non si può certo dire che l'Unione Europea, nonostante gli attentati che già le piovono addosso, che provengono perfino da cittadini d'origine islamica imperfettamente integrati, si prepari a fronteggiare il pericolo in maniera consapevole e coordinata. La risposta alla minaccia non si muove, come dovrebbe muoversi, sulla scala di una più robusta integrazione comunitaria e continentale. Annaspa invece, come osserva Giuliano Amato, in maniera scoordinata, episodica, minimalistica, su smembrate scalette nazionali. La Francia, dopo aver bocciato la Costituzione europea, reagisce alle bombe su Londra rinchiudendosi ancor più nel proprio guscio esagonale e ristabilendo, contro gli accordi di Schengen, i controlli alle frontiere con gli Stati vicini. La Germania dal canto suo respinge la legge d'applicazione del mandato di arresto europeo, «incompatibile con le garanzie individuali», eliminando così un vitale strumento di coordinamento giuridico, su base comunitaria, nella lotta al terrorismo. Intanto la classe politica italiana, stretta fra le lungaggini della maggioranza e le titubanze dell'opposizione, vara con ritardo un pacchetto di misure antiterrorismo: ritardo che ha lasciato, per troppo tempo, nelle mani demagogiche di Bossi e della Lega il cordone della richiesta popolare di sicurezza.
Il problema odierno di un necessario equilibrio fra sicurezza e libertà si pone, comunque e con urgenza, non soltanto all'Italia ma all'Unione Europea nel suo complesso. In Inghilterra il sindaco londinese di sinistra, Livingstone, storico antagonista di Blair e critico della guerra in Iraq, ha stipulato un mezzo armistizio col leader del governo e del Labour affermando perfino, il giorno prima che la polizia ammettesse di aver ucciso un innocente, che l'uso della forza può diventare tragicamente fatale in una situazione d'emergenza caotica creata dalle «bombe che camminano». Da Londra in questi giorni ci giungono non solo lezioni di flemma: giungono pure, dalla più libera e tollerante società europea, indicazioni di un ponderato riequilibrio fra la sicurezza e la libertà della quale i terroristi si servono spesso per distruggere entrambe. Anche quando sbagliano, gli inglesi non si nascondono dietro un dito, ma con ammirevole implacabilità denunciano l'errore.
La vignetta è tratta da Il Giornale, la citazione sopra e l'articolo di Enzo Bettiza (qua sotto) da La Stampa. Non male entrambi.
La guerra all'Occidente, dichiarata dai fondamentalisti islamici con esplosioni suicide e intimidazioni via internet, sta aprendo in maniera organizzata e sistematica un secondo fronte di fuoco contro l'Europa. Mentre Londra, dopo il 7 luglio, vive ormai in un clima d'angosciata insicurezza che produce anche tragici errori, ecco che gli strateghi del terrore decidono di regalare una vacanza di sangue ai turisti dell'allegra e affollata città sul Mar Rosso. Non è la prima volta che i gruppi stragisti di Al Qaeda, che ebbero proprio nelle madrasse cairote i loro esaltati padri fondatori, colpiscono la capitale o qualche rinomata località dell'Egitto. In aprile tre europei erano stati uccisi e altri feriti in due attentati al Cairo. Nell'ottobre scorso era stata colpita Taba, al confine con Israele: 34 vittime, tra le quali due sorelle italiane. Nel 1997, nei pressi dei templi faraonici di Luxor, i militanti islamici uccisero 58 europei e quattro egiziani.
Ora, a Sharm el-Sheikh, paradiso estremo del Sinai per il quale ogni anno transitano 700 mila italiani, il conto fino adesso accertato delle vittime supera di molto quello di Londra. E' senz'altro il colpo più devastante inferto dai proseliti di Al Qaeda al turismo egiziano, prioritaria fonte di guadagno del Paese guidato con ondivaga moderazione dal presidente Mubarak; ma è, al tempo stesso, un ennesimo ferocissimo attacco simbolico oltreché fisico assestato ai viaggiatori occidentali, in particolare europei, che di Sharm el-Sheikh hanno fatto uno dei loro prediletti luoghi di riposo e di svago. Anche se lo scenario geografico della strage è mediorientale, il vero bersaglio politico e ideologico degli stragisti suicidi sembra essere, in un momento grave come questo, con l'Inghilterra ferita, l'Italia minacciata, la Danimarca intimidita, prevalentemente europeo. Quello che è appena avvenuto in questo angolo occidentalizzato del deserto egiziano è, con ogni probabilità, un frammento, un episodio ben calcolato, della mobile e imprevedibile guerra a singhiozzo iniziata dai terroristi l'anno scorso a Madrid e ora estesa o incombente su altre capitali del nostro continente.
Ma non si può certo dire che l'Unione Europea, nonostante gli attentati che già le piovono addosso, che provengono perfino da cittadini d'origine islamica imperfettamente integrati, si prepari a fronteggiare il pericolo in maniera consapevole e coordinata. La risposta alla minaccia non si muove, come dovrebbe muoversi, sulla scala di una più robusta integrazione comunitaria e continentale. Annaspa invece, come osserva Giuliano Amato, in maniera scoordinata, episodica, minimalistica, su smembrate scalette nazionali. La Francia, dopo aver bocciato la Costituzione europea, reagisce alle bombe su Londra rinchiudendosi ancor più nel proprio guscio esagonale e ristabilendo, contro gli accordi di Schengen, i controlli alle frontiere con gli Stati vicini. La Germania dal canto suo respinge la legge d'applicazione del mandato di arresto europeo, «incompatibile con le garanzie individuali», eliminando così un vitale strumento di coordinamento giuridico, su base comunitaria, nella lotta al terrorismo. Intanto la classe politica italiana, stretta fra le lungaggini della maggioranza e le titubanze dell'opposizione, vara con ritardo un pacchetto di misure antiterrorismo: ritardo che ha lasciato, per troppo tempo, nelle mani demagogiche di Bossi e della Lega il cordone della richiesta popolare di sicurezza.
Il problema odierno di un necessario equilibrio fra sicurezza e libertà si pone, comunque e con urgenza, non soltanto all'Italia ma all'Unione Europea nel suo complesso. In Inghilterra il sindaco londinese di sinistra, Livingstone, storico antagonista di Blair e critico della guerra in Iraq, ha stipulato un mezzo armistizio col leader del governo e del Labour affermando perfino, il giorno prima che la polizia ammettesse di aver ucciso un innocente, che l'uso della forza può diventare tragicamente fatale in una situazione d'emergenza caotica creata dalle «bombe che camminano». Da Londra in questi giorni ci giungono non solo lezioni di flemma: giungono pure, dalla più libera e tollerante società europea, indicazioni di un ponderato riequilibrio fra la sicurezza e la libertà della quale i terroristi si servono spesso per distruggere entrambe. Anche quando sbagliano, gli inglesi non si nascondono dietro un dito, ma con ammirevole implacabilità denunciano l'errore.
19 luglio 2005
Unite Against Terror
Da alcuni tra i principali blog britannici è partita l'idea della Dichiarazione di cui riporto l'inizio e la conclusione (nell'ottima traduzione in italiano che si deve a Wind Rose Hotel). Io l'ho appena firmata.
Gli attacchi terroristici contro i londinesi del 7 luglio hanno provocato la morte di almeno cinquantaquattro persone. Gli attentatori suicidi che il 12 luglio hanno colpito a Netanya, in Israele, hanno ucciso dodici persone, tra cui due ragazze di sedici anni. E il 13 luglio, in Iraq, attentatori suicidi hanno massacrato ventiquattro bambini. Noi siamo solidali con tutti questi sconosciuti, mano nella mano, da Londra a Netanya e a Baghdad: comunità unite contro il terrore.
...
Vi invitiamo a firmare questa Dichiarazione come un primo piccolo passo verso la costruzione di un movimento globale di cittadini contro il terrorismo.
Gli attacchi terroristici contro i londinesi del 7 luglio hanno provocato la morte di almeno cinquantaquattro persone. Gli attentatori suicidi che il 12 luglio hanno colpito a Netanya, in Israele, hanno ucciso dodici persone, tra cui due ragazze di sedici anni. E il 13 luglio, in Iraq, attentatori suicidi hanno massacrato ventiquattro bambini. Noi siamo solidali con tutti questi sconosciuti, mano nella mano, da Londra a Netanya e a Baghdad: comunità unite contro il terrore.
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Vi invitiamo a firmare questa Dichiarazione come un primo piccolo passo verso la costruzione di un movimento globale di cittadini contro il terrorismo.
03 giugno 2005
Referendum, l'arte dello spiazzamento
Francesco Rutelli come Fini, ovvero l’arte dello spiazzamento (degli avversari e della maggior parte degli “amici”). Mi domando quanto ci sia di sincero nelle posizioni di entrambi. Ecco cosa riporta il Corriere della Sera. Parla Rutelli:
«Io mi asterrò perchè è il modo politico più efficace per rigettare i quesiti. È la risposta giusta perchè chi vota no involontariamente aiuta chi vuole il sì e imbalsama la legislazione attuale delegittimando la possibilità di modificare la legge».
«Il non raggiungimento del quorum lascia la strada aperta a un miglioramento della legge, mentre il Sì farebbe un macello, producendo una legge inaccettabile. Questa legge non è perfetta, va migliorata. Ma per migliorarla è indispensabile verificarla e affinarla».
«L'estrema complessità del tema forza i promotori dei quesiti a delle semplificazioni sbagliate. Sciabolate e accettate, necessarie per arrivare a coinvolgere il grande pubblico, sono la negazione della complessità della materia e quindi l'astensione rappresenta un radicale rifiuto di questa impostazione. In secondo luogo, l'astensione è il modo politico più efficace per rigettare questa contesa. Chi vota No, involontariamente aiuta la battaglia del Sì».
«Tutti coloro che definiscono in modo aggressivo la scelta dell'astensione, in passato, almeno una volta, si sono politicamente astenuti su altri quesiti. È singolare che oggi chi in passato ha promosso l'astensione attiva, definisca furbesca, miserabile e ipocrita l'azione per l'astensione attiva su questi 4 referendum».
Praticamente posizioni "democristiane" in salsa ex-radicale e post-ulivista. Che casino!
«Io mi asterrò perchè è il modo politico più efficace per rigettare i quesiti. È la risposta giusta perchè chi vota no involontariamente aiuta chi vuole il sì e imbalsama la legislazione attuale delegittimando la possibilità di modificare la legge».
«Il non raggiungimento del quorum lascia la strada aperta a un miglioramento della legge, mentre il Sì farebbe un macello, producendo una legge inaccettabile. Questa legge non è perfetta, va migliorata. Ma per migliorarla è indispensabile verificarla e affinarla».
«L'estrema complessità del tema forza i promotori dei quesiti a delle semplificazioni sbagliate. Sciabolate e accettate, necessarie per arrivare a coinvolgere il grande pubblico, sono la negazione della complessità della materia e quindi l'astensione rappresenta un radicale rifiuto di questa impostazione. In secondo luogo, l'astensione è il modo politico più efficace per rigettare questa contesa. Chi vota No, involontariamente aiuta la battaglia del Sì».
«Tutti coloro che definiscono in modo aggressivo la scelta dell'astensione, in passato, almeno una volta, si sono politicamente astenuti su altri quesiti. È singolare che oggi chi in passato ha promosso l'astensione attiva, definisca furbesca, miserabile e ipocrita l'azione per l'astensione attiva su questi 4 referendum».
Praticamente posizioni "democristiane" in salsa ex-radicale e post-ulivista. Che casino!
13 maggio 2005
Regno Unito: chi sono i LibDem?
Su La Stampa di oggi si legge un interessante articolo di Richard Newbury che copio/incollo qui dato che è destinato a scomparire dal sito del giornale tra poche ore. Lascio anche la tuitolazione originale.
I LIBERALDEMOCRATICI DI KENNEDY SI ASPETTANO ORA LE AVANCES DEL PREMIER
LibDem, la sinistra dell’establishment
Chi sono i LibDem? Come tutti i partiti sono una coalizione, formata dalla fusione del Partito liberale e di quello socialdemocratico, nato nel 1981 da una scissione del Labour capeggiata da Roy Jenkins che lo vedeva sempre più orientato verso la democrazia socialista. Nel 1983 con il 25% dei voti (ma 25 seggi) quasi sorpassarono i laburisti che ottennero il 27% (ma 209 seggi). La questione è ora se i «vecchi» laburisti insoddisfatti che li hanno votati nel 2005 li riporteranno alla posizione dominante che avevano sotto Gladstone e Lloyd George o se toglieranno loro la base che da sempre li vota come noblesse oblige Un minimo sospetto di socialismo li getterebbe nelle braccia del Partito conservatore, per tradizione «liberale» e unificatore, che, se tornasse alla propria vocazione sotto una diversa dirigenza, potrebbe aspettarli suadente al varco. Specie se la sinistra laburista cercherà di formare un governo «settario» e classista. Il Nuovo Labour creato da Brown e Blair (che entrarono in Parlamento nel 1983, quando il partito toccò il suo punto più basso) era riuscito a riconquistare dai conservatori gli operai qualificati «rubati» dalla Thatcher nel 1979 e che nel 1997 eran divenuti un neo-ceto medio. Anche gli elettori liberali di ceto medio-alto non esitarono ad affidare il loro voto a livello nazionale a un Nuovo Labour che si presentava come «figlio del liberalismo».Se il «progetto» New Labour non si unì allo scisma socialdemocratico fu per tenersi i 200 seggi solidamente operai e fedelmente laburisti. Però rubò gli abiti ai LibDem e programmò una convergenza con essi. Roy Jenkins era il mentore di Blair. Anzi tutti i suoi eroi- Gladstone, Lloyd Georgem Keynes e Beveridge- erano tutto liberali. Secondo Jenkins liberali e laburisti non hanno mai avuto meno del 55% dei voti ma, divisi, avevano regalato il 70% del XX secolo ai conservatori. Nel '97 Blair non credeva che avrebbe ottenuto una maggioranza neppure di 66 seggi (quella che ha oggi) e il suo progetto per evirare la sinistra era di formare un governo LibLab con l'allora leader liberale Paddy Ashdown come ministro degli Esteri. La sua stravittoria lo rese politicamente impossibile e il piano B fu di conquistare il centro spingendo i LibDem a sinistra e i conservatori verso la destra insensata. Però coinvolse i LibDem nella devoluzione di Scozia e Galles dove sono al governo e dove (grazie ai sussidi inglesi) hanno realizzato gran parte del programma elettorale 2005, dall'abolizione delle tasse universitarie all'assistenza gratuita per gli anziani. Blairismo e Brownismo significano che tutti i partiti hanno accettato un'ampia spesa pubblica in servizi, però orientati dal mercato e vasti tagli a vantaggio dell'efficienza, contro i burocrati. Brown ne ha già licenziati 100.000 mentre i tory puntavano a farne fuori altri e volevano nei prossimi 6 anni un aumento della spesa inferiore solo dell'1%. La chiusura della Rover ha avuto un effetto minimo sui risultati di Birmingham. Se sono partiti 29.000 posti, ne sono stati creati 189.000. Questo clima politico è l'eredità di Blair. I LibDem piacciono agli studenti (i futuri professionisti della benestante middle class) e ai professionisti attuali nel campo giuridico, contrari alle carte d'identità e agli arresti domiciliari di sospetti terroristi, e soprattutto nell'amministrazione, i media e l'istruzione. Insomma è il partito dell'Independent, il Guardian e la BBC. Il fatto di voler alzare le tasse dal 40 al 50% per chi superi il reddito annuale di 50.000 sterline lorde li fa sentire generosi con il pubblico. Però in realtà trasformandole in università gratuita di fatto aboliscono il costo dell'istruzione dei propri figli. Un tassa locale sul reddito, anziché la Council Tax sul valore della casa, avvantaggia questo tipo di ceti medi una volta pensionati. In più assistenza gratuita agli anziani significherebbe non sperperare la propria eredità in case di riposo e cure per i propri genitori. I LibDem sono responsabili nei confronti dell'ambiente e sono stati i primi a introdurre raccolta differenziata e riciclaggio. Sono il partito del principe Carlo e dell'arcivescovo di Canterbury (anche se in quanto Lords nessuno dei due può votare o sostenere pubblicamente un partito). Sono il partito delle amministrazioni locali e infatti, mentre hanno sottratto Sheffield e Newcastle ai laburisti, hanno in mano più consigli comunali e contee dei conservatori. La base del loro potere sta negli enti locali e nel parlamento europeo e sono l'unico partito inequivocabilmente pro Europa.In ogni caso questa volta a livello nazionale non hanno trasferito il loro voto tatticamente ai laburisti e hanno trovato i conservatori troppo estremi. Il tema dell'immigrazione ha mobilitato la base conservatrice ma ha respinto le conversioni. I LibDem erano l'unico partito anti guerra. Non erano però anti US, bensì pro UN. Il partito del libero scambio ha sempre creduto che ovunque la gente sia «ragionevole». Non è un partito anti guerra tout court - Lloyd George vinse la I Guerra mondiale, Gladstone contro la vittoriosa guerra afgana di Disraeli vinse nel 1880 ma sei mesi dopo invase l'Egitto (abbandonato nel 1954). Blair nelle sue prime quattro guerre (Iraq nel '98, Serbia nel '99, Sierra Leone 200, Kosovo 2001) indossò il manto gladstoiano delle guerre moralmente giustificabili. E' ovvio che a Kennedy opporsi all'invasione dell'Iraq non è costato niente visto che tanto non si sarebbe mai recato a Washington come primo ministro. In ogni caso nell'insieme il partito degli alti funzionari statali e della Bbc giudicò questa guerra contraria agli interessi della Gran Bretagna in quanto potenza commerciale globale con grossi scambi e interessi nel mondo mussulmano.I LibDem sono il partito dell'Establishment. Sono sempre stati un'élite di mandarini che discretamente manovravano dietro le quinte. Nel 1906 ebbero una vittoria gigantesca e Lloyd George e Churchill introdussero il Welfare State dietro consiglio di Beveridge ed evirarono la camera dei Lord . Era la middle class al potere con l'appoggio della working class. Lloyd George vinse la guerra ma distrusse il proprio partito e il Labour, l'ala poltica delle Trade Unions gli sottrasse il voto operaio. Solo ora i liberali hanno riconquistato il numero di seggi che avevano nel 1923. Questo flusso di voti laburisti 2005 non distruggerà lo splendido isolamento LibDem visto che Blair li corteggerà nuovamente contro la propria sinistra e non esiterà a rubar loro i vestiti. Come ha detto il 6 maggio: «Non mi sono fatto queste quattro settimane d'inferno per andarmene tranquillamente al diavolo tra qualche mese!».
I LIBERALDEMOCRATICI DI KENNEDY SI ASPETTANO ORA LE AVANCES DEL PREMIER
LibDem, la sinistra dell’establishment
Chi sono i LibDem? Come tutti i partiti sono una coalizione, formata dalla fusione del Partito liberale e di quello socialdemocratico, nato nel 1981 da una scissione del Labour capeggiata da Roy Jenkins che lo vedeva sempre più orientato verso la democrazia socialista. Nel 1983 con il 25% dei voti (ma 25 seggi) quasi sorpassarono i laburisti che ottennero il 27% (ma 209 seggi). La questione è ora se i «vecchi» laburisti insoddisfatti che li hanno votati nel 2005 li riporteranno alla posizione dominante che avevano sotto Gladstone e Lloyd George o se toglieranno loro la base che da sempre li vota come noblesse oblige Un minimo sospetto di socialismo li getterebbe nelle braccia del Partito conservatore, per tradizione «liberale» e unificatore, che, se tornasse alla propria vocazione sotto una diversa dirigenza, potrebbe aspettarli suadente al varco. Specie se la sinistra laburista cercherà di formare un governo «settario» e classista. Il Nuovo Labour creato da Brown e Blair (che entrarono in Parlamento nel 1983, quando il partito toccò il suo punto più basso) era riuscito a riconquistare dai conservatori gli operai qualificati «rubati» dalla Thatcher nel 1979 e che nel 1997 eran divenuti un neo-ceto medio. Anche gli elettori liberali di ceto medio-alto non esitarono ad affidare il loro voto a livello nazionale a un Nuovo Labour che si presentava come «figlio del liberalismo».Se il «progetto» New Labour non si unì allo scisma socialdemocratico fu per tenersi i 200 seggi solidamente operai e fedelmente laburisti. Però rubò gli abiti ai LibDem e programmò una convergenza con essi. Roy Jenkins era il mentore di Blair. Anzi tutti i suoi eroi- Gladstone, Lloyd Georgem Keynes e Beveridge- erano tutto liberali. Secondo Jenkins liberali e laburisti non hanno mai avuto meno del 55% dei voti ma, divisi, avevano regalato il 70% del XX secolo ai conservatori. Nel '97 Blair non credeva che avrebbe ottenuto una maggioranza neppure di 66 seggi (quella che ha oggi) e il suo progetto per evirare la sinistra era di formare un governo LibLab con l'allora leader liberale Paddy Ashdown come ministro degli Esteri. La sua stravittoria lo rese politicamente impossibile e il piano B fu di conquistare il centro spingendo i LibDem a sinistra e i conservatori verso la destra insensata. Però coinvolse i LibDem nella devoluzione di Scozia e Galles dove sono al governo e dove (grazie ai sussidi inglesi) hanno realizzato gran parte del programma elettorale 2005, dall'abolizione delle tasse universitarie all'assistenza gratuita per gli anziani. Blairismo e Brownismo significano che tutti i partiti hanno accettato un'ampia spesa pubblica in servizi, però orientati dal mercato e vasti tagli a vantaggio dell'efficienza, contro i burocrati. Brown ne ha già licenziati 100.000 mentre i tory puntavano a farne fuori altri e volevano nei prossimi 6 anni un aumento della spesa inferiore solo dell'1%. La chiusura della Rover ha avuto un effetto minimo sui risultati di Birmingham. Se sono partiti 29.000 posti, ne sono stati creati 189.000. Questo clima politico è l'eredità di Blair. I LibDem piacciono agli studenti (i futuri professionisti della benestante middle class) e ai professionisti attuali nel campo giuridico, contrari alle carte d'identità e agli arresti domiciliari di sospetti terroristi, e soprattutto nell'amministrazione, i media e l'istruzione. Insomma è il partito dell'Independent, il Guardian e la BBC. Il fatto di voler alzare le tasse dal 40 al 50% per chi superi il reddito annuale di 50.000 sterline lorde li fa sentire generosi con il pubblico. Però in realtà trasformandole in università gratuita di fatto aboliscono il costo dell'istruzione dei propri figli. Un tassa locale sul reddito, anziché la Council Tax sul valore della casa, avvantaggia questo tipo di ceti medi una volta pensionati. In più assistenza gratuita agli anziani significherebbe non sperperare la propria eredità in case di riposo e cure per i propri genitori. I LibDem sono responsabili nei confronti dell'ambiente e sono stati i primi a introdurre raccolta differenziata e riciclaggio. Sono il partito del principe Carlo e dell'arcivescovo di Canterbury (anche se in quanto Lords nessuno dei due può votare o sostenere pubblicamente un partito). Sono il partito delle amministrazioni locali e infatti, mentre hanno sottratto Sheffield e Newcastle ai laburisti, hanno in mano più consigli comunali e contee dei conservatori. La base del loro potere sta negli enti locali e nel parlamento europeo e sono l'unico partito inequivocabilmente pro Europa.In ogni caso questa volta a livello nazionale non hanno trasferito il loro voto tatticamente ai laburisti e hanno trovato i conservatori troppo estremi. Il tema dell'immigrazione ha mobilitato la base conservatrice ma ha respinto le conversioni. I LibDem erano l'unico partito anti guerra. Non erano però anti US, bensì pro UN. Il partito del libero scambio ha sempre creduto che ovunque la gente sia «ragionevole». Non è un partito anti guerra tout court - Lloyd George vinse la I Guerra mondiale, Gladstone contro la vittoriosa guerra afgana di Disraeli vinse nel 1880 ma sei mesi dopo invase l'Egitto (abbandonato nel 1954). Blair nelle sue prime quattro guerre (Iraq nel '98, Serbia nel '99, Sierra Leone 200, Kosovo 2001) indossò il manto gladstoiano delle guerre moralmente giustificabili. E' ovvio che a Kennedy opporsi all'invasione dell'Iraq non è costato niente visto che tanto non si sarebbe mai recato a Washington come primo ministro. In ogni caso nell'insieme il partito degli alti funzionari statali e della Bbc giudicò questa guerra contraria agli interessi della Gran Bretagna in quanto potenza commerciale globale con grossi scambi e interessi nel mondo mussulmano.I LibDem sono il partito dell'Establishment. Sono sempre stati un'élite di mandarini che discretamente manovravano dietro le quinte. Nel 1906 ebbero una vittoria gigantesca e Lloyd George e Churchill introdussero il Welfare State dietro consiglio di Beveridge ed evirarono la camera dei Lord . Era la middle class al potere con l'appoggio della working class. Lloyd George vinse la guerra ma distrusse il proprio partito e il Labour, l'ala poltica delle Trade Unions gli sottrasse il voto operaio. Solo ora i liberali hanno riconquistato il numero di seggi che avevano nel 1923. Questo flusso di voti laburisti 2005 non distruggerà lo splendido isolamento LibDem visto che Blair li corteggerà nuovamente contro la propria sinistra e non esiterà a rubar loro i vestiti. Come ha detto il 6 maggio: «Non mi sono fatto queste quattro settimane d'inferno per andarmene tranquillamente al diavolo tra qualche mese!».
12 maggio 2005
Malinconie
Sono stato all'estero per qualche giorno, per l'esattezza a Parigi. Mi capita spesso, per lavoro. Tra una settimana sarò negli Stati Uniti. Ogni volta che torno in Italia non posso fare a meno di notare quanto siamo ancora lontani dagli standard dei principali paesi occidentali. Tempo fa ero in Polonia, a Varsavia, non in Svezia o in Danimarca (vado spesso anche da quelle parti), e ho visitato un grande ospedale. Non so se dappertutto sia così, ma quello che ho visto mi ha lasciato stupefatto: in positivo. Non nascondo una certa malinconia. Non parlerò di un paio di esperienze del sistema sanitario americano, della rapidità con la quale ti trovi in mano diagnosi e cura, e con una spesa tutto sommato modica. E le medicine le trovi al supermercato, mica devi impazzire per trovare una farmacia. Però noi abbiamo una grande cucina, ottimi vini ...
01 maggio 2005
Sistemi elettorali
Sarò testardo, ma continuo a ritenere che Giovanni Sartori abbia ragione:
"Il nostro problema è che abbiamo costruito un bipolarismo demenziale fondato, dicevo, su coalizioni millepiedi. E dunque il nostro problema è di arrivare—visto che siamo in democrazia—a coalizioni di governo omogenee di due-tre partiti. Come si fa?
(...) a Berlusconi continua a sfuggire che è proprio il maggioritario secco che moltiplica e frantuma il nostro sistema partitico, e quindi ancora sfugge quale sia il vero cancro del sistema che vorrebbe curare. E poi non è vero che i partiti minori siano costretti a distinguersi per via della proporzionale. Lo farebbero comunque facendo valere la propria identità «differenziante» in sede di governo."
"Il nostro problema è che abbiamo costruito un bipolarismo demenziale fondato, dicevo, su coalizioni millepiedi. E dunque il nostro problema è di arrivare—visto che siamo in democrazia—a coalizioni di governo omogenee di due-tre partiti. Come si fa?
(...) a Berlusconi continua a sfuggire che è proprio il maggioritario secco che moltiplica e frantuma il nostro sistema partitico, e quindi ancora sfugge quale sia il vero cancro del sistema che vorrebbe curare. E poi non è vero che i partiti minori siano costretti a distinguersi per via della proporzionale. Lo farebbero comunque facendo valere la propria identità «differenziante» in sede di governo."
28 aprile 2005
Una disfatta politica e intellettuale
Mentre la campagna elettorale nel Regno Unito vive la fase più combattuta, sul Guardian un certo Richard Gott, estremista di sinistra, "pacifista" e ovviamente anti-Blair, sferra un attacco micidiale nei confronti del Premier, accusandolo di ogni nefandezza possibile e immaginabile. Un attacco che definire vergognoso è troppo poco, al quale tuttavia Norman Geras risponde per le rime. Ed è veramente una ran bella risposta. (Via Wind Rose Hotel)
27 aprile 2005
Ferguson su America ed Europa
"E Dio separò gli Stati Uniti e l’Europa", di Niall Ferguson. Sul Corriere della sera di ieri ("documenti"). Una lettura da non perdere. Anche il documento di oggi a occhio e croce (devo ancora leggerlo!) è interessante: "Basta un no e la Francia esce dalla storia d’Europa" , dell' accademico di Francia Jean d’Ormesson.
Tsunami a lieto fine
Un inglese del Gloucestershire, ritrova vive la moglie e la figlia di 2 anni che credeva morte nello tsunami in Thailandia. La bimba e la madre si erano salvate ed erano state accolte da una famiglia del luogo. Però la donna aveva perso la memoria. (Corriere della sera)
20 aprile 2005
Berlusconi-bis?
Berrlusconi ha deciso di dimettersi. Ha ragione Wind Rose Hotel a richiamare l'ottimo artricolo di Barbara Spinelli sulla "sindrome del supermercato", perché a questo punto con il Berlusconi-bis che si prospetta è proprio dove dice la signora che si va a parare. Ai pochissimi visitatori di questo blog (giustamente) raccomando la lettura dell'articolone succitato.
19 aprile 2005
Ci sarà ancora ...
Mentre la crisi di governo segue il suo corso, sono qui che mi domando se alle prossime elezioni politiche ci sarà ancora un centro-destra contro un centro-sinistra. Ma poi mi sorprendo a pensare che la cosa, alla fin fine, non è che mi riguardi più di tanto, visto che avevo già deciso di non votare. Mi dispiace soltanto di non potre votare per eleggere il prossimo papa: quella è una cosa seria.
14 aprile 2005
I vantaggi del proporzionale
Riprendo il discorso iniziato su Wind Rose Hotel sul sistema elettorale. Anch’io condivido l’ipotesi di Giovanni Sartori (Corriere della Sera di domenica scorsa) per risolvere i problemi dell’Italia dal punto di vista delle coalizioni, che sono entrambe piuttosto disastrate a causa del maggioritario: il sistema tedesco. Pernso di rendere un servizio a chi vuole approfondire l’argomento dando alcuni link (si riferiscono a testi di Sartori e a dibattiti sulla stampa tra lo stesso sartori e altri politologi ed esponenti politici.
Ricordo inoltre che un’alternativa al sistema tedesco potrebbe essere il “doppio turno di collegio”, che era originariamente l'ipotesi prediletta di Sartori, poi messa da parte un po’ a malincuore. Quest’ultima ipotesi era quella che poi fu adottata da Massimo D'Alema quando era segretario dei Ds. Traggo da La Repubblica questa sintesi:
Lo scontro della seconda tornata rimane all'interno dei singoli collegi senza allargarsi sul piano nazionale. Il Parlamento viene eletto con un sistema maggioritario a doppio turno, in cui il numero dei parlamentari equivale a quello dei collegi. Vince al primo turno il candidato che ottiene il 51 per cento dei voti. Se non lo ottiene nessuno, si torna a votare per i quattro partiti che hanno conquistato il maggior numero di voti oppure (proposta D'Alema) per tutti quelli che hanno superato la soglia del sette per cento. Tra i partiti che hanno diritto ad andare al ballottaggio, alcuni possono decidere di rinunciare e invitare il loro elettorato a votare per il candidato politicamente più vicino. I partiti che "desistono" hanno diritto a dividersi un premio, che consiste nel recupero proporzionale del 10-15 per cento dei seggi.
Ed ora ecco i link:
Interventi di Sartori, Panebianco, Passigli, Chiarante. Inizio 99;
Sartori sul Corriere della Sera del 14 dicembre 2002;
Una riflessione di Giovanni Sartori del febbraio 2003;
La posizione di Società Aperta (favorevole al modello tedesco).
Ricordo inoltre che un’alternativa al sistema tedesco potrebbe essere il “doppio turno di collegio”, che era originariamente l'ipotesi prediletta di Sartori, poi messa da parte un po’ a malincuore. Quest’ultima ipotesi era quella che poi fu adottata da Massimo D'Alema quando era segretario dei Ds. Traggo da La Repubblica questa sintesi:
Lo scontro della seconda tornata rimane all'interno dei singoli collegi senza allargarsi sul piano nazionale. Il Parlamento viene eletto con un sistema maggioritario a doppio turno, in cui il numero dei parlamentari equivale a quello dei collegi. Vince al primo turno il candidato che ottiene il 51 per cento dei voti. Se non lo ottiene nessuno, si torna a votare per i quattro partiti che hanno conquistato il maggior numero di voti oppure (proposta D'Alema) per tutti quelli che hanno superato la soglia del sette per cento. Tra i partiti che hanno diritto ad andare al ballottaggio, alcuni possono decidere di rinunciare e invitare il loro elettorato a votare per il candidato politicamente più vicino. I partiti che "desistono" hanno diritto a dividersi un premio, che consiste nel recupero proporzionale del 10-15 per cento dei seggi.
Ed ora ecco i link:
Interventi di Sartori, Panebianco, Passigli, Chiarante. Inizio 99;
Sartori sul Corriere della Sera del 14 dicembre 2002;
Una riflessione di Giovanni Sartori del febbraio 2003;
La posizione di Società Aperta (favorevole al modello tedesco).
13 aprile 2005
A proposito di violenza e croci uncinate negli stadi
"Occorre guardare in faccia questa realtà, soprattutto quando ci interessa da vicino. Si può così scoprire che essa ha molte facce: quella del tifoso che è diventato violento perché ha trasformato in fanatismo il vecchio spirito campanilista; quella del tifoso prezzolato per influenzare con la violenza le scelte societarie; quella del tifoso politicizzato e, infine, quella di chi tifoso non è ma si mescola agli sportivi solo per praticare la violenza come strumento di lotta politica, colpendo a man salva poliziotti e carabinieri. Contro un fenomeno così complesso non esiste una risposta che da sola possa risultare efficace. Ognuno dia quella che gli spetta: per quanto mi riguarda, ho voluto che non ci fossero dubbi sulla risposta del Ministro dell'Interno. "
Giuseppe Pisanu (ministro dell'Interno)
Tratto dalla lettera del ministro al Corriere della Sera (13 aprile). Mi sembra un' impostazione ragionevole.
Giuseppe Pisanu (ministro dell'Interno)
Tratto dalla lettera del ministro al Corriere della Sera (13 aprile). Mi sembra un' impostazione ragionevole.
11 aprile 2005
Dimissioni
Berlusconi ha risposto picche a chi gli chiedeva, dentro la maggioranza, di andare a votare subito. Il centrosinistra è stato prudente: a parte i soliti sproloquiatori, del tipo di Pecoraro Scanio, si sono ben guardati dallo spingere in quella direzione, visto che sanno bene che chi provoca elezioni anticipate è di solito punito dagli elettori. Quindi ci sarà un anno da dimenticare, con un governo diviso su tutto e in balia di un'infinità di ricatti, e un'opposizione unita soltanto dalla voglia di tornare al potere e di mandare a casa Berlusconi. Ci si può dimettere, almeno temporaneamente, da cittadini italiani?
05 aprile 2005
Centrosinistra vincente
Adesso che hanno vinto nel segno di Bertinotti (quanto meno in Puglia, che è il risultato più clamoroso) ai riformisti non resta che incartarsela. Fino a quando l'Unione non perderà malamente un'elezione (non è un augurio, è solo un'ipotesi!) dopo essersi sfasciata sulla politica estera, le danze nel centrosinistra le guiderà Fausto. Altro che Fassino.
04 aprile 2005
Giovanni Paolo II e gli ebrei
Un giornale israeliano racconta il rapporto tra Karol Wojtyla e gli ebrei e cita un paio di episodi. Grazie a Wind Rose Hotel e a Normblog.
Fuori programma
Barbara Spinelli, su La Stampa ha scritto una delle cose più interessanti sul pontefice appena scomparso, pur occupandosi del film "Sine die". Si potrebbe obiettare qualcosa su uno o due punti, ma mi sembra che l'articolo sia degno di attenzione. Ne riporto un pezzo:
Da dove gli viene questa forza speciale? Proprio vedendo Sine die, sembra di vederne la chiave. La chiave è forse nel suo continuo dire parole e scegliere gesti fuori programma, fuori dalle regole. È il suo dire e muoversi che parla direttamente alle varie nazioni e alle varie religioni, come se tutti già fossimo al punto in cui il tempio non è visibile, perché ormai è in ciascun uomo. Queste parole e questi gesti fuori norma sono ricorrenti in Giovanni Paolo II, il film ce lo fa vedere molto bene. C’è una scena stupefacente in cui il Papa si sente talmente in sintonia con i giovani del nostro tempo e con le loro abitudini e le loro musiche rock che per più di due minuti canticchia e geme di gioia, come in dialogo di suoni che solo tra loro è comprensibile, sotto lo sguardo un po’ stupito degli accompagnatori (ci sono spesso momenti in cui si rivolge ai giovani con un sorriso specialmente amico, alzando appena la mano, levandole tutte e due come in una danza). E poi alla fine dell’incontro al Madison Square Garden, a New York, alla fine dell’happening (lui stesso lo chiama: «Un momento carismatico») annuncia per metà soddisfatto per metà complice: «We shall destroy the program» - Distruggeremo il programma, le regole fisse.
Da dove gli viene questa forza speciale? Proprio vedendo Sine die, sembra di vederne la chiave. La chiave è forse nel suo continuo dire parole e scegliere gesti fuori programma, fuori dalle regole. È il suo dire e muoversi che parla direttamente alle varie nazioni e alle varie religioni, come se tutti già fossimo al punto in cui il tempio non è visibile, perché ormai è in ciascun uomo. Queste parole e questi gesti fuori norma sono ricorrenti in Giovanni Paolo II, il film ce lo fa vedere molto bene. C’è una scena stupefacente in cui il Papa si sente talmente in sintonia con i giovani del nostro tempo e con le loro abitudini e le loro musiche rock che per più di due minuti canticchia e geme di gioia, come in dialogo di suoni che solo tra loro è comprensibile, sotto lo sguardo un po’ stupito degli accompagnatori (ci sono spesso momenti in cui si rivolge ai giovani con un sorriso specialmente amico, alzando appena la mano, levandole tutte e due come in una danza). E poi alla fine dell’incontro al Madison Square Garden, a New York, alla fine dell’happening (lui stesso lo chiama: «Un momento carismatico») annuncia per metà soddisfatto per metà complice: «We shall destroy the program» - Distruggeremo il programma, le regole fisse.
03 aprile 2005
Karol
E così è andato. Quanto ho ammirato Karol Wojtyla! Cattolici e non cattolici si sono inchinati, protestanti, ebrei, musulmani, e chissà quante altre religiosità. Oggi sarà un inseguirsi di articoli, editoriali, testimonianze. Finora il più leggibile tra i commentatori mi è parso Vittorio Messori. Sui blog che ho visto qualcuno ha avuto la sensibilità di non scrivere niente, o almeno lo strettissimo necessario, altri si sono "lanciati" (alcuni, con modalità piuttosto discutibili), e hanno esibito scarsa dimestichezza con gli argomenti che toccavano. Quello che resta, ad ogni modo, è la forza della Chiesa, quella polacca in particolar modo, che ha saputo produrre un simile uomo. Ora bisogna assolutamente che il Padre Eterno ce ne mandi se non proprio un altro come lui, almeno uno che non lo faccia rimpiangere amaramente.
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