27 novembre 2005

Sul rapporto tra religioine e politica

Eolo Parodi, se non ricordo male, era il Presidente dell’Ordine dei Medici. Oggi è responsabile Sanità di Forza Italia e presidente Enpam. Ieri sul Giornale c’era un suo articolo che con la medicina non c’entra niente, visto che si occupa di scienza della politica, religione, Machiavelli, ecc., ma è ugualmente interessante. Non condivido molto, ad essere sincero (una visione molto poco, anzi, troppo poco “laica”), però ci sono dei passaggi che mi sembrano culturalmente stimolanti:

Il monito di Santa Caterina: «Molti sono che signoreggiano le città e le castella, e non signoreggiano loro: ma ogni signoria senza questa è miserabile e non dura» è purtroppo, nuovamente, attuale. La politica deve ritrovare la sua fonte di ispirazione primaria che è, e rimane, la visione cristiana della società, dell’uomo, dello Stato. La politica non ispirata dalla religiosità ma da quei principi e valori che fanno del cristianesimo un patrimonio unico e, nella sua forza rivoluzionaria, comune a tutti, credenti e non credenti. Gli stessi principi della Rivoluzione francese, «libertà, uguaglianza, fraternità» affondano nella tradizione cristiana. È il Cristianesimo che, valorizzando la dimensione dell’autocoscienza, ci porta al concetto di libertà ed è la concezione creazionistica che ci fa uguali e fratelli. È il Cristianesimo, afferma H. Bergson, «quello che può permettere una sintesi fra i tre termini» attraverso la solidarietà come momento di mediazione fra la libertà e l’uguaglianza che, nel loro sviluppo, tendono ad essere in posizione antitetica, favorendo la libertà, le diversità e le differenziazioni.La solidarietà, in una dimensione più ampia diventa fraternità, che, come già detto, implica il riconoscersi in un Padre comune. Un mio illustre concittadino, Giuseppe Mazzini, alle cui idee l’Italia e l’Europa intera debbono molto, e non certamente «uomo di Chiesa», riconosceva in un suo scritto, Dell’iniziativa rivoluzionaria in Europa (1834), che nella Dichiarazione dei diritti dell’89 erano stati riassunti i risultati dell’epoca cristiana, ponendo fuor d’ogni dubbio e innalzando a dogma politico, la libertà conquistata nella sfera dell’idea dal mondo greco-romano, l’eguaglianza conquistata dal mondo cristiano e la fratellanza, che è conseguenza immediata dei due termini.

Non credo che sia tutto da buttar via. Sinceramente, ci trovo spunti condivisibili anche da un punto di vista laico (non laicista, ovviamente). L'articolo contiene anche, come dicevo, un riferimento a Machiavelli che, a mio parere, denota una comprensione troppo ristretta e schematica del pensiero politico del Segretario fiorentino. Anche il riferimento agli Stati Uniti è un po' schematico e "a senso unico". Comunque merita di essere letto.

22 novembre 2005

Il problema di Whitman

«Il problema di Whitman, naturalmente, sono le idee; ne aveva, accade a tutti; ma oscuramente, a intermittenza, avvertiva che per un poeta non è una buona cosa avere delle idee».
Lo avrebbe detto, secondo Il Giornale, Giorgio Manganelli. Il giudizio vorrebbe essere caustico, ma a mio avviso non lo è. Un poeta non ha idee, è l'idea che ha il poeta. O meglio, il poeta è l'idea.

21 novembre 2005

Thank you, Norm

Foglie d’erba è un blog che riesco ad aggiornare con un minimo di regolarità soltanto a periodi. Me ne dispiace, ma di più non mi è possibile fare, e questo a causa di impegni lavorativi che mi danno raramente tregua. Ciononostante, oggi mi sono accorto che un blog di quelli che contano (e ad un livello stratosferico!) ha incluso Foglie d’erba nella lista dei suoi link. E’ una novità che non posso non segnalare, con grandissima gioia e soddisfazione, ai non troppo numerosi lettori e amici del blog. Ora in quella lista Foglie d’erba figura insieme a Wind Rose Hotel, che è un altro fantastico blog che mi linka ed è sicuramente il mio preferito tra quelli in italiano. Ed è grazie ai post che ho letto su WRH che ho fatto le mie scoperte più significative nella blogosfera, tra le quali quella del blog del Professor Norman Geras. Questo è un onore doppio, insomma.

Grazie Norm, grazie davvero. Thank you, Norm, thank you very much indeed.

20 novembre 2005

"Il futuro e la speranza dell'umanità"

"I bambini sono il futuro e la speranza dell'umanità e bisogna promuovere e consolidare una politica dell'infanzia". Lo ha scritto Ciampi, in occasione della Giornata dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, in un messaggio inviato alla presidente della Commissione parlamentare per l'Infanzia della Camera, Maria Burani Procaccini, che a quanto pare ha fatto un buon lavoro.

"I bambini sono il futuro e la speranza dell'umanità. Dobbiamo promuovere e consolidare una politica dell'infanzia capace di offrire una qualità migliore dei servizi anche attraverso il contributo prezioso dell'associazionismo e del volontariato. La Commissione Parlamentare per l'infanzia ha contribuito con un lavoro parlamentare attento e scrupoloso, condiviso da tutte le componenti politiche, a far crescere e consolidare - sottolinea il Capo dello Stato - la tutela, la protezione ed il benessere dei minori in Italia. Con sentimenti di vivo plauso e apprezzamento per il vostro costante impegno rivolgo a lei, gentile Presidente, agli illustri premiati, a tutti i componenti la Commissione un cordiale e partecipe augurio di buon lavoro."
(La Stampa di oggi)

Ovviamente sottoscrivo. Tra l'altro, la riconferma di Ciampi alla presidenza della Repubblica mi sembra un'ottima idea.

16 novembre 2005

Torture: indegne dell'America e di tutti i democratici

Essere pro-America non significa non essere in grado di capire che una posizione targata US è indifendibile. Ad esempio quella sulla tortura, argomento più che mai attuale (purtroppo). In questo post di Norman Geras c'è anche quello che pensa il sottoscritto.
Grazie a Rob di Wind Rose Hotel.

14 novembre 2005

Il branco

Ne hanno parlato vari giornai e telegiornali. Questo articolo di Elena Loewenthal su La Stampa di oggi mi sembra un commento interessante.

Non lascia copiare, picchiata dal branco

"A volte hanno fama arcigna. A volte fra le tante mansioni del loro mestierec'è anche quella dell’angelo custode, come è capitato alla bidella della scuolamedia «Enzo Vanoni» di Ardenno, in provincia di Sondrio, richiamata dalle urlaferoci e disperate di una bambina durante l’intervallo. Forte forse di tantaesperienza, forse soltanto di una buona sensibilità, la bidella ha capito chequelle grida non erano un normale chiasso da pausa lezioni. Tutt’altro: eranoinfatti calci e pugni di un'autentica aggressione. La vittima: undici anni. Ilmovente: non aver passato un compito. Lei per fortuna non ha lesioni néfratture. Come si dice in gergo, se la caverà. Ma proviamo a immaginare il suoritorno a scuola, fra qualche tempo. Con i compiti fatti. Perché proprio questaè la sua colpa: avere studiato la lezione. E’ l’ennesimo episodio di bullismo ascuola: più che l'impulso di commentare desta tristezza, certo. E poi l’età: inun’epoca in cui i tempi della vita si allungano quasi a vista d’occhio, certebrutte cose invece sembrano sempre più precoci. Come se si avesse fretta disfogarli, tali soprusi. Ma questo ennesimo episodio racconta una nota dolente inpiù, in rapporto ad altri casi di violenza in erba: è come se avesse undisvalore aggiunto. Che non è solo triste - o tragico: è anche moltopreoccupante. Questa bambina è infatti stata aggredita perché lei è una che sa.Una che evidentemente si era preparata, studiando. Da che mondo è mondo, ilfatto di sapere rappresenta un vantaggio. Ma qui, e in altri casi scolasticianaloghi, la conoscenza costituisce un difetto. Quanto meno, un fattore dirischio. Una specie di debolezza che è meglio tenere nascosta, per non doversubire conseguenze spiacevoli. Ed è così, purtroppo, non soltanto nella scuoladi Ardenno sotto gli occhi vigili di una bidella. E' un male comune (e per lopiù taciuto) nelle scuole di tutta Italia dove, in nome di una morale che certonon si sono inventati loro (e sulla quale dovremmo riflettere, magari dopo cheun profeta televisivo armato di rock dimostra davanti a milioni ditelespettatori di non sapere usare un dizionario d'italiano), i nostri ragazzipreferiscono fare la figura dei bulli piuttosto che quella dei secchioni, anchesolo alzando una mano per enunciare una risposta esatta. Quasi che la conoscenzafosse una vergogna. "

elena.loewenthal@lastampa.it

05 novembre 2005

Roma è con Israele

Sono appena tornato dagli Stati Uniti, dove la notizia, a quanto mi risulta, non è arrivata. Non capisco perché, visto che mi sembra piuttosto importante. La notizia è quella della manifestazione romana di protesta contro la sparata del presidente iraniano e in difesa del diritto di Israele ad esistere. Il commento di windrosehotel, che ha giustamente diffuso l'informazione anche in inglese (anche normblog lo ha fatto) è molto bello. Ma se sulla stampa anglo-americana tutto tace, in francese c'è questo articolo di Le Figaro.

Fa piacere tornare nel proprio Paese e scoprirlo capace di questi gesti.

19 ottobre 2005

Ora Prodi deve dire che cosa intende fare

Un articolo che mi è piaciuto, di quella persona di buon senso che è Franco Debenedetti. La conclusione è la parte dell'articolo che ho apprezzato di più...


La prospettiva è il partito democratico
di Franco Debenedetti
La Stampa del 19 ottobre 2005


Un successo così non l'aveva previsto nessuno. C'è dentro tutta la voglia di unità dell'elettorato di centro sinistra; e c'è la reazione al colpo di mano di Berlusconi sulla legge elettorale. Risulta accentuato il carattere singolare di queste primarie, lanciate da Prodi nel contesto del maggioritario dell'alternanza, ma le cui conseguenze opereranno in un contesto politico opposto, quello del proporzionale, di "questo" proporzionale che sembra fatto apposta per scardinare il bipolarismo. Perché aumenta il potere dei partiti, favorisce le piccole alleanze compatte rispetto alle più complicate ampie coalizioni, premiando di più chi supera gli avversari con un 30% che chi lo fa con il 50%. Perché non saranno neppure operanti, nella prossima legislatura, le clausole antiribaltone previste dalla nuova Costituzione. In caso di vittoria, è sperabile che si metta mano a questa legge: ma al maggioritario sono contrari, oltre che Rifondazione e i Verdi, parte della Margherita e del correntone Ds.

Il partito democratico, con il risultato di domenica, ritorna ad essere la prospettiva su cui scommettere. Il simbolo unico alle elezioni e il gruppo parlamentare unico dopo, appaiono di nuovo obbiettivi possibili. Ma la volontà di aggregazione non può eliminare la presenza di questa forza che agisce in direzione opposta, una legge elettorale che opera in senso disgregante e che continuerà a insidiare la compattezza iniziale. Il successo non deve far dimenticare la singolarità di una vittoria riportata in un gioco di cui nel frattempo sono state cambiate le regole: quelle di prima, neppure la dimensione del consenso varrà a ripristinarle.

Cambiate le regole, è cambiato il contesto politico e questo impone un cambiamento di strategia. Quale? Questa è la domanda cruciale da rivolgere al vincitore delle primarie. Per il vincitore delle elezioni, il problema resta quello di rimettere il Paese sulla strada della crescita. Ma introdurre riforme comporta vincere resistenze diverse e a volte opposte, quelle di chi ha poco e non ha fiducia di poterci guadagnare qualcosa, quelle di chi ha tanto e non vuole perdere nulla. Il compito sarebbe ancora più difficile se i partiti fossero indotti ad appoggiarsi a blocchi di interessi coalizzati, e ogni confraternita avesse il suo partito di riferimento.

Le strategie per selezionare le priorità, per bilanciare rischi e sicurezze, per scegliersi gli alleati, sono diverse se il contesto è quello del maggioritario o quello del proporzionale. Chi, come chi scrive, è entrato in politica con il maggioritario e si è impegnato a fondo quando c'è stata l'occasione di completarlo, vede lucidamente i rischi del proporzionale. Ma non per questo il destino del Paese è segnato e non c'è altro da fare che contenere i danni e assistere al declino.

Il successo conseguito domenica da Romano Prodi si colloca tra passato e futuro: deve dirci che cosa intende farne. Il profilo politico si definisce prima del voto e non a Governo fatto: questo vale sempre, vale ancora di più se, nel frattempo, sono cambiate le regole.

15 ottobre 2005

Pinter e il Nobel contestato

Sui blog che io leggo Harold Pinter non gode di buona stampa, se si può prendere a prestito un modo di dire improprio. Leibniz, Camillo e WRH hanno qualcosa da rimproverargli, e non si tratta di cose da poco. Giuda Maccablog spezza una lancia a suo favore e ha ragione anche lui. Io ho letto qualcosa di Pinter e non mi è dispiaciuto, anche se non è Shakespeare (e neanche Dario Fo, almeno a mio modestissimo parere). Forse, però, non è neanche Grazia Deledda, il cui Nobel ancora non cessa di stupire ...

30 settembre 2005

Casi clinici (gravi)


Il caso clinico senza precedenti, appena pubblicato sulla rivista scientifica internazionale «Cortex» dai neuro-psicologi Sara Mondini, dell’Università di Padova, e Carlo Semenza, dell’Università di Trieste, fornisce una prova biologica di quanto da tempo sociologi, psicologi sociali, politologi ed esperti di comunicazioni di massa avevano sospettato, cioè che il bombardamento ripetuto di certe immagini a mezzo stampa e televisione incide qualcosa di profondo e speciale nel nostro cervello. Detto in modo molto succinto, il caso di V. Z., casalinga italiana di 66 anni, testata ripetutamente da Mondini e Semenza per anni, mostra che una lesione cerebrale specifica può gravemente compromettere la nostra capacità di riconoscere oggetti in genere e volti umani in genere, ma non la capacità di riconoscere Silvio Berlusconi. E’ come se il volto del premier fosse stato inciso nel cervello in un suo canale particolare, in un formato speciale, diverso da quello ordinario degli oggetti e da quello pure ordinario, ma separato, dei volti.
(Corriere della sera)

Questa notizia si presta a svariate interpretazioni. Sarebbe interessante mettere a confronto quelle di Emilio Fede e di Marco Travaglio ...

21 settembre 2005

Otto e mezzo & Democratiya

Sono tornato ieri da uno dei miei viaggi di lavoro ed ho appena ricominciato a prendere contatto con le cose italiane. Vero che anche dall'estero leggevo i media italiani, soprattutto via web, ma ora tocco con mano il casino che c'è nel mio Paese. Per fortuna qualcosa di buono ancora c'è, ad esempio "8 e mezzo", che ieri ha ripreso le trasmissioni. Ottima come al solito, ma devo dire che WindRoseHotel ha ragione a commentare come ha commentato, in un bellissimo post. Condivido le osservazioni e l'ironia, come al solito tagliente. Anche il commento di Wittgenstein mi è piaciuto. Sempre su wrh ho trovato anche una segnalazione interessante: è nata una nuova rivista on-line, Democratiya.

24 luglio 2005

La guerra all'Occidente

Ma non si può certo dire che l'Unione Europea, nonostante gli attentati che già le piovono addosso, che provengono perfino da cittadini d'origine islamica imperfettamente integrati, si prepari a fronteggiare il pericolo in maniera consapevole e coordinata.

La vignetta è tratta da Il Giornale, la citazione sopra e l'articolo di Enzo Bettiza (qua sotto) da La Stampa. Non male entrambi.














La guerra all'Occidente, dichiarata dai fondamentalisti islamici con esplosioni suicide e intimidazioni via internet, sta aprendo in maniera organizzata e sistematica un secondo fronte di fuoco contro l'Europa. Mentre Londra, dopo il 7 luglio, vive ormai in un clima d'angosciata insicurezza che produce anche tragici errori, ecco che gli strateghi del terrore decidono di regalare una vacanza di sangue ai turisti dell'allegra e affollata città sul Mar Rosso. Non è la prima volta che i gruppi stragisti di Al Qaeda, che ebbero proprio nelle madrasse cairote i loro esaltati padri fondatori, colpiscono la capitale o qualche rinomata località dell'Egitto. In aprile tre europei erano stati uccisi e altri feriti in due attentati al Cairo. Nell'ottobre scorso era stata colpita Taba, al confine con Israele: 34 vittime, tra le quali due sorelle italiane. Nel 1997, nei pressi dei templi faraonici di Luxor, i militanti islamici uccisero 58 europei e quattro egiziani.
Ora, a Sharm el-Sheikh, paradiso estremo del Sinai per il quale ogni anno transitano 700 mila italiani, il conto fino adesso accertato delle vittime supera di molto quello di Londra. E' senz'altro il colpo più devastante inferto dai proseliti di Al Qaeda al turismo egiziano, prioritaria fonte di guadagno del Paese guidato con ondivaga moderazione dal presidente Mubarak; ma è, al tempo stesso, un ennesimo ferocissimo attacco simbolico oltreché fisico assestato ai viaggiatori occidentali, in particolare europei, che di Sharm el-Sheikh hanno fatto uno dei loro prediletti luoghi di riposo e di svago. Anche se lo scenario geografico della strage è mediorientale, il vero bersaglio politico e ideologico degli stragisti suicidi sembra essere, in un momento grave come questo, con l'Inghilterra ferita, l'Italia minacciata, la Danimarca intimidita, prevalentemente europeo. Quello che è appena avvenuto in questo angolo occidentalizzato del deserto egiziano è, con ogni probabilità, un frammento, un episodio ben calcolato, della mobile e imprevedibile guerra a singhiozzo iniziata dai terroristi l'anno scorso a Madrid e ora estesa o incombente su altre capitali del nostro continente.
Ma non si può certo dire che l'Unione Europea, nonostante gli attentati che già le piovono addosso, che provengono perfino da cittadini d'origine islamica imperfettamente integrati, si prepari a fronteggiare il pericolo in maniera consapevole e coordinata. La risposta alla minaccia non si muove, come dovrebbe muoversi, sulla scala di una più robusta integrazione comunitaria e continentale. Annaspa invece, come osserva Giuliano Amato, in maniera scoordinata, episodica, minimalistica, su smembrate scalette nazionali. La Francia, dopo aver bocciato la Costituzione europea, reagisce alle bombe su Londra rinchiudendosi ancor più nel proprio guscio esagonale e ristabilendo, contro gli accordi di Schengen, i controlli alle frontiere con gli Stati vicini. La Germania dal canto suo respinge la legge d'applicazione del mandato di arresto europeo, «incompatibile con le garanzie individuali», eliminando così un vitale strumento di coordinamento giuridico, su base comunitaria, nella lotta al terrorismo. Intanto la classe politica italiana, stretta fra le lungaggini della maggioranza e le titubanze dell'opposizione, vara con ritardo un pacchetto di misure antiterrorismo: ritardo che ha lasciato, per troppo tempo, nelle mani demagogiche di Bossi e della Lega il cordone della richiesta popolare di sicurezza.
Il problema odierno di un necessario equilibrio fra sicurezza e libertà si pone, comunque e con urgenza, non soltanto all'Italia ma all'Unione Europea nel suo complesso. In Inghilterra il sindaco londinese di sinistra, Livingstone, storico antagonista di Blair e critico della guerra in Iraq, ha stipulato un mezzo armistizio col leader del governo e del Labour affermando perfino, il giorno prima che la polizia ammettesse di aver ucciso un innocente, che l'uso della forza può diventare tragicamente fatale in una situazione d'emergenza caotica creata dalle «bombe che camminano». Da Londra in questi giorni ci giungono non solo lezioni di flemma: giungono pure, dalla più libera e tollerante società europea, indicazioni di un ponderato riequilibrio fra la sicurezza e la libertà della quale i terroristi si servono spesso per distruggere entrambe. Anche quando sbagliano, gli inglesi non si nascondono dietro un dito, ma con ammirevole implacabilità denunciano l'errore.

19 luglio 2005

Unite Against Terror

Da alcuni tra i principali blog britannici è partita l'idea della Dichiarazione di cui riporto l'inizio e la conclusione (nell'ottima traduzione in italiano che si deve a Wind Rose Hotel). Io l'ho appena firmata.

Gli attacchi terroristici contro i londinesi del 7 luglio hanno provocato la morte di almeno cinquantaquattro persone. Gli attentatori suicidi che il 12 luglio hanno colpito a Netanya, in Israele, hanno ucciso dodici persone, tra cui due ragazze di sedici anni. E il 13 luglio, in Iraq, attentatori suicidi hanno massacrato ventiquattro bambini. Noi siamo solidali con tutti questi sconosciuti, mano nella mano, da Londra a Netanya e a Baghdad: comunità unite contro il terrore.

...

Vi invitiamo a firmare questa Dichiarazione come un primo piccolo passo verso la costruzione di un movimento globale di cittadini contro il terrorismo.

03 giugno 2005

Referendum, l'arte dello spiazzamento

Francesco Rutelli come Fini, ovvero l’arte dello spiazzamento (degli avversari e della maggior parte degli “amici”). Mi domando quanto ci sia di sincero nelle posizioni di entrambi. Ecco cosa riporta il Corriere della Sera. Parla Rutelli:

«Io mi asterrò perchè è il modo politico più efficace per rigettare i quesiti. È la risposta giusta perchè chi vota no involontariamente aiuta chi vuole il sì e imbalsama la legislazione attuale delegittimando la possibilità di modificare la legge».

«Il non raggiungimento del quorum lascia la strada aperta a un miglioramento della legge, mentre il Sì farebbe un macello, producendo una legge inaccettabile. Questa legge non è perfetta, va migliorata. Ma per migliorarla è indispensabile verificarla e affinarla».

«L'estrema complessità del tema forza i promotori dei quesiti a delle semplificazioni sbagliate. Sciabolate e accettate, necessarie per arrivare a coinvolgere il grande pubblico, sono la negazione della complessità della materia e quindi l'astensione rappresenta un radicale rifiuto di questa impostazione. In secondo luogo, l'astensione è il modo politico più efficace per rigettare questa contesa. Chi vota No, involontariamente aiuta la battaglia del Sì».

«Tutti coloro che definiscono in modo aggressivo la scelta dell'astensione, in passato, almeno una volta, si sono politicamente astenuti su altri quesiti. È singolare che oggi chi in passato ha promosso l'astensione attiva, definisca furbesca, miserabile e ipocrita l'azione per l'astensione attiva su questi 4 referendum».


Praticamente posizioni "democristiane" in salsa ex-radicale e post-ulivista. Che casino!

13 maggio 2005

Regno Unito: chi sono i LibDem?

Su La Stampa di oggi si legge un interessante articolo di Richard Newbury che copio/incollo qui dato che è destinato a scomparire dal sito del giornale tra poche ore. Lascio anche la tuitolazione originale.


I LIBERALDEMOCRATICI DI KENNEDY SI ASPETTANO ORA LE AVANCES DEL PREMIER
LibDem, la sinistra dell’establishment

Chi sono i LibDem? Come tutti i partiti sono una coalizione, formata dalla fusione del Partito liberale e di quello socialdemocratico, nato nel 1981 da una scissione del Labour capeggiata da Roy Jenkins che lo vedeva sempre più orientato verso la democrazia socialista. Nel 1983 con il 25% dei voti (ma 25 seggi) quasi sorpassarono i laburisti che ottennero il 27% (ma 209 seggi). La questione è ora se i «vecchi» laburisti insoddisfatti che li hanno votati nel 2005 li riporteranno alla posizione dominante che avevano sotto Gladstone e Lloyd George o se toglieranno loro la base che da sempre li vota come noblesse oblige Un minimo sospetto di socialismo li getterebbe nelle braccia del Partito conservatore, per tradizione «liberale» e unificatore, che, se tornasse alla propria vocazione sotto una diversa dirigenza, potrebbe aspettarli suadente al varco. Specie se la sinistra laburista cercherà di formare un governo «settario» e classista. Il Nuovo Labour creato da Brown e Blair (che entrarono in Parlamento nel 1983, quando il partito toccò il suo punto più basso) era riuscito a riconquistare dai conservatori gli operai qualificati «rubati» dalla Thatcher nel 1979 e che nel 1997 eran divenuti un neo-ceto medio. Anche gli elettori liberali di ceto medio-alto non esitarono ad affidare il loro voto a livello nazionale a un Nuovo Labour che si presentava come «figlio del liberalismo».Se il «progetto» New Labour non si unì allo scisma socialdemocratico fu per tenersi i 200 seggi solidamente operai e fedelmente laburisti. Però rubò gli abiti ai LibDem e programmò una convergenza con essi. Roy Jenkins era il mentore di Blair. Anzi tutti i suoi eroi- Gladstone, Lloyd Georgem Keynes e Beveridge- erano tutto liberali. Secondo Jenkins liberali e laburisti non hanno mai avuto meno del 55% dei voti ma, divisi, avevano regalato il 70% del XX secolo ai conservatori. Nel '97 Blair non credeva che avrebbe ottenuto una maggioranza neppure di 66 seggi (quella che ha oggi) e il suo progetto per evirare la sinistra era di formare un governo LibLab con l'allora leader liberale Paddy Ashdown come ministro degli Esteri. La sua stravittoria lo rese politicamente impossibile e il piano B fu di conquistare il centro spingendo i LibDem a sinistra e i conservatori verso la destra insensata. Però coinvolse i LibDem nella devoluzione di Scozia e Galles dove sono al governo e dove (grazie ai sussidi inglesi) hanno realizzato gran parte del programma elettorale 2005, dall'abolizione delle tasse universitarie all'assistenza gratuita per gli anziani. Blairismo e Brownismo significano che tutti i partiti hanno accettato un'ampia spesa pubblica in servizi, però orientati dal mercato e vasti tagli a vantaggio dell'efficienza, contro i burocrati. Brown ne ha già licenziati 100.000 mentre i tory puntavano a farne fuori altri e volevano nei prossimi 6 anni un aumento della spesa inferiore solo dell'1%. La chiusura della Rover ha avuto un effetto minimo sui risultati di Birmingham. Se sono partiti 29.000 posti, ne sono stati creati 189.000. Questo clima politico è l'eredità di Blair. I LibDem piacciono agli studenti (i futuri professionisti della benestante middle class) e ai professionisti attuali nel campo giuridico, contrari alle carte d'identità e agli arresti domiciliari di sospetti terroristi, e soprattutto nell'amministrazione, i media e l'istruzione. Insomma è il partito dell'Independent, il Guardian e la BBC. Il fatto di voler alzare le tasse dal 40 al 50% per chi superi il reddito annuale di 50.000 sterline lorde li fa sentire generosi con il pubblico. Però in realtà trasformandole in università gratuita di fatto aboliscono il costo dell'istruzione dei propri figli. Un tassa locale sul reddito, anziché la Council Tax sul valore della casa, avvantaggia questo tipo di ceti medi una volta pensionati. In più assistenza gratuita agli anziani significherebbe non sperperare la propria eredità in case di riposo e cure per i propri genitori. I LibDem sono responsabili nei confronti dell'ambiente e sono stati i primi a introdurre raccolta differenziata e riciclaggio. Sono il partito del principe Carlo e dell'arcivescovo di Canterbury (anche se in quanto Lords nessuno dei due può votare o sostenere pubblicamente un partito). Sono il partito delle amministrazioni locali e infatti, mentre hanno sottratto Sheffield e Newcastle ai laburisti, hanno in mano più consigli comunali e contee dei conservatori. La base del loro potere sta negli enti locali e nel parlamento europeo e sono l'unico partito inequivocabilmente pro Europa.In ogni caso questa volta a livello nazionale non hanno trasferito il loro voto tatticamente ai laburisti e hanno trovato i conservatori troppo estremi. Il tema dell'immigrazione ha mobilitato la base conservatrice ma ha respinto le conversioni. I LibDem erano l'unico partito anti guerra. Non erano però anti US, bensì pro UN. Il partito del libero scambio ha sempre creduto che ovunque la gente sia «ragionevole». Non è un partito anti guerra tout court - Lloyd George vinse la I Guerra mondiale, Gladstone contro la vittoriosa guerra afgana di Disraeli vinse nel 1880 ma sei mesi dopo invase l'Egitto (abbandonato nel 1954). Blair nelle sue prime quattro guerre (Iraq nel '98, Serbia nel '99, Sierra Leone 200, Kosovo 2001) indossò il manto gladstoiano delle guerre moralmente giustificabili. E' ovvio che a Kennedy opporsi all'invasione dell'Iraq non è costato niente visto che tanto non si sarebbe mai recato a Washington come primo ministro. In ogni caso nell'insieme il partito degli alti funzionari statali e della Bbc giudicò questa guerra contraria agli interessi della Gran Bretagna in quanto potenza commerciale globale con grossi scambi e interessi nel mondo mussulmano.I LibDem sono il partito dell'Establishment. Sono sempre stati un'élite di mandarini che discretamente manovravano dietro le quinte. Nel 1906 ebbero una vittoria gigantesca e Lloyd George e Churchill introdussero il Welfare State dietro consiglio di Beveridge ed evirarono la camera dei Lord . Era la middle class al potere con l'appoggio della working class. Lloyd George vinse la guerra ma distrusse il proprio partito e il Labour, l'ala poltica delle Trade Unions gli sottrasse il voto operaio. Solo ora i liberali hanno riconquistato il numero di seggi che avevano nel 1923. Questo flusso di voti laburisti 2005 non distruggerà lo splendido isolamento LibDem visto che Blair li corteggerà nuovamente contro la propria sinistra e non esiterà a rubar loro i vestiti. Come ha detto il 6 maggio: «Non mi sono fatto queste quattro settimane d'inferno per andarmene tranquillamente al diavolo tra qualche mese!».

12 maggio 2005

Malinconie

Sono stato all'estero per qualche giorno, per l'esattezza a Parigi. Mi capita spesso, per lavoro. Tra una settimana sarò negli Stati Uniti. Ogni volta che torno in Italia non posso fare a meno di notare quanto siamo ancora lontani dagli standard dei principali paesi occidentali. Tempo fa ero in Polonia, a Varsavia, non in Svezia o in Danimarca (vado spesso anche da quelle parti), e ho visitato un grande ospedale. Non so se dappertutto sia così, ma quello che ho visto mi ha lasciato stupefatto: in positivo. Non nascondo una certa malinconia. Non parlerò di un paio di esperienze del sistema sanitario americano, della rapidità con la quale ti trovi in mano diagnosi e cura, e con una spesa tutto sommato modica. E le medicine le trovi al supermercato, mica devi impazzire per trovare una farmacia. Però noi abbiamo una grande cucina, ottimi vini ...

01 maggio 2005

Sistemi elettorali

Sarò testardo, ma continuo a ritenere che Giovanni Sartori abbia ragione:

"Il nostro problema è che abbiamo costruito un bipolarismo demenziale fondato, dicevo, su coalizioni millepiedi. E dunque il nostro problema è di arrivare—visto che siamo in democrazia—a coalizioni di governo omogenee di due-tre partiti. Come si fa?

(...) a Berlusconi continua a sfuggire che è proprio il maggioritario secco che moltiplica e frantuma il nostro sistema partitico, e quindi ancora sfugge quale sia il vero cancro del sistema che vorrebbe curare. E poi non è vero che i partiti minori siano costretti a distinguersi per via della proporzionale. Lo farebbero comunque facendo valere la propria identità «differenziante» in sede di governo."

28 aprile 2005

Una disfatta politica e intellettuale

Mentre la campagna elettorale nel Regno Unito vive la fase più combattuta, sul Guardian un certo Richard Gott, estremista di sinistra, "pacifista" e ovviamente anti-Blair, sferra un attacco micidiale nei confronti del Premier, accusandolo di ogni nefandezza possibile e immaginabile. Un attacco che definire vergognoso è troppo poco, al quale tuttavia Norman Geras risponde per le rime. Ed è veramente una ran bella risposta. (Via Wind Rose Hotel)

27 aprile 2005

Ferguson su America ed Europa

"E Dio separò gli Stati Uniti e l’Europa", di Niall Ferguson. Sul Corriere della sera di ieri ("documenti"). Una lettura da non perdere. Anche il documento di oggi a occhio e croce (devo ancora leggerlo!) è interessante: "Basta un no e la Francia esce dalla storia d’Europa" , dell' accademico di Francia Jean d’Ormesson.

Tsunami a lieto fine

Un inglese del Gloucestershire, ritrova vive la moglie e la figlia di 2 anni che credeva morte nello tsunami in Thailandia. La bimba e la madre si erano salvate ed erano state accolte da una famiglia del luogo. Però la donna aveva perso la memoria. (Corriere della sera)