03 marzo 2006

Bye Bye Mr Diliberto

Sul famigerato caso Diliberto (sulle oscenità che ha avuto il coraggio di dire), di cui si discute oramai dappetutto: giornali, radio, tv, blog, al bar, sul lavoro e persino per strada, vorrei dire la mia molto sinteticamente. Innanzitutto, quel tipo è riuscito a far parlare di sé tutta l'Italia, e questo deve sembrargli un risultato strepitoso (e forse lo è, in termini elettorali, ovviamente). Oltretutto ha detto solo quel che pensa, da sempre, e non soltanto lui: c'è una buon terzo dell'Unione che la pensa allo stesso modo. Quindi non lo si può accusare di nulla, a meno che non si voglia imporre agli altri come e cosa pensare o non pensare.
Quindi lui è a posto.
Il problema, insomma, non è lui: siamo noi, noi che non la pensiamo come lui, anzi che la pensiamo in maniera opposta. Noi che, semplicemente, come ha scritto Il Riformista, non possiamo stare insieme a lui in nessun posto, tanto meno nell'Unione. Ora, a Diliberto questa situazione in cui lui dice quel che pensa e nessuno gli dice niente, può far comodo, fa effettivamente comodo, dal momento che non può andare alle elezioini da solo. Ma al resto dell'Unione conviene?
Io, comunque, la penso allo stesso modo di WRH: quelli non li voto manco se m'ammazzano, e se mi fanno girare le scatole finisce che voto per quegli altri: sì, per il centrodestra, per dare una bella lezione a quelli come Prodi, D'Alema, Fassino e Rutelli, che fanno finta di niente. Io no. Non faccio finta di nulla. Che Diliberto se ne vada all'inferno, e insieme a lui tutti coloro che usurpano il nome della sinistra facendoci credere che Stalin, Che Guevara o Fidel Castro sono la nostra guida. Sarà magari la loro. Non la mia. Io sto con Tony Blair.

Alla ricerca dell'arca perduta

Ennio Caretto si occupa sul Corriere della Sera di oggi di una questione molto singolare:

Esistevano davvero i nemici tedeschi di Indiana Jones: Himmler li spedì a convalidare le fantasie del Führer
I predatori nazisti dell’arca perduta

WASHINGTON - Nel film I predatori dell’arca perduta , ambientato negli anni Trenta, due agenti segreti americani informano Indiana Jones che Hitler «ha l’ossessione dell’occulto e sta mandando archeologi in giro per il mondo a caccia di antichità religiose». Finzione cinematografica? No, realtà, come spiega The Master Pl an , uno straordinario libro di Heather Pringle, la storica canadese autrice del bestseller del 2001 The Mummy Congre ss (tradotto in italiano nel 2002 con il titolo I segreti della mummie , Piemme, pagine 383, 18,90). Senza nominarla, precisa la Pringle, il film si riferisce all’organizzazione Ahnenerbe («Eredità ancestrale»), fondata nel 1935 da Heinrich Himmler, capo delle SS e alter ego del Führer, col compito di dimostrare che «la civiltà umana è esclusivamente un prodotto ariano», come Hitler aveva scritto in Mein Kampf . L’Ahnenerbe fu il braccio accademico delle SS, narra la storica, ispirato alla dottrina della superiorità razziale, un prestigioso serbatoio di cervelli che nel 1939, all’apice dell’attività, raccolse 137 studiosi e 82 tecnici. Ma che segnalò anche al nazismo gli «impuri», ossia agli ebrei, fornendogli «la giustificazione scientifica» dell’Olocausto. I predatori dell’arca perduta non è l’unico film che si rifaccia all’Ahnenerbe. Nelle avventure di James Bond, il quartier generale del mortale nemico dell’agente 007, Ernst Stavros Blofeld, è il castello di Mittersill, dove l’Ahnenerbe situò il Museo degli scheletri di 86 ebrei - uomini, donne e bambini - su cui aveva prima condotto atroci esperimenti. E nel film Sette anni in Tibet , l’attore Brad Pitt riveste i panni di un emissario d’Ahnenerbe, lo scalatore Heinrich Harrer, deceduto il 7 gennaio scorso, intrappolato nel Paese asiatico dalla seconda guerra mondiale. Ma sono cenni fugaci, che non gettano luce sull’organizzazione. The Master Plan , pubblicato negli Stati Uniti dall’editore Hyperion, ne svela invece il ruolo cruciale in quella che doveva essere la costruzione dell’impero ariano, il più fulgido della storia, e nell’eliminazione dei semiti. Himmler, osserva la Pringle, era certo che la razza suprema avesse dominato il mondo prima delle glaciazioni e ogni continente ne conservasse le prove irrefutabili. L’Ahnenerbe doveva scoprirle e consegnarle al Führer. A spingere la storica a interessarsi dell’istituto, su cui ha rintracciato migliaia di documenti, fu il lavoro per The Mummy Congre ss, un libro sui millenari resti umani nelle cave nordiche. Himmler aveva una teoria in merito: si trattava di individui uccisi o sacrificati per omosessualità dagli antenati germanici (i nazisti rinchiusero poi quasi 15 mila gay, segnalati da triangoli rosa, nei campi di sterminio). La Pringle fece una ricerca sulla passione del padre delle SS per la preistoria e arrivò alla Ahnenerbe. Ne rimase, ammette, affascinata e sconvolta. Alla sua fondazione nel 1935, riferisce, Himmler vi prepose come direttore operativo Wolfram Sievers, membro delle SS, e come presidente Hermann Wirth, archeologo che aveva scoperto «artefatti ariani» nei Paesi scandinavi, a cui subentrò due anni dopo il collega Walther Wust. Il merito di Wirth: aveva elaborato una dottrina ad hoc : l’antica Atlantide era stata il primo impero tedesco, andava dall’Islanda alle Azzorre e le isole Canarie e di Capoverde ne erano le ultime vestigia. Secondo Hitler, la razza ariana era rifiorita secoli più tardi in Grecia e in Italia, «il terreno più favorevole». L’Ahnenerbe si prefisse di dimostrarlo. Nel 1937, inviò in Val Camonica l’archeologo Franz Altheim e la sua amante, la fotografa Erika Trautmann, la protetta di un altro gerarca nazista, Hermann Göring. I due tornarono con tracce di una presenza teutonica simili a quelle reperite da Wirth in Scandinavia, «a conferma» che l’antica Roma era un derivato degli ariani. Da quel momento, le spedizioni di Ahnenerbe si moltiplicarono e i suoi studiosi, con funzioni anche di spionaggio, si spinsero in Medio Oriente, in Asia centrale, persino in America Latina. La coppia Altheim-Trautmann esplorò la Dalmazia, la Romania, la Siria e l’Iraq, dove accertò che «i beduini considerano Hitler e Mussolini come divinità». Il Führer si persuase che l’impero tedesco - non romano - si fosse esteso a Oriente fino all’Asia centrale e a Occidente fino alla Bolivia. E concepì il progetto di ripristinarlo con una massiccia emigrazione. Per la Crimea, che voleva depurare dagli ebrei, rileva la Pringle, Hitler scelse gli alto-atesini, «i goti sopravvissuti alle glaciazioni», che nel 1939, sulla scia di un accordo con Mussolini, avevano optato in maggioranza di lasciare l’Italia per la Germania. «Non ci sono difficoltà fisiche né psicologiche - proclamò -. Devono solo scendere lungo la grande arteria tedesca del Danubio». Il trapianto avrebbe dato il via alla totale colonizzazione dell’Est europeo, con gli insediamenti germanici collegati da una rete di autostrade. Ma l’avverso andamento del conflitto impedì al Führer di realizzare il suo Master Plan . La stessa sorte subì la colonizzazione della Bolivia, affidata nel 1939 dall’Ahnenerbe a un suo dirigente, Edmund Kiss. Stando a Kiss, Tiwanaku, l’antica capitale delle Ande, era stata costruita da esploratori nordici, da cui avrebbe acquisito il Dio sole e il calendario. Un retroscena che contribuisce a spiegare perché nel dopoguerra molti nazisti cercarono rifugio in America Latina. Nella mappa di Himmler, riprodotta in un’illustrazione del libro, in Asia l’impero doveva arrivare all’India, le cui sacre scritture - il Rig Veda, la più antica raccolta di inni agli dei in sanscrito - erano state attribuite dall’archeologo Walther Wust ai popoli teutonici. In tale quadro fu organizzata la spedizione in Tibet verso la città proibita di Lhasa, al comando di Ernst Schaefer e Bruno Berger, in cui vennero fotografati duemila individui e ne vennero misurati 376. Naturalmente l’esito della spedizione fu ovvio: anche gli ascendenti dei tibetani risultarono tedeschi, incluso un bambino appena individuato come il quattordicesimo Dalai Lama, quello attuale. Pochi anni dopo, nel 1943, su ordine di Wolfram Sievers, il direttore operativo dell’Ahnenerbe, Berger, partecipò a una delle peggiori efferatezze naziste: i test medici - e le torture - su 86 ebrei a Natzweiler, la loro uccisione nella camera a gas, la macerazione dei loro cadaveri e la preservazione dei loro scheletri nel Museo del castello di Mittersill. Heather Pringle mette in rilievo l’attività antisemita dell’Ahnenerbe: segnalare alle SS i gruppi «non ariani», una condanna a morte. E si chiede perché solo Sievers venne giustiziato in seguito ai processi di Norimberga, perché Berger ebbe tre anni di carcere con la condizionale, perché Schaefer e altri furono lasciati liberi, ripresero la loro carriera e spesso godettero dei tesori d’arte trafugati nelle loro esplorazioni. Con alcune eccezioni, la storica descrive i 137 studiosi e gli 82 tecnici come una congrega di razzisti, collaborazionisti, esaltati, accademici che fecero un patto con il diavolo. Il libro contiene anche una intervista dell’autrice realizzata nel 2002 con Berger, allora ancora in vita, novantunenne, in uno studio traboccante di antichità tibetane. L’ex nazista continuava a credere, commenta Heather Pringle, all’inferiorità degli ebrei, «una razza con caratteristiche mongoloidi», contestava la sentenza a suo carico, si professava vittima della politica. Soltanto quando gli chiese del Museo degli scheletri, Berger si mise sulla difensiva: «Fui intrappolato, ignoravo che sorte attendesse gli ebrei da me esaminati».

Il libro della storica canadese Heather Pringle «The Master Plan» (pagine 384, $ 24,95) è uscito negli Stati Uniti il 15 febbraio presso l’editore Hyperion di New York Il volume è uscito contemporaneamente in Canada da Penguin Canada e in Gran Bretagna da Fourth Estate L’autrice, nata nel 1952 a Edmonton, è una delle saggiste di maggior successo del Nord America su argomenti archeologici.

19 febbraio 2006

Calderoli e Rushdie

Che differenza c'è fra l’affaire Calderoli e il caso Rushdie? Se lo chiede Antonio Socci su Libero stamattina. “La domanda potrà stupire”, riconosce Socci, “riflettiamoci con la mente libera”. Per carità, riflettiamoci pure con calma e sangue freddo. L’articolo l’ho letto tutto, ma io, dopo aver letto, sono rimasto dell’idea che qualche differenza c’è: Rushdie, ad esempio, non era un ministro in carica di un governo qualsivoglia. La differenza che Wind Rose Hotel vede tra un ministro e un vignettista, un attore comico, un militante politico qualsiasi. Ora si potrebbe aggiungere: e uno scrittore di romanzi. Comunque, ecco qua il pezzo dell’articolo che Libero ha riprodotto sul suo sito web. Ce n’è abbastanza per non trovare alcuna pezza d’appoggio per la tesi dell’autore. Ma giudicate voi.

Penso, come tanti, che le trovate e i modi del ministro Calderoli siano simpatici come una rettoscopia. Insomma il tipo non mi piace per niente. Ma ciò detto mi chiedo: che differenza c'è fra la sua vicenda e il "caso Rushdie"? La domanda potrà stupire, ma riflettiamoci con la mente libera. Calderoli ha dichiarato di aver fatto fare una maglietta (ripeto: una banale maglietta), che nessuno ha ancora visto (ripeto: mai visto), dunque praticamente inesistente, dove ha fatto stampare alcune delle innocue vignette del giornale danese. È venuto giù il mondo: sia quello islamico, in Libia (con morti e feriti fatti dal regime), sia quello nostrano (intellettuali e politici in testa). Il ministro, che ha già una fatwa pendente sulla sua testa, è stato "indicato" come "maiale" in un sito che si ritiene vicino ad Al Qaeda e tutti i giornali italiani, tutti i politici e gli intellettuali l'hanno moralmente e politicamente "linciato". Salman Rushdie ha avuto il trattamento opposto. Lo scrittore anglo-indiano pubblicò nel 1989 un romanzo, "Versetti satanici" che è stato letto da un mare di persone (ripeto: letto da migliaia di persone). Il libro era obiettivamente molto ruvido verso Maometto e l'Islam, infatti suscitò le ire degli ayatollah iraniani. L'autore ne ricavò una fatwa, anni di nascondimento, tanti diritti d'autore e la notorietà mondiale. Ebbene, tutta l'intellighentsia del mondo, compresa quella progressista italiana, che non ha mai speso una parola per i due milioni di cristiani massacrati in Sudan dagli islamici, è insorta al suo fianco e da anni lo porta in trionfo come eroe e "martire" del libero pensiero. Per vedere cosa dicono di lui, da anni, basta scorrere le cronache. Il 23 maggio scorso - per esempio - Rushdie ha partecipato al IV festival mondiale delle letterature e l'assessore capitolino alla Cultura Gianni Borgna, intellettuale serio e accorto, l'ha così definito: «Rushdie è divenuto un simbolo vivente di coraggio, indipendenza di pensiero e lotta contro l'intolleranza e il fanatismo.

10 febbraio 2006

Tutta colpa di Bertinotti?

Sergio Romano, sul Corriere della Sera, spiega molto bene perché la sinistra “riformista” non può chiedere a Bertinotti di essere meno “ambivalente” sulla questione dei no global:

Non è ragionevole (…) che la sinistra riformista gli chieda di mettere ordine fra le sue truppe. Bertinotti potrebbe replicare ricordando le molte circostanze in cui i leader dei Ds, a livello nazionale o locale, hanno chiuso gli occhi di fronte alle intemperanze dei centri sociali e corteggiato i piccoli tribuni antagonisti che sono emersi dalle manifestazioni degli scorsi anni. Quante occupazioni abusive, quante interruzioni di servizi pubblici, quanti scioperi senza preavviso, quanti cortei e girotondi sono stati, se non esplicitamente giustificati, perdonati e attribuiti agli errori del governo? Se i riformisti vogliono fare a meno di Bertinotti, devono cercare di conquistare quella costola della sinistra che è da sempre la malattia infantile del progressismo italiano affrontandola con franchezza e cercando di persuaderla della bontà dei loro programmi. Se non vogliono assumersi questa responsabilità devono accettare l'ambivalenza di Bertinotti. Ma non è né logico né politicamente ragionevole chiedergli di fare ciò di cui essi non sono capaci.

Quello che scrive Wind Rose Hotel circa l'assottigliamernto delle incertezze elettorali di qualche elettore potenziale dell'Unione, per altro, mi sembra molto condivisibile.

27 gennaio 2006

Ha vinto Hamas, ma la pace è ancora possibile

Ha vinto Hamas, e la storia imprime una svolta che sembra epocale alla questione palestinese. Il dato è indubbiamente molto grave, un segnale difficilmente classificabile nell'ordine della normalità. Tuttavia non sono d'accordo con chi giudica in maniera assolutamente negativa e pessimistica il quadro che emerge da questo risultato elettorale. Si dice: la democrazia non può consistere in questo. Ma la democrazia è "anche" questo.
La democrazia èuna prassi che, comunque, paga. Paga nei tempi lunghi, però. Ad esempio, vorrei sapere come diamine faranno quelli di Hamas a gestire la situazione. Sceglieranno il realismo o la demagogia anche adesso che hanno il potere? E se sceglieranno la demagogia, cioè il caos e il congelamento del processo di pace, cosa faranno gli elettori la prossima volta? Li puniranno o li premieranno? Secondo me li puniranno. E' per questo che ritengo molto improbabile una "scelta demagogica".
In altre parole, lo confesso, sono ottimista. Sono ottimista nonostante tutto. Credo che la democrazia vincerà. Il perché lo ha spiegato piuttosto bene Christian Rocca, anche se, qua e là, forse, bisognerebbe fare qualche distinguo (ad esempio il paragone tra la Palestina e l'Europa del dopoguerra, che francamente mi sembra un po' tirato per i capelli). Interessanti e condivisibili mi sembrano anche le cose che scrive 1972. Penso che presto, comunque, sapremo come se la caveranno i vincitori.

18 gennaio 2006

Wikipedia è attendibile? Mica tanto

Nella sua “Bustina di Minerva” di questa settimana su L’Espresso, dedicata a Wikipedia e, in generale, al problema (serissimo) dell’attendibilità delle informazioni che si possono ricavare da Internet, Umberto Eco scrive cose che dovrebbero essere attentamente meditate. Personalmente condivido totalmente. Copio/incollo qui di seguito.

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Un dibattito sta agitando il mondo di Internet ed è quello su Wikipedia. Per chi non lo sappia, si tratta di una enciclopedia in linea che viene scritta direttamente dal pubblico. Non so sino a qual punto una redazione centrale controlli i contributi che arrivano da ogni parte, ma certamente quando mi è capitato di consultarla su argomenti che conoscevo (per controllare solo una data o il titolo di un libro) l'ho sempre trovata abbastanza ben fatta e bene informata. Però l'essere aperta alla collaborazione di chiunque presenta i suoi rischi, ed è accaduto che certe persone si siano viste attribuire cose che non hanno fatto e addirittura azioni riprovevoli. Naturalmente hanno protestato e la voce è stata corretta.
Wikipedia ha anche un'altra proprietà: chiunque può correggere una voce che ritiene sbagliata. Ho fatto la prova per la voce che mi riguarda: conteneva un dato biografico impreciso, l'ho corretto e da allora la voce non contiene più quell'errore. Inoltre nel riassunto di uno dei miei libri c'era quella che ritenevo una interpretazione scorretta, dato che vi si diceva che io 'sviluppo' una certa idea di Nietzsche mentre di fatto la contesto. Ho corretto 'develops' con 'argues against', e anche questa correzione è stata accettata.
La cosa non mi tranquillizza per nulla. Chiunque potrebbe domani intervenire ancora su questa voce e attribuirmi (per gusto della beffa, per cattiveria, per stupidità) il contrario di quello che ho detto o fatto. Inoltre, dato che su Internet circola ancora un testo in cui si dice che io sarei Luther Blissett, il noto falsario (e anche dopo anni che gli autori di quelle beffe hanno fatto il loro bel 'coming out' e si sono presentati con nome e cognome), potrei essere così malizioso da andare a inquinare le voci riguardanti autori che mi sono antipatici, attribuendo loro falsi scritti, trascorsi pedofili, o legami coi Figli di Satana.
Chi controlla a Wikipedia non solo i testi ma anche le loro correzioni? O agisce una sorta di compensazione statistica, per cui una notizia falsa verrà prima o poi individuata?
Il caso di Wikipedia è peraltro poco preoccupante rispetto a un altro dei problemi cruciali di Internet. Accanto a siti attendibilissimi fatti da persone competenti esistono in linea siti del tutto fasulli, elaborati da pasticcioni, squilibrati o addirittura da criminal nazisti, e non tutti gli utenti del Web sono capaci di stabilire se a un sito bisogna dare fiducia o meno.
La cosa ha un risvolto educativo drammatico, perché ormai si sa che scolari e studenti spesso evitano di consultare libri di testo ed enciclopedie e vanno direttamente a prelevare notizie su Internet, a tal punto che da tempo sostengo che la nuova fondamentale materia da insegnare a scuola dovrebbe essere una tecnica della selezione delle notizie in linea - salvo che si tratta di un'arte difficile da insegnare perché spesso gli insegnanti sono tanto indifesi quanto i loro studenti.
Molti educatori si lamentano inoltre del fatto che i ragazzi, ormai, se debbono scrivere il testo di una ricerca o addirittura una tesina universitaria, copiano quello che trovano su Internet. Quando copiano da un sito inattendibile si dovrebbe presumere che l'insegnante si renda conto del fatto che dicono delle panzane, ma è ovvio che su certi argomenti molto specialistici è difficile stabilire subito se lo studente dice qualcosa di falso. Poniamo che uno studente scelga di fare una tesina su un autore molto ma molto marginale, che il docente conosce di seconda mano, e gli attribuisca una data opera. Sarebbe il docente in grado di dire che quell'autore non ha mai scritto quel libro - a meno che per ogni testo che si riceve (e talora possono essere decine e decine di elaborati) si vada a fare un accurato controllo su varie fonti?
Non solo, lo studente può presentare una ricerca che pare corretta (e lo è) ma che ha direttamente copiato da Internet per 'taglia e incolla'. Sono propenso a non ritenere tragico questo fenomeno perché anche copiare bene è un'arte non facile, e uno studente che sa copiare bene ha diritto a un buon voto. D'altra parte, anche quando non esisteva Internet, gli studenti potevano copiare da un libro trovato in biblioteca e la faccenda non cambiava (salvo che comportava più fatica manuale). E infine un buon docente si accorge sempre quando un testo è copiato senza criterio e annusa il trucco (ripeto, se è copiato con criterio, tanto di cappello).
Tuttavia ritengo che esista un modo molto efficace di sfruttare pedagogicamente i difetti di Internet. Si dia come esercizio in classe, ricerca a casa o tesina universitaria, il seguente tema: 'Trovare sull'argomento X una serie di trattazioni inattendibili a disposizione su Internet, e spiegare perché sono inattendibili'. Ecco una ricerca che richiede capacità critica e abilità nel confrontare fonti diverse - e che eserciterebbe gli studenti nell'arte della discriminazione.
Umberto Eco

08 gennaio 2006

A sinistra volano gli stracci

Molto divertente lo scambio di “complimenti” tra Beppe Grillo, i lettori del suo blog e “L’Unità”. Il tutto presentato dal giornale fondato da Antonio Gramsci (come qualcuno ogni tanto ricorda). Interessante è pure la chiamata in causa di Marco Travaglio da parte del Grillo e le risposte dei lettori. E infine, vera ciliegina sulla torta, il ragionamento di Francesco Cossiga su Travaglio. Sempre su “L’Unità” di oggi. Leggere per credere:

E sul blog di Grillo la protesta va in barca
Probabilmente Beppe Grillo se lo aspettava. Perché, come ogni blogger esperto, sa che il suo rapporto con i lettori sarà sempre in bilico fra l’identificazione e lo scontro, l’idillio e la battaglia delle idee. Era idillio quando Grillo svelava i retroscena dei crack Parmalat e Cirio, la truffa dei bond argentini, o quando sosteneva la protesta No Tav in Val Susa. È scontro ora che la crociata moralizzatrice del suo blog (www.beppegrillo.it) si scaglia contro i dirigenti Ds e l’Unità, presa di mira, insieme al suo direttore, nel suo ultimo messaggio.
Grillo critica la Striscia Rossa del 6 gennaio che recita: «Il fiorire di mammole e verginelle che si ritraggono scontrosette perché Fassino tifa per la banca delle coop e D’Alema ha la passione della barca fa sorridere. Il politico di sinistra deve andare in giro con le scarpe di pessima marca, sul pattino se gli piace il mare e vestire povero. Infatti la barca di Beppe Grillo non scandalizza nessuno, quella di D’Alema fa impressione». Parole di Vincenzo Cerami, da un’editoriale de Il Messaggero. Grillo protesta sostenenendo che è uno «scoop falso», perché «io non posseggo una barca. L’ho avuta, ma l’ho venduta la scorsa estate». Quindi l’appello a Marco Travaglio: «Travaglio vieni via, ne va della tua reputazione a rimanere lì. Se vuoi,vieni a scrivere nel mio blog». Ma il corto circuito fra natanti, finanza e opposizione dura e pura crea scompiglio fra i lettori, oltre mille i commenti postati in meno di due giorni. E a fianco dei sostenitori del comico genovese, molti prendono le distanze, criticando l’ultima invettiva.
Ci sono quelli che, come Lamberto Lamarina, pacatamente spiegano che «il fatto di avere abbastanza soldi per potersi togliere qualche sfizio» non ha «attinenza con l'integrità morale o l'essere di sinistra». E a Grillo fanno notare come «giustificarsi dicendo “l'ho venduta l'anno scorso” è ridicolo: una piccola scivolata di stile, direi...» Tesi che riscuote un certo successo. Mirko Cetra: «Sinceramente non vedo la differenza tra averla e averla avuta. Che poi faccia scandalo è una stronzata immane». E il dibattito s’infiamma: «L'idea che uno per essere di sinistra debba essere povero o addirittura far finta di essere povero per dire di essere di sinistra è a dir poco "demenziale"», scrivono Massimo e Daniela Gandolfi. «Cazzo c'entra se ce l'hai ancora o no sta barca? È che sei l' esempio vivente del predicatore milionario ai poveri», s’indigna Pierpaolo Taliento.
Polemiche anche per l’attacco a l’Unità: «Padellaro è un ottimo giornalista e l'hai criticato - osserva Marco Roverra - Ferrara ti insulta continuamente e manco hai reagito. Forse perchè su Ferrara - pachiderma puoi fare le tue battute, mentre su Padellaro potresti solo scherzare sul suo cognome. Eh no Beppe! Travaglio poi chiamato a scrivere sul tuo blog! Fai un nuovo post e chiedi scusa a Marco, a Padellaro e a l'Unità». Vincenzo Tralli va al sodo: su Padellaro «non glissare, rispondi se D'Alema ha diritto ad avere una barca come avevi tu oppure no».
E poi c’è un’altra preoccupazione: «Cerca di non remare contro, almeno in questo periodo preelezioni. Fai felice il Nano», scrive Luciano Bortolotto. E Ferruccio Ferrero: «Basta coi tuoi post sparati nel mucchio, se vuoi veramente parlar di politica abbi il coraggio di dire per chi voterai».

Intercettazioni Cossiga contro Travaglio e contro i pm
ROMA «Se si fosse trattato di politica interna avrei taciuto. Ma l'unico modo di rispondere a quel tipaccio che è Marco Travaglio sarebbe insultarlo. Tuttavia, si insultano solo le entità cui si dà dignità anche se solo negativa di persona. Il che non è il caso di Travaglio». È quanto afferma il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga commentando l'articolo di Travaglio pubblicato sull’«Unità» di ieri.
«Solo - rileva Cossiga - meraviglia il fatto che una persona per bene come Antonio Padellaro abbia tra i collaboratori del giornale fondato da Gramsci un simile cialtrone e che i gruppi parlamentari dei Ds lo paghino perchè getti addosso ai loro leader camionate di fango. Forse aveva ragione l'ex presidente peruviano Fujimori, che diceva che “la storia è proprio finita”. Adesso Marco Travaglio potrà anche dirmi, magari con conoscenza di causa, che sono gay; ed io, tra l'altro perchè non ritengo questo un insulto e inoltre perchè non credo che Travaglio sia nelle condizioni morali di poter insultare nessuno e neanche sè stesso, non gli risponderò.
« Non è “tamquam non esset”, non esiste proprio. Perchè l'essere - aggiunge l’ex Capo di stato - è collegato comunque a un valore, e chi nulla è sul piano dei valori non può neanche essere ma solo sembrare di esistere».
Per quanto riguarda Gladio - conclude il senatore a vita - «certo che Travaglio non ce lo avremmo voluto: perché venivano arruolate solo le persone per bene e che avevano i c....».

06 gennaio 2006

Insegnanti nel mirino dei talebani

Da un po' di tempo a questa parte c'è uno sport molto in voga in Afghanistan: far fare una brutta fine a chi ha pensato bene (cioè male dal punto di vista dei talebani) di dare un'istruzione alle bambine. Sì, insomma, ai maestri e ai professori che insegnano in quelle scuole in cui non si osservano alla lettera i comandamenti del Corano (o quelli che sono ritenuti tali sempre da quei signori). In Italia sembra che non se ne sia accorto praticamente nessun organo di informazione, ma per fortuna la cosa non è sfuggita ad uno dei miei blog preferiti, complice il sempre attentissimo normblog. Seguite i link per saperne di più.

24 dicembre 2005

Walt Whitman: 150 dopo Leaves of Grass

A 150 anni dalla pubblicazione di Leaves of Grass, il Corriere di oggi dedica uno schizzo biografico e una breve nota introduttiva al maggiore poeta americano di ogni tempo. Non ho potuto vedere la versione cartacea ma solo quella on-line, che non reca alcuna indicazione circa l'autore (o gli autori) di questi due pezzi. Chiunque li abbia scritti, però, ha dato un contributo alla conoscenza di Walt Whitman. Riproduco il tutto qui sotto. Buona lettura. E soprattutto ...

Buon Natale!

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Dal Corriere della Sera del 24 dicembre 2005

Whitman nei suoi momenti più alti può reggere il paragone con Dante e Shakespeare» sostiene il critico letterario Harold Bloom: si tratta di un poeta che fa parte dei grandi classici della letteratura e, come tale, influenza anche gli scrittori contemporanei. «Giorni memorabili», l’ultimo romanzo di Michael Cunningham (pubblicato nel maggio di quest’anno negli Usa ed edito in Italia da Bompiani), è ispirato proprio a Whitman. Il premio Nobel per la Letteratura J. M. Coetzee ha pubblicato sul «The New York Review of Books» - sempre nel 2005 - un articolo sulla figura e il corpus poetico dello scrittore americano. La «Library of Congress» ha dedicato una mostra omaggio al poeta dal titolo «Rivedersi: Walt Whitman e Foglie d’erba ». Quest’anno in Gran Bretagna e negli Stati Uniti sono stati pubblicati numerosi saggi ed edizioni critiche sulla poesia di Whitman: tra questi, ricordiamo «Walt Whitman» di David S. Reynolds e «Transatlantic Connections: Whitman US, Whitman UK» di M. Wynn Thomas.

Centocinquant’anni sono passati da quando questo ragazzaccio scamiciato, col cappello da cowboy, fascinoso di un’ambigua bellezza, giornalista e tipografo, figlio di un falegname, detestato dai professori e adorato dai ragazzi del suo tempo, capace di abbracciare tutti e di lasciarsi abbracciare da tutti, ricco di un vibrante ritmo americano, diretto e sincero, capace di affrontare il problema della situazione del Nuovo mondo, ha pubblicato a sue spese un libretto piccolino chiamandolo Leaves of Grass (Foglie d’erba). Questo ragazzaccio, capace in una ventina di anni di diventare il poeta più importante della letteratura americana di tutti i tempi, quel suo po’ di educazione rudimentale l’ha ricevuta nei sei anni che ha frequentato la scuola pubblica, cominciando nel 1825 e finendo a undici anni, quando si è impiegato come fattorino in un ufficio di avvocati. A sedici va a New York cercando lavoro, ma come tipografo compositore, e trova la città invasa da immigranti irlandesi, che fanno scoppiare risse antiabolizioniste; la disoccupazione è molto diffusa e Whitman nel maggio 1836 fa ritorno in famiglia a Long Island. Nel maggio 1841 è di nuovo a New York e questa volta è il momento giusto: nel 1835 James Gordon Bennet ha dato vita al «New York Herald», un giornale politicamente indipendente e che può insultare chiunque. Così sono nati altri giornali indipendenti e nel 1841 Whitman si trova in mezzo a una guerra editoriale e accetta di lavorare negli uffici di Benjamin Parker, editore del quotidiano «Evening Signal» e del settimanale «New World». Qui Whitman impara le trappole del giornalismo e si interessa alla politica del Partito democratico al punto da parlare a un’adunata pubblica, tuttavia senza mai pensare di seguire la politica come una carriera: invece, continua a scrivere pubblicando tre racconti nella «United States Magazine» e nel «Democratic Review». Benjamin Parker pubblica le sue poesie nel «New World» e nel «Brother Jonathan», dando un’idea di come Whitman avrebbe trattato le sue poesie in Leaves of Grass . Nel febbraio 1842 Whitman annuncia una collaborazione sul «New York Mirror» diretto da Thomas Nichols, a marzo è già impiegato nel giornale e a meno di un anno dal suo arrivo a New York è nominato direttore. Nell’articolo di fondo Whitman presenta alcuni dei suoi temi che l’avrebbero reso famoso nel mondo: l’americanismo in letteratura e l’importanza del luogo comune e anche una serie di conferenze sui trascendentalisti della Nuova Inghilterra, come Ralph Waldo Emerson. Whitman è licenziato a metà maggio. A questo punto Benjamin Park lo assume di nuovo perché scriva per lui, Benjamin, un romanzo sulla trasparenza, includendolo nel suo movimento di riforma improvvisamente diventato popolare. Così il primo lavoro a sé stante di Whitman esce come supplemento del «New World» il 23 novembre 1842. Whitman lo scrive in fretta, introducendovi parti dei suoi racconti già pubblicati, e vende bene, più di ventimila copie. In vecchiaia non accetta questo libro, che però rappresenta bene le sue credenze sulla temperanza e rivela che non beveva alcol. Nel 1843 dirige «Statesman», nel 1844 il «New York Democrat» e intanto pubblica i suoi racconti tra i vari giornali del tempo. I suoi argomenti preferiti in quegli anni sono l’educazione (che è sempre stato il suo principale interesse), i consigli agli esordienti, la temperanza e le buone maniere, evitando la politica. Il 25 novembre 1945 pubblica un articolo sulla musica nel «Broadway Journal» con una presentazione del suo direttore Edgar Allan Poe. Il 26 febbraio 1846 il fondatore del «Brooklyn Daily Eagle» muore e dopo due settimane Whitman è chiamato a succedergli - in quella che è stata la sua esperienza giornalistica più lunga - con l’aiuto del proprietario del giornale che era Isaac Van Anden, democratico convinto che collabora con due «colonne» in ciascun numero quotidiano. I suoi argomenti sono eclettici e ora includono la politica. Whitman si trova a discutere l’abolizionismo denunciandone il fanatismo. Il 3 gennaio 1848 pubblica un articolo su «The Eagle» e il proprietario del giornale Van Anden alla fine del mese lo licenzia. Per quell’anno Whitman lavora poco, pubblica solo qualche poesia su qualche giornale: soprattutto va da solo sulle spiagge deserte di Coney Island, dove declama Omero e dove scrive su un notes delle idee per qualche poesia. Il 1850 e il 1855 sono per lui importanti, perché in quel periodo scrive e compone la prima edizione del suo «Foglie d’erba» e così crea una nuova epoca nella poesia di tutto il mondo. Le «Leaves of Grass» del 1855 sono stampate da due amici di Whitman, i fratelli Sam e Thomas, che lo lasciano assistere alla impaginazione. Le pagine sono novantacinque, di cui dieci riguardano la prefazione in prosa del libro. A pagina 27 il poeta si identifica come Walt Whitman, «disordinato e sensuale nella corporatura, più modesto che immodesto», e nel frontespizio c’è un’incisione di Whitman con indosso una camicia bianca aperta sul collo con la barba e il cappello, in posa comoda a fissare il lettore. Si erano stampate mille copie, non tutte rilegate subito e la maggior parte avvolte in un asciugamano e alcune, probabilmente da vendere a prezzo ridotto, avvolte nella carta. Il volume viene annunciato in svendita per due dollari. «Leaves of Grass» contiene dodici poesie senza titolo e dopo l’introduzione una serie col titolo applicato dopo la composizione: il «Songs of Myself». La prefazione di Whitman parla di letteratura americana, è anzi uno dei documenti più importanti in quella storia di nazionalismo letterario americano, come sottolinea la frase di Whitman: «Gli Americani di tutte le Nazioni, di tutti i tempi della Terra, hanno probabilmente la natura poetica più ricca di tutti». Il 5 luglio 1855 Ralph Waldo Emerson si rivolge al poeta - in una lettera deliziosa - con la frase che tutti gli americani conoscono a memoria: «I greet you at the beginning of a great career». Successivamente Whitman comincia senza esitare a fare una serie di nuove edizioni - la seconda nel 1856 a Brooklyn, la terza nel 1858 a Boston di quattrocentocinquantasei pagine con centoventitré poesie nuove, la quarta edizione a New York nel novembre 1867 - che lo conducono economicamente in miseria. Nel 1870 esce «Democratic Vista», che Allen Ginsberg coi suoi reading e il suo armonium ci ha fatto quasi imparare a memoria e capire che cos’è in realtà l’idea della democrazia americana. Nello stesso anno a Washington è la volta della quinta edizione, la sesta edizione arriva dopo che Whitman è colto (nel 1873) da una paralisi al lato sinistro. Nell’aprile 1881 il poeta si reca a Boston per una conferenza su Lincoln e lì gli dedicano per onorarlo un’edizione nuova di «Leaves of Grass»; però, il 4 marzo 1882 la città di Boston dichiara il libro di Whitman osceno e lo costringe a sostituire due poesie («A woman waits for me» e «Ode to a common prostitute»): Whitman chiama questa edizione «Author’s Edition». Nel marzo 1884 compra una casa a Camden e vi rimane fino alla fine: con l’inizio di giugno del 1888 ha un altro colpo e la sua situazione diventa grave. Nel 1888 viene pubblicata la cosiddetta ottava edizione e per il suo settantesimo compleanno gli regalano un’edizione tascabile del libro. Nel 1891 sceglie un mausoleo di cui è rimasta una minuscola capanna mezza sfasciata; alla fine dell’anno ha una ricaduta e gli si congestiona il polmone destro. Muore la sera del 26 marzo 1892. Viene sepolto quattro giorni dopo. Così cominciano le definizioni dei biografi: Whitman come hegeliano, come trascendentalista, come profeta del personalismo o del governo del mondo o del Cristo del nostro tempo, e chissà quante altre che ora non mi vengono in mente ma a me piace una definizione un po’ patetica, un po’ amorosa: «Whitman è il poeta americano, più genuinamente americano».

22 dicembre 2005

Astenetevi pure, ma poi non lamentatevi

Proibizione della musica "occidentale e decadente", restrizioni anche in campo cinematografico (proibiti i film "decadenti e stupidi").
Ahmadinejad procede come un rullo compressore (v. esperimento e Il Giornale).
Ben gli sta agli iraniani moderati e secolarizzati che non sono andati a votare (perché delusi dal "riformista" Kathami), regalando la vittoria ai fanatici.
L'astensionismo (che è sempre un male) può essere innocuo nei paesi di consolidata tradizione liberaldemocratica, mentre è un disastro in paesi come l'Iran.
E in Italia? Bah, ci devo pensare.

20 dicembre 2005

Qualità della vita: le statistiche dicono che ...

Il tempo passa, ma le ultime statistiche sulla qualità della vita non sono molto diverse dalle precedenti, e da quelle di due, tre, quattro, ecc., anni fa. Basta guardare quali sono le prime dieci e le ultime dieci province italiane:

Le prime 10 e le ultime 10
Sei anche quest anno le macro-aree indagate (Tenore di vita, Affari e lavoro, Servizi/Ambiente/Salute, Criminalità, Popolazione e Tempo libero) ciascuna delle quali articolata in sei parametri.
Le prime 10
1)Trieste; 2)Gorizia; 3)Belluno; 4)Ravenna Aosta Milano (pari merito); 7)Bologna; 8)Trento Bolzano (pari merito); 10)Reggio Emilia.
Le ultime 10
94)Catanzaro; 95)Lecce; 96)Bari; 97)Taranto; 98)Trapani; 99)Catania; 100)Foggia; 101)Palermo; 102)Agrigento; 103)Vibo Valentia.

Il resto dell'articolo del Corriere della Sera analizza e spiega i dettagli e i parametri della rilevazione.

18 dicembre 2005

Norm è il migliore

Una grande notizia: Norm ce l'ha fatta: è il miglior blog del Regno Unito. Congratulazioni al professor Geras! Mai premio è stato più meritato!

Tra De Gasperi e Dossetti un abisso

“La democrazia dei cristiani” secondo Pietro Scoppola fa arrabbiare Giuseppe Bedeschi, che tra De Gasperi e Dossetti vede un abisso, dal momento che il primo era “un liberale” e l’altro preferiva “l’utopia socialista”. Dunque, Scoppola deve dire da che parte sta, perché
“non si può corteggiare il diavolo e aspergersi d’acqua santa. Oppure - usando una metafora più laica - è illogico sostenere la bontà del modello americano e contemporaneamente coltivare utopie socialisteggianti”.
Oggi il Corriere della Sera pubblica un articolo di Giuseppe Bedeschi (che appare sull’ultimo numero della rivista Liberal) in cui appunto si parla del libro-intervista di Pietro Scoppola edito da Laterza. Chiaramente il libro è al centro del dibattito sul futuro “partito democratico”, e quindi è di strettissima attualità. Riproduco qui l’articolo, dichiarandomi senz’altro d’accordo con Tedeschi. Buona lettura.

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Un bel problema, la democrazia. Nel dopoguerra c’era chi, come De Gasperi, la intendeva liberale e filo-americana. E chi invece, in testa Dossetti, si proponeva di iniettarle forti dosi di giustizia sociale, per farla somigliare a una «società evangelica». Ma adesso dobbiamo fare i conti con una terza via, intermedia, che potremmo definire «alla Scoppola». Lo storico cattolico, nel suo ultimo saggio La democrazia dei cristiani , si sforza di trovare una sintesi che permetta di salvare sia le ragioni politiche di De Gasperi che quelle ideali di Dossetti. Qui, però, deve incassare l’altolà di un filosofo liberale come Giuseppe Bedeschi. Il quale, sull’ultimo numero della rivista liberal , lo invita senza cautele accademiche a chiarire da che parte si collochi. Perché - osserva - non si può corteggiare il diavolo e aspergersi d’acqua santa. Oppure - usando una metafora più laica - è illogico sostenere la bontà del modello americano e contemporaneamente coltivare utopie socialisteggianti. Bedeschi, in sostanza, invita polemicamente Scoppola a mettersi d’accordo con se stesso, anche per evitare che il vagheggiato partito democratico della sinistra di domani «nasca già vecchio, cioè carico delle contraddizioni ideologiche tipiche di una certo mondo culturale cattolico». Non che Bedeschi contesti a Scoppola errori di valutazione riguardo a De Gasperi. Riconosce che la scelta filo occidentale al tempo della guerra fredda, l’europeismo, l’idea di un partito cattolico anticomunista e alleato ai laici liberali, ne La democrazia dei cristiani sono messi in giusta evidenza. Il problema nasce dal fatto che subito dopo, tentando di conciliare l’inconciliabile, Scoppola esalta anche l’arcirivale di De Gasperi, il cripto-socialista Dossetti. Arrivando a nobilitarne la filosofia politica con queste parole: «In un certo senso Dossetti simbolizza la storia non realizzata, le potenzialità inespresse di un certo filone del cattolicesimo democratico. La sua rinuncia fu proficua proprio per questo: perché ha mantenuto viva nel mondo cattolico una tensione verso obiettivi più alti, più coerenti, più nobili». Ma come, commenta a questo punto Bedeschi, non era su Cronache sociali , la rivista dossettiana, che apparivano certi articoli a favore delle «democrazie popolari comuniste», favorevoli a «profondi rinnovamenti» sociali anche in Italia, guidati dalla classe operaia? Come ignorare un simile conflitto? «Lo è solo in apparenza», ribatte Pietro Scoppola, dal momento che Dossetti «ha soltanto prospettato un ideale di società elevato, per certi aspetti più coerente con il modello sociale cristiano». E poi - osserva - Bedeschi nel suo ragionamento trascura l’importanza del fattore tempo: «Una posizione annunciata cinquant’anni fa può maturare proprio oggi». Il che si può applicare anche ai modelli politici da adottare in Italia. «De Gasperi credeva nei partiti d’opinione, essenzialmente liberali, mentre Dossetti sosteneva l’idea che dovessero essere fortemente organizzati, comunque in grado di indicare la strada ai governi. Oggi l’idea di un nuovo partito democratico è lontana sia dal primo che dal secondo modello, tuttavia potrebbe conciliarli. Proprio così, quello che al tempo della guerra fredda era impensabile oggi si può riproporre. Il partito democratico è in grado di recuperare le due eredità e portarle a una sintesi». Il che, sottolinea un altro storico vicino a Scoppola, Francesco Traniello, corrisponde probabilmente a una tacita intesa stabilita fra gli stessi De Gasperi e Dossetti. E’ una tesi che apparirà nel saggio Religione cattolica e Stato nazionale , in uscita a gennaio per il Mulino. «I due avevano in mente democrazie diverse, e questo in fondo corrispondeva a una divisione naturale dei compiti. Da un lato la filosofia di Dossetti, che ha trovato il suo sigillo nella Costituzione, dall’altro quella di De Gasperi, che si è realizzata nell’azione concreta di governo». E questo è tutt’altro che un paradosso, secondo Traniello, «perché l’esercizio del potere è una cosa, i principi fondativi dello Stato tutt’altra. E dunque la tesi di Scoppola è giusta: De Gasperi non ha voluto cancellare il dossettismo, e in fondo i famosi "professorini" della sinistra gli hanno fatto comodo, consentendogli di mantenere un collegamento, uno scambio politico costante con l’area della sinistra». Per cui il mitico partito democratico ne uscirebbe salvo, anzi conciliatore degli opposti? Bedeschi non ci crede e commenta: «Se Scoppola ha ragione nel rivalutare Dossetti, allora tutta l’opera di De Gasperi è da gettare alle ortiche».
(Giuseppe Bedeschi, Corriere della Sera, 18 dicembre 2005)

12 dicembre 2005

Votate per il Professore!

Segnalo ai lettori di Foglie d'erba che Normblog è tra i finalisti di The Weblog Awards 2005, “best UK blog.” Si può votare fino al 15 dicembre, ogni giorno, una volta al giorno. Io ho già votato, fatelo anche voi!

09 dicembre 2005

Scuole di pensiero

Ci risiamo: in Iran c'è qualcuno che vuole la guerra ...
Intanto, piccoli Ahmadinejad crescono.

27 novembre 2005

Sul rapporto tra religioine e politica

Eolo Parodi, se non ricordo male, era il Presidente dell’Ordine dei Medici. Oggi è responsabile Sanità di Forza Italia e presidente Enpam. Ieri sul Giornale c’era un suo articolo che con la medicina non c’entra niente, visto che si occupa di scienza della politica, religione, Machiavelli, ecc., ma è ugualmente interessante. Non condivido molto, ad essere sincero (una visione molto poco, anzi, troppo poco “laica”), però ci sono dei passaggi che mi sembrano culturalmente stimolanti:

Il monito di Santa Caterina: «Molti sono che signoreggiano le città e le castella, e non signoreggiano loro: ma ogni signoria senza questa è miserabile e non dura» è purtroppo, nuovamente, attuale. La politica deve ritrovare la sua fonte di ispirazione primaria che è, e rimane, la visione cristiana della società, dell’uomo, dello Stato. La politica non ispirata dalla religiosità ma da quei principi e valori che fanno del cristianesimo un patrimonio unico e, nella sua forza rivoluzionaria, comune a tutti, credenti e non credenti. Gli stessi principi della Rivoluzione francese, «libertà, uguaglianza, fraternità» affondano nella tradizione cristiana. È il Cristianesimo che, valorizzando la dimensione dell’autocoscienza, ci porta al concetto di libertà ed è la concezione creazionistica che ci fa uguali e fratelli. È il Cristianesimo, afferma H. Bergson, «quello che può permettere una sintesi fra i tre termini» attraverso la solidarietà come momento di mediazione fra la libertà e l’uguaglianza che, nel loro sviluppo, tendono ad essere in posizione antitetica, favorendo la libertà, le diversità e le differenziazioni.La solidarietà, in una dimensione più ampia diventa fraternità, che, come già detto, implica il riconoscersi in un Padre comune. Un mio illustre concittadino, Giuseppe Mazzini, alle cui idee l’Italia e l’Europa intera debbono molto, e non certamente «uomo di Chiesa», riconosceva in un suo scritto, Dell’iniziativa rivoluzionaria in Europa (1834), che nella Dichiarazione dei diritti dell’89 erano stati riassunti i risultati dell’epoca cristiana, ponendo fuor d’ogni dubbio e innalzando a dogma politico, la libertà conquistata nella sfera dell’idea dal mondo greco-romano, l’eguaglianza conquistata dal mondo cristiano e la fratellanza, che è conseguenza immediata dei due termini.

Non credo che sia tutto da buttar via. Sinceramente, ci trovo spunti condivisibili anche da un punto di vista laico (non laicista, ovviamente). L'articolo contiene anche, come dicevo, un riferimento a Machiavelli che, a mio parere, denota una comprensione troppo ristretta e schematica del pensiero politico del Segretario fiorentino. Anche il riferimento agli Stati Uniti è un po' schematico e "a senso unico". Comunque merita di essere letto.

22 novembre 2005

Il problema di Whitman

«Il problema di Whitman, naturalmente, sono le idee; ne aveva, accade a tutti; ma oscuramente, a intermittenza, avvertiva che per un poeta non è una buona cosa avere delle idee».
Lo avrebbe detto, secondo Il Giornale, Giorgio Manganelli. Il giudizio vorrebbe essere caustico, ma a mio avviso non lo è. Un poeta non ha idee, è l'idea che ha il poeta. O meglio, il poeta è l'idea.

21 novembre 2005

Thank you, Norm

Foglie d’erba è un blog che riesco ad aggiornare con un minimo di regolarità soltanto a periodi. Me ne dispiace, ma di più non mi è possibile fare, e questo a causa di impegni lavorativi che mi danno raramente tregua. Ciononostante, oggi mi sono accorto che un blog di quelli che contano (e ad un livello stratosferico!) ha incluso Foglie d’erba nella lista dei suoi link. E’ una novità che non posso non segnalare, con grandissima gioia e soddisfazione, ai non troppo numerosi lettori e amici del blog. Ora in quella lista Foglie d’erba figura insieme a Wind Rose Hotel, che è un altro fantastico blog che mi linka ed è sicuramente il mio preferito tra quelli in italiano. Ed è grazie ai post che ho letto su WRH che ho fatto le mie scoperte più significative nella blogosfera, tra le quali quella del blog del Professor Norman Geras. Questo è un onore doppio, insomma.

Grazie Norm, grazie davvero. Thank you, Norm, thank you very much indeed.

20 novembre 2005

"Il futuro e la speranza dell'umanità"

"I bambini sono il futuro e la speranza dell'umanità e bisogna promuovere e consolidare una politica dell'infanzia". Lo ha scritto Ciampi, in occasione della Giornata dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, in un messaggio inviato alla presidente della Commissione parlamentare per l'Infanzia della Camera, Maria Burani Procaccini, che a quanto pare ha fatto un buon lavoro.

"I bambini sono il futuro e la speranza dell'umanità. Dobbiamo promuovere e consolidare una politica dell'infanzia capace di offrire una qualità migliore dei servizi anche attraverso il contributo prezioso dell'associazionismo e del volontariato. La Commissione Parlamentare per l'infanzia ha contribuito con un lavoro parlamentare attento e scrupoloso, condiviso da tutte le componenti politiche, a far crescere e consolidare - sottolinea il Capo dello Stato - la tutela, la protezione ed il benessere dei minori in Italia. Con sentimenti di vivo plauso e apprezzamento per il vostro costante impegno rivolgo a lei, gentile Presidente, agli illustri premiati, a tutti i componenti la Commissione un cordiale e partecipe augurio di buon lavoro."
(La Stampa di oggi)

Ovviamente sottoscrivo. Tra l'altro, la riconferma di Ciampi alla presidenza della Repubblica mi sembra un'ottima idea.

16 novembre 2005

Torture: indegne dell'America e di tutti i democratici

Essere pro-America non significa non essere in grado di capire che una posizione targata US è indifendibile. Ad esempio quella sulla tortura, argomento più che mai attuale (purtroppo). In questo post di Norman Geras c'è anche quello che pensa il sottoscritto.
Grazie a Rob di Wind Rose Hotel.