17 luglio 2007

Salvare il bipolarismo

Angelo Panebianco si domanda, sul Corriere della Sera di oggi, se sia possibile “salvare il bipolarismo, ossia l'alternanza fra schieramenti contrapposti e, contemporaneamente, «scaricare» in modo permanente l'estrema sinistra, escluderla in via definitiva dalle coalizioni che competono per il governo”. Egli precisa che la questione “non è una fissazione da politologi” (spiegando molto bene perché), ed ha perfettamente ragione. Però, il bipolarismo a cui pensa lui (e che va salvato) non assomiglia per niente a quello che abbiamo in Italia. In ogni caso, nel frattempo, forse non resta che confidare nel referendum. Un editoriale da leggere e meditare. Ovviamente lo condivido completamente.

13 giugno 2007

Italiani all'estero

Mi sono preso una lunga pausa, dovuta a un sovraccarico di lavoro (che per me vuol dire viaggi, viaggi e ancora viaggi …), e non so se riuscirò a tenere il passo anche nell’immediato futuro. Ma ci provo.
Una cosa volevo dire, innanzitutto, e questa, appunto, con una certa cognizione di causa: la percezione dell’Italia all’estero mi sembra aver raggiunto livelli di schizofrenia impressionanti. Nel nord Europa, ma anche negli Stati Uniti, in Canada e in Australia, non sanno se hanno a che fare con dei terrestri o con dei marziani. Gli scandali finanziari e le disavventure imbarazzanti del governo Prodi, da una parte, e dall’altra i trionfi calcistici, l’eccellenza dei nostri vini e dei cibi, la moda, la resurrezione della Fiat, l’inaffondabilità malgrado tutto della nostra economia, ecc., sono contraddizioni che fuori dall’Italia non riescono a spiegarsi.
I più entusiasti di tutti sono i giapponesi: hanno capito che è inutile cercare di capire e ci prendono come siamo, a scatola chiusa. L’Italia laggiù è sempre di moda. I più scettici mio sono sembrati i canadesi anglofobi: sanno poco, ma quel poco non li fa impazzire. Agli americani, invece, mi sembra che non glieni possa importare di meno: pazzi per il Brunello e il Chianti, per Prada e Gucci, ma per il resto buio completo. Siamo una specie di Disneyland, un po’ mafiosi, ma in fondo non cattivi, e la nostra politica fa schifo (ma salvano Di Pietro e Berlusconi, che sono molto conosciuti). Punto e basta.
Oggi come oggi andare in giro col passaporto italiano è diventato sinonimo di stravaganza. Il che, per fare affari, ha ovviamente vantaggi e svantaggi. Al momento prevalgono i primi.
Noi continuiamo a scommettere sullo stellone, gli altri ci guardano increduli e ammirati, scettici e strabiliati. Essere italiani all’estero è un’esperienza unica.
Dimenticavo: l’amico Rob, su WRH, ha sintetizzato egregiamente quel che penso anch’io sulla questione che sta appassionando l’Italia.

26 marzo 2007

Fare blogging, arte difficile

Un dibattito sta animando TocqueVille da un paio di giorni a questa parte. L’argomento è il blog, il suo ruolo informativo e, mi sembra, formativo nell’era di Internet. Ha cominciato Wind Rose Hotel, poi si sono aggiunti 1972, Nullo e JimMomo. Di grande interesse anche il riverbero che in questa discussione ha avuto l’analogo dibattito che si è svolto nella blogosfera britannica tra Oliver Kamm e Norman Geras. Di quest’ultimo, in un certo senso, è il contributo chiave, quello che focalizza il discorso sulla necessità di elevare il livello culturale della blogosfera.
Roberto, su WRH, ha giustamente lamentato un dato di fatto che mi sembra inequivocabile, e cioè che “pochi bloggers sollevano dubbi, pongono domande, esprimono una volontà di ricerca, prima di mettere in circolazione il proprio punto di vista”. E inoltre che “ci si attarda poco a citare e commentare opinioni altrui, autorevoli e collaudate, a vantaggio delle proprie, con un eccesso, a mio parere, di «autostima»”.
E’, in sintesi, la stessa sensazione che ho io quando navigo nella rete e trovo spessissimo esibizioni di pareri tanto poco o mal meditati quanto espressi con un eccesso di sicumera. Invece di riprendere e magari contestare qualcuno dei tanti magnifici editoriali che si scrivono in Italia e nel mondo, si pretende di dire la propria come se ci si sentisse degli Angelo Panebianco o dei Giovanni Sartori. Magari, per carità, tra tanti bloggers ci sarà anche qualcuno che, “da grande”, sarà autorevole e famoso, ma tanto per cominciare anche a questi geni in incognita manca quel minimo di esperienza che dà autorevolezza a un editoriale.
Direi che un po’ più di modestia non guasterebbe. E’ piuttosto fastidioso leggere un post in cui vengono ribaditi fino alla nausea i luoghi comuni che sono merce corrente nel dibattito partitico, spacciandoli per giunta come farina del proprio sacco. Fare più analisi e sparare meno sentenze sarebbe di gran lunga un esercizio meno sterile e più interessante per i lettori.
Come dicevo, comunque, Norman Geras ha colto il vro nocciolo della questione:
But if, from a democratic point of view, there is this shortcoming of debate on the blogs, it needs to be dealt with practically by trying to improve the culture of Internet discussion. There is nothing about the medium as such, about the sheer availability of this new space for debate, one open to much larger numbers of people and to every point of view, that impoverishes democracy.

07 marzo 2007

La questione socialista

Riprendo con un paio di giorni di ritardo la “questione socialista” (convegno di Bertinoro) di cui si è occupato Roberto su WRH con questo post. Poiché condivido pienamente la sua impostazione avrei ben poco da aggiungere, ma ieri, sul Foglio, Antonio Polito ha scritto un articolo sullo stesso argomento che mi sembra degno di attenzione. Lo riproduco per intero qui sotto. La conclusione è significativa: "Sarebbe un paradossale epilogo: perdere il riformismo per risuscitare il socialismo".

La proliferazione di partiti nel centrosinistra prosegue imperterrita. Ultimi arrivati i neo-soc, da pronunciare alla bolognese, detti anche rifondaroli socialisti. Vanno di fretta e hanno ragione. Tra il 22 aprile e il 6 maggio si colloca la data di scadenza del socialismo d’antan in Europa. Un eventuale flop della signora in rosso e del suo contorno di “elefanti” del vecchio Ps francese, a vantaggio del nuovo centro non-partisan di Bayrou o della nuova destra pro-Usa di Sarkozy, sarebbe un colpo alquanto letale per chi vuole far rivivere in Italia l’onorato nome socialista sotto spoglie necessariamente mentite. Un po’ elefanti, in fin dei conti, sono anche loro, quelli di Bertinoro. Intendiamoci, ogni volta che giurano che stavolta faranno la pace e stavolta passeranno sopra alle loro gelosie e stavolta si metteranno insieme, è sempre un bell’amarcord: ti viene perfino voglia di crederci, stavolta. Ma indipendentemente dalla loro buona fede, che è certa, e dall’affetto che quasi tutti si meritano, è qualcos’altro che non torna. Rileggo i nomi degli aspiranti neo-soc: De Michelis, Boselli, Formica; Turci, Caldarola, Macaluso. Lanciano ponti a Mussi e Salvi e dichiarano che, come loro, si opporranno perinde ac cadaver all’incontro tra gli ex comunisti e gli ex dc che si annuncia nel Partito democratico. Oibò. Ma i primi tre con i democristiani hanno lungamente coabitato negli stessi governi, e i secondi tre con i comunisti hanno lungamente convissuto nello stesso partito. Per Formica era più facile prendere un caffè con De Mita e per Macaluso più piacevole andare a pranzo con Cossutta, che frequentare oggi Rutelli e Fassino? Dicono che il problema è la laicità. Che il futuro Partito democratico sarà troppo compromesso con la questione cattolica. Oibò. Lo dicono i nipotini di Togliatti e dell’articolo 7 della Costituzione? Lo dicono gli eredi di Craxi e del nuovo Concordato? Lo dicono all’Ulivo, che per pronunciare timidamente un Dico, Direi o Dixit che dir si voglia, per poco non si rompeva l’osso del collo e perdeva il governo? Il laicismo come malattia senile del socialismo? Aggiungono che il problema è l’Idea Socialista che non muore. Immaginiamo che non si riferiscano alla moglie di Cuccia, ahinoi defunta. Alludono allora al socialismo, alla socializzazione dei mezzi di produzione, alla questione sociale, a tutte le idee del ’900 che cominciano con la radice “social” e che la nuova economia del Duemila ha sepolto con la vanga del “liberal”? Chissà perché, non ce lo vedo De Michelis discutere di liberalizzazioni o di legge Biagi con Salvi. E, se è per questo, neanche Caldarola dibattere di Israele con Mussi. Ma il nome, dicono, il nome conta. Non si chiamano forse socialisti tutti i partiti di sinistra in Europa? Beh, fino a un certo punto. Intanto quelli di maggior successo si chiamano socialdemocratici o laburisti, e i due più grandi hanno anche provato a cambiar nome, il New Labour di Blair e il Neue Mitte di Schröder, pur di trasformarsi in centrosinistra e non fare la fine di Jospin. Qualcun’altro ha perso il governo, come in Svezia o in Olanda, per non averlo saputo fare. Tutti hanno perso la fiducia socialista nel tax and spending, e si sono affidati alla mano visibilmente liberale del mercato, compreso l’amato Zapatero. Il teorico della Terza Via, Tony Giddens, scrive per questo che “il socialismo è morto”: ma non intendo continuare nella metafora funeraria, almeno non prima di vedere come va a Ségolène. E poi, nomina sunt o non sunt consequentia rerum? Tutti questi partiti europei del loro nome si occupano poco perché la loro cosa veleggia tra il 25 e il 35 per cento dell’elettorato, tra le dieci e le venti volte più di quanto possono realisticamente sperare di ottenere, sempre che lo sbarramento sia generoso, i rifondaroli socialisti italiani. Il loro apporto alla rinascita dell’Idea in Europa tenderà a essere, nella migliore delle ipotesi, un po’ labile. A meno che. In effetti un nucleo di pulsioni che il ’900 avrebbe definito “socialiste” da noi resiste. C’è ancora gente in Italia che continua a credere nel riscatto del proletariato e nel conflitto sociale, nell’alta tassazione e nella redistribuzione, nell’azione collettiva e nello sciopero politico, nella piazza e nel movimento, nel pacifismo e nel terzomondismo, e che considera l’economia liberale nemica giurata del progresso dell’umanità. Anche loro sono al momento impegnati in una Rifondazione, ma non è detto che un giorno non possano cambiare l’aggettivo che la qualifica. Finirà così, da Bertinoro a Bertinotti? Il Fausto è furbo e, tutto sommato, viene anche lui dal socialismo (del Psiup). Sarebbe un paradossale epilogo: perdere il riformismo per risuscitare il socialismo.

01 marzo 2007

Le due sinistre

Il teorico della "Terza via", nonché mentore di Tony Blair, Lord Anthony Giddens, ha scritto un articolo, uscito ieri su La Repubblica, in cui parla delle due sinistre che si confrontano oggi nel mondo: quella riformista e quella radicale, naturalmente. Si parla anche del recente libro di Nick Cohen, "What's Left?" e dell'Italia, che ha "un bisogno di­sperato di riforme e innova­zione". Molto interessante e, dal mio punto di vista, estremamente condivisibile. Ho riprodotto l'articolo per intero:

Le due sinistre
di Anthony Giddens
La Repubblica, 27 febbraio 2007


In Gran Bretagna è stato appena pubblicato un libro molto interessante che si intitola What's Left?. Ne è au­tore Nick Cohen, un insigne giornalista di sinistra, sociali­sta sin da giovane, ma che og­gi riconosce che il socialismo è morto da quando l'utopia di un'economia post-capitalista non è più all'ordine del giorno. La morte del socialismo, dice Cohen, ha portato una "tetra liberazione" a chi era schiera­to con la sinistra più radicale. Al posto di prefigurarsi un fu­turo socialista, adesso questa sinistra è libera di accompa­gnarsi a qualsiasi movimento, purché sia contro lo status quo e, più specificatamente, con­tro l'America. Qualsiasi cosa possa pregiudicare la posizio­ne dell'America nel mondo è sottoscrivibile. Chiunque sia contro gli Stati Uniti tout court è patrocinabile. Tutto ciò spinge la sinistra radicale in direzione di alcune visioni del mondo del tutto irrazionali.

Perché mai, si chiede Cohen, la sinistra sottovaluta la minaccia che l'Islam mili­tante rappresenta per i valori dell'Occidente? Questa forma di Islam incarna tutto ciò ver­so cui la sinistra fa mostra di provare avversione: è contro la libertà di espressione, non ammette i valori liberali e cre­de nell'oppressione dichiara­ta del sesso femminile, ivi compresi i delitti d'onore. Perché la Palestina è una causa per la quale la sinistra si bat­te, ma così non è per la Cina, il Sudan, lo Zimbabwe, il Congo e la Corea del Nord? Perché co­loro che hanno marciato ma­nifestando contro l'invasione dell'Iraq non hanno condan­nato il regime fascista di Saddam Hussein con la stessa veemenza con la quale hanno avversato la guerra?

Nel momento in cui il gover­no Prodi è caduto perché due senatori non erano disposti ad accettare la presenza dei sol­dati italiani in Afghanistan o l'allargamento della base Na­to di Vicenza, questi sono interrogativi pertinenti. I Taliban si preparano a scagliare un'offensiva in primavera e la Nato sta portando avanti in Afghanistan un incarico mol­to importante, che vede coin­volti i soldati di vari Paesi. Davvero i contrari a questa missione preferirebbero che l'Afghanistan facesse ritorno a una società dominata da una consorteria religiosa che è tra le più intolleranti e prevaricatrici al mondo? Si può essere d'accordo o in disaccordo con l'iniziale intervento militare in Afghanistan, ma adesso ab­bandonare quel Paese sareb­be il colmo della follia e dell'ir­responsabilità.

Nondimeno, la sinistra oggi è divisa al proprio interno. La sinistra radicale non solo è una variante più avventurosa di riformismo: essa ha altresì una visione completamente diversa del mondo, una che potremmo a ragion veduta de­finire reazionaria. Gli odierni radicali di sinistra sono con­servatori sotto mentite spo­glie. Persistono ad avere una mentalità da Guerra Fredda, ben dopo la scomparsa di quel mondo bipolare. Tuttora spe­rano ... che cosa?

Un ritorno al socialismo o al comunismo non potrà verificarsi, dal momento che era er­rato - così oggi noi riteniamo -il presupposto dal quale parti­vano entrambi, vale a dire il fatto che lo Stato potesse sosti­tuirsi ai mercati nell'adeguare la produzione alle necessità umane. Soltanto i mercati ca­paci di reagire ogni giorno a milioni di indici dei prezzi sa­ranno in grado di affrontare le enormi complessità delle eco­nomie moderne. Questo non significa che dovremmo esse­re alla mercé dei mercati, non più di quanto siamo alla mercé dello Stato. Una società positiva che la sinistra dovreb­be sostenere a livello locale, nazionale e globale è quella che sa controbilanciare un mercato efficiente e un gover­no democratico e dinamico, unitamente a una sfera civile solida, che prende parte a ogni processo; un ordine sociale contrassegnato dalla libertà di azione e di espressione, dalla legalità e dall'uguaglianza tra uomini e donne. Questi sono ideali concreti, non fantasie utopistiche, e sono ideali per i quali vale la pena combattere. La caduta del socialismo non corrisponde alla fine della si­nistra. L'obiettivo di creare una società che sappia abbi­nare prosperità e solidarietà a un basso livello di inegua­glianza è quanto mai vivo.

È triste per me, sostenitore tenace di un centrosinistra coeso in Italia, constatare che pochi individui — di sinistra — potrebbero ancora una volta riconsegnare il governo del Paese alla destra politica. Che genere di politica è mai questa nella quale non vi è senso del­la responsabilità collettiva, nella quale il bene più grande del Paese è sacrificato sull'al­tare della correttezza politica?

A un osservatore esterno tutto ciò appare privo di senso. A me sembra che alcune persone appartenenti alla sinistra tra­dizionale molto semplice­mente non siano pronte ad ac­cettare le responsabilità di governo. Sono felici soltanto all'opposizione, quando di ogni cosa è possibile biasimare la destra, in modo alquanto con­veniente e familiare. Ciò ben si confà a quello che afferma Cohen: solo quando si sa con­tro cosa si è, e non per che co­sa ci si batte, allora, innegabilmente, si è più contenti all'opposizione.

La sinistra tradizionale for­se oggi può ancora trovare qualcuno da ammirare, Hugo Chavez in Venezuela, per esempio, o Evo Morales in Bo­livia, o forse ancora, Fidel Ca­stro. Anche loro ascrivono tut­ti i mali del mondo agli ameri­cani, oppure alle grandi e cat­tive corporation. Nondime­no, si guardi con attenzione a quello che questi leader stan­no facendo nei loro Paesi: Chavez in Venezuela sta distruggendo la democrazia, promette di utilizzare i pro­venti del petrolio nazionale per aiutare gli indigenti, ma da quando egli ha assunto la lea­dership la percentuale di chi è in situazione di povertà è di fatto cresciuta. Morales sta nazionalizzando l'industria petrolifera boliviana, metten­do così in fuga quegli stessi in­vestitori d'oltreoceano di cui l'industria del Paese ha urgen­temente bisogno, se intende essere competitiva e contri­buire allo sviluppo di quella povera nazione. Cuba da qua­ranta anni è una dittatura, con un'infrastruttura economica che è andata letteralmente a pezzi da quando gli aiuti pro­venienti dall'Unione Sovieti­ca sono cessati. Per contro, sotto i governi riformisti di Ri­cardo Lagos, e attualmente di Michelle Bachelet, il Cile è di­ventato la nazione di maggior successo dell'America del Sud. Questo è il Paese al quale gli altri della regione dovreb­bero guardare, per prenderlo a modello per il loro stesso fu­turo. La percentuale di perso­ne che vivevano sotto la soglia di povertà è scesa dal 30 per cento e più di dodici anni fa al­l'odierno 18 percento.


L'Italia ha un bisogno di­sperato di riforme e innova­zione. Dal mio punto di vista soltanto un centrosinistra progressista potrà fornirglie­le. Sia nel caso in cui l'attuale governo sopravviva, sia nel caso in cui esso invece non sopravviva, i progressisti in Ita­lia devono continuare a per­seguire un raggruppamento politico efficiente e integrato. Meglio ancora, un unico Par­tito Democratico, in grado di arrivare al potere e restarvi, senza più dover dipendere - ammesso che ciò sia possibile - da coalizioni fragili ed effi­mere, delle quali fanno parte gruppi politici la cui visione appartiene a un mondo ormai scomparso. Questo è un obiettivo da perseguire con ri­generato vigore e rinnovato impegno, qualsiasi cosa acca­da a breve termine.

26 febbraio 2007

L'ossessione, a monte

Imperdibile, su Il Giornale di oggi, il commento e la risposta di Ruggero Guarini alla fatidica domanda:

Perché Fassino, nei momenti delicati, tenta sempre di rilanciare la leggenda di Berlinguer? Perché D’Alema, quando deve riaccendere l’orgoglio del partito, non manca mai di ricordare la lezione di Berlinguer? Perché Veltroni, tutte le volte che avverte il bisogno di tornare a interrogarsi sui motivi per cui si iscrisse al Pci, rievoca sempre il fascino di Berlinguer?


Così, tanto per ricordare da dove nascono le "contraddizioni" della sinistra.

24 febbraio 2007

Nuovo Blogger

Ho aggiornato il blog alle nuove potenzialità della piattaforma Blogger. Mi sembra niente male: facile, intuitivo, veloce. Ora l'unico problema sarà riuscire a metterci dentro qualche post di tanto in tanto. Ma chi passa da queste parti una volta o due al mese sa che c'è da farsi poche illusioni. Abbiate pazienza, ma sappiate che ci sono anche quando non posto. Il mio giro per la blogosfera, infatti, è quasi giornaliero. Ci sono blog che leggo prima dei giornali e a cui dedico più tempo che al Corriere o alla Stampa. Scrivere, malauguratamente, richiede più tempo che leggere. Che ci si può fare?

Il ritorno

Ennesima figuraccia. Ennesima presa in giro. Non c'è argine alla crisi di credibilità della politica italiana. Napolitano, forse, non poteva fare altro di fronte alla tenacia con la quale una maggioranza inesistente pretende di rimanere in sella. Ma adesso andare a spiegare in giro per il mondo perché il governo è andato in crisi, e perché ora non lo è più, cioè che cosa è cambiato nel frattempo, non sarà un'impresa facile. Attualmente sono in Canada, e le persone con cui ho a che fare mi fanno qualche domanda. Non perché muoiano dalla voglia di capire quel che succede in Italia (sono abituati a non capirci nulla e ci hanno messo una croce sopra), quanto perché mi considerano una persona normale che forse può chiarirgli le idee su un Paese che bene o male ha un suo peso. Penso che mi inventerò qualcosa come la teoria del grande palcoscenico che un amico lontano che non difetta del necessario sense of humour ha elaborato per farsi una ragione delle cose italiche. Ma non so se opterò, a titolo di esempio, per Cavalleria Rusticana, La Traviata o Pagliacci ...

18 gennaio 2007

Si consiglia di leggere

Avendo avuto un po' d tempo, oggi è stata una giornata di letture in giro per la blogosfera. Vorrei quindi segnalare le cose che mi sono sembrate più interessanti.

La prima riguarda un paese che mi è caro e conosco abbastanza bene, anche senza avere una conoscenza decente della lingua, vale a dire la Germania. Su Walking class si racconta molto bene come e perché finisce l’era Stoiber.

La seconda è un post su pritreviso.splinder.com che spiega in dettaglio e commenta per benino la notizia che ci ha fatto tutti fare salti di gioia, e cioè che in base all'indice delle libertà economiche elaborato dalla Heritage Foundation e dal "Wall Street Journal", l'Italia, più o meno, è come l'Uganda.

La terza l'ho letta su windrosehotel e riguarda la "teoria del complotto" relativamente all'11 settembre. Da un esponente della sinistra radicale americana arriva una stroncatura definitiva e beffarda delle sciocchezze che si sono udite in questi anni su quel tagico avvenimento.

La quarta la copio/incollo direttamente da Wittgenstein, perché è un post telegrafico:

Piuttosto che farsi venire un'idea o fronteggiare l'evidenza, Piero Fassino fa il suo onesto lavoro e timbra una letterina di azioni-di-governo, riforme-strategiche, sedi-di-impostazione, strumenti-con-cui-avviare, e finisce per confermare ciò che nega.

Giustizia ingiusta

Ci sono notizie "giudiziarie" che definire imbarazzanti è un pietoso eufemismo. Cito per comodità dal Riformista di oggi:

Uno dei consulenti dei pm impegnati nell’esame delle forbici sequestrate a casa dell’ingegnere Elvo Zornitta - il presunto Unabomber da settimane sbattuto in prima pagina e sulle tv di tutt’Italia - è stato iscritto nel registro degli indagati dalla procura della repubblica di Trieste. Secondo il sito internet di Panorama avrebbe - il condizionale è d’obbligo - modificato le forbici al fine di renderle compatibili con un lamierino di ottone trovato nell’ordigno inesploso il 2 aprile 2004 nella chiesa di Portogruaro, in provincia di Venezia.

Per uno che viaggia per lavoro fuori dall'Italia per gran parte dell'anno queste sono cose che fanno passare la voglia di tornare e inducono a decidersi una buona volta ad accettare qualche proposta che preveda un espatrio pressoché definitivo. Comunque, sperando che la notizia possa essere smentita dai fatti, non resta che associarsi alle considerazioni conclusive dell'editoriale succitato.

01 gennaio 2007

Buon 2007!

Neanche un super-latitante della blogosfera quale il sottoscritto può sottrarsi all'obbligo morale di augurare a tutti un

Felice Anno Nuovo!
A risentirci presto, spero!

06 dicembre 2006

Il realismo di Benedetto XVI

Il rapporto Occidente-Islam, l'approccio di George W. Bush e quello di Benedetto XVI messi a confronto (e chi ne esce meglio è il papa). Tutto in un articolo di Jeff Israely scritto per Time Magazine e ripubblicato in traduzione italiana sul Foglio:

Benedetto realismo
Ecco perché l’ultimo grande realista
non è il B. che si trova a Washington,
ma il B. che si trova inVaticano


Paragonare la diplomazia vaticana a quella di qualsiasi altra nazione laica è un’operazione rischiosa. Paragonare l’odierno stato della chiesa con gli Stati Uniti, la superpotenza politica e militare del XXI secolo, è senza dubbio sconsigliabile. E, naturalmente, paragonare il presidente George W. Bush a Papa Benedetto XVI è pura follia. Ciononostante, quando ci sono troppe domande e troppe poche risposte per i nostri tempi incerti, quando l’America di Bush sembra avere esaurito la propria leadership nella risposta occidentale al terrorismo islamico e la chiesa di Benedetto è scesa in campo, quando la posta in gioco è altissima, viene la tentazione di cercare qualche ispirazione sul terreno scivoloso di una analogia così dissacrante. Quindi, chiedendo in anticipo il perdono di coloro che conoscono a fondo la situazione sia sulle rive del Tevere che su quelle del Potomac, ecco un articolo già macchiato prima ancora di cominciare. Questo esercizio d’analisi comincia con l’11-12 settembre 2006. Ripensandoci, possiamo dire che l’anniversario dei cinque anni del giorno che ha cambiato il mondo è stato in effetti il funerale del metodo Bush per la lotta al terrorismo. Quel giorno il presidente ha cercato di fare la stessa cosa che aveva fatto in occasione dei precedenti anniversari, ossia ricordare al mondo la minaccia mortale sferrata da al Qaida con l’attentato alle due torri e difendere la validità delle sue scelte di politica estera. Per la prima volta, però, nessuno ha dato credito alle sue parole, visto che l’Iraq è sempre più fuori controllo e persino i sostenitori del presidente si domandano se la politica americana in Iraq non serva ad altro che a nutrire il nemico. Meno di due mesi dopo l’anniversario, i repubblicani hanno perso la maggioranza nel Congresso, facendo crollare l’ambiziosa e rigida visione di Bush per ridisegnare la mappa del medio oriente con la forza militare.

L’Iraq di Bush, la Ratisbona di Ratzinger
Il giorno dell’anniversario, Papa Benedetto XVI, in visita nella sua città natale di Mark am Inn, non ha detto nulla sull’11 settembre. Se lo è tenuto per il giorno dopo. In un sol colpo, con il suo discorso di Ratisbona, il pontefice romano ha preso il posto del presidente americano quale figura controversa all’avanguardia occidentale dello scontro di civiltà. Dopo cinque anni, il Papa è stato il primo leader mondiale a dire chiaramente che le fonti del terrorismo islamico possono essere rintracciate all’interno dello stesso islam. L’ironia sta nel fatto che Bush ha sempre ripetuto che “l’islam è una religione di pace”, ma allo stesso tempo ha scatenato una guerra che la maggior parte del mondo musulmano considera come una crociata contro la loro religione. Benedetto, invece, ha messo in discussione le stesse radici di questa fede e la sua attuale battaglia interna con la violenza, ma, allo stesso tempo, ha proposto la pace come punto di partenza politico. Qui, naturalmente, l’argomentazione diventa fragile. Sappiamo che il papa è un leader senza esercito e con l’obbligo di predicare un vangelo di salvezza spirituale, mentre il primo compito del presidente è quello di garantire la sicurezza dei propri cittadini. Ciò che, tuttavia, appare paragonabile è la portata globale delle loro azioni e la loro necessità di rispondere agli eventi. Entrambi gli uomini hanno idee molto chiare, grandi ambizioni e, senza dubbio, la consapevolezza della propria responsabilità. La giustezza dell’idea originale – invadere l’Iraq o invece decidere di usare forti argomenti teologici per parlare di islam e violenza – è soltanto il punto di partenza. Ogni leader, ogni nazione e ogni chiesa deve dare una veste concreta alle proprie decisioni politiche in un mondo fluido e imprevedibile. Forse più che per l’idea dell’invasione (che gode di ampi consensi tra gli americani), Bush sarà ricordato per la rigidità con la quale ha condotto la guerra, fino al punto da sembrare non più in contatto con la realtà. Da un certo momento in poi è sembrato inutile, tanto per gli alleati quanto per i nemici, stare ad ascoltare ciò che diceva. Le immagini televisive dei massacri di Baghdad parlavano da sole. Dopo il discorso di Ratisbona, invece, Benedetto ha dato prove planetarie di un solido e immediato realismo. Senza dubbio, è più difficile ritirare un esercito che andare a visitare una moschea; ma, per quanto riguarda i rapporti diplomatici, la più grande bugia è che la flessibilità sia un segno di debolezza. E nel caso di Benedetto, ha offerto la possibilità – quando sarà il momento propizio – di riprendere la discussione, avviata a Ratisbona, sulle radici religiose della violenza e dell’oppressione. Se il Papa non riesce a riprendere questa discussione sarà l’equivalente di una fuga dalla battaglia. Se invece ci riesce, la diplomazia vaticana potrebbe dimostrarsi molto più potente di innumerevoli eserciti. (traduzione di Aldo Piccato)

03 dicembre 2006

Camici bianchi

Curiosando nella blogosfera ho letto un post, in un blog amico, che mi ha ricordato qualcosa. (Non metto il link perché si parla di cose di famiglia (anche se, diciamo, son cose d'ordinaria amministrazione), e oltretutto mi sembra che la blogger in questione sia persona riservata che non gradirebbe particolarmente.)
Sì, il breve quadretto familiare mi ha ricordato l'antipatia e la diffidenza che ho sempre avuto per gli ospedali e per la "sanità" in generale. Intendiamoci: massimo rispetto per "scienza medica", i medici, il pesonale sanitario, le medicine, ecc. Però ... non mi fido, e se Dio vuole voglio stare alla larga il più possibile.
Non è solo questione di pregiudizi, è "anche" questo (perché il pregiudizio ce l'ho, è inutile egarlo), ma non solo questo. Sono stato testimone di qualche caso, e ... ho perso anche quel poco di fiducia che pure avevo fino a qualche anno fa. Non è neppure antipatia per i "camici bianchi" (quella non c'è, lo garantisco, anche se ho conosciuto dei presuntuosi che non sto neanche a dire ...).
E' che "la medicina" in quanto tale non mi convince neanche un po'. E' una "scienza" che non è una scienza, un'arte che non è un'arte. Non è una scienza perché di esatto non c'è quasi niente, non è un'arte perché di creativo, nella classe medica, non c'è rimasto più niente. I vecchi medici di famiglia, quelli che ti guardavano e "capivano" non ci sono più. Io me ne ricordo uno, quando ero piccolino: un mago, uno stregone fantastico che capiva al volo cosa avevi e ci azzeccava sempre, e aveva una sana diffidenza per la "scienza medica". C'era una relazione tra quella diffidenza e la sua bravura di medico? Io dico di sì. Ma, per amor del cielo, io esprimo solo un'opinione strettamente personale. Comunque sto alla larga. Non so se mi spiego.

18 novembre 2006

Mostri?

I miei figli, per fortuna, sono già grandi, abbastanza per essere al riparo da quella che sembra essere una pericolosa deriva ... Comunque questa riflessione di Antonio Scurati mi sembra fare giustizia di qualche semplificazione di troppo.

Violenti depravati cattivi...
La Stampa
17/11/2006
di Antonio Scurati

Questi ragazzi vivono immersi in un ambiente violento. Il loro non è semplice bullismo. Sono violenti, sono depravati, sono cattivi». Così dice la preside della scuola torinese dove quattro studenti hanno seviziato un loro compagno disabile davanti a una telecamera, per poi diffondere su Google il video del loro misfatto. E' vero. Ha ragione la preside. Questi ragazzi sono violenti, sono depravati, sono cattivi. Sono i nostri ragazzi.

Riconoscerli come «nostri» non conduce a nessun indulgente sociologismo. Capire in che cosa sono «figli del nostro tempo» significa capire che il nostro tempo è il loro tempo. Che il mondo adulto non è più padrone in casa propria. Non è del tutto priva di fondamento la paranoia collettiva che spesso ci fa avvertire i giovani come un'orda di assalitori barbarici guidata dalla stella della predazione. La distanza tra le generazioni non è più stata percepita in modo tanto drammatico almeno dal '68 in qua. Ora, però, non essendoci più una precisa linea di demarcazione ideologica o di rivendicazione politica a dividere l'animale vecchio da quello giovane, l'inflessibile alterità dei «nostri» ragazzi risulta ancora più inquietante di allora. Appare quasi come l'effetto di una mutazione etologica. E' come se, in seno alla specie umana, si fosse prodotta una subspeciazione. La mutazione, però, è ovviamente culturale e tecnologica.

In primo luogo, non dobbiamo dimenticare che la sfrenatezza, sessuale e distruttiva, dei nostri ragazzi è il lato lugubre di un giubilante giovanilismo. La paranoia anti-giovanile è il rovescio del delirio giovanilistico. Oggi, buona parte della vita sociale, culturale ed economica degli adulti ruota attorno a un simulacro della giovinezza, pencolando tra idolatria e mercificazione. I corpi degli adolescenti sono al centro di un vero e proprio culto sociale e lo scatenamento della libido sessuale, tipico della pubertà, è incitato più che inibito dalla cultura dominante. Insomma, il nostro mondo è il loro mondo e loro ne fanno quello che vogliono. I quattordicenni che, in gruppo, si approfittano sessualmente di una loro insegnante, presumibilmente disturbata, in un bagno di una scuola dell'hinterland milanese come se fossero in un film porno, sembrano quasi eseguire un mandato collettivo. Sono la spia patologica di una normalità abnorme.

In secondo luogo, la loro sfrenatezza manifesta l'assenza del grande inibitore: il senso della morte. I nostri ragazzi sono i figli di una cultura che ha sottoposto a violenta rimozione il senso del tragico. La nostra cultura. Sono crudeli perché noi non gli abbiamo insegnato la morte e la sofferenza. La nostra morte. Morte e sofferenza non sono affatto un dato naturale, come credono gli sciocchi, ma un'esperienza costruita culturalmente. La crudeltà degli adolescenti è un difetto di immaginazione, è l'aberrazione del grande tema sacrificale: quando vedono qualcuno morire o soffrire, non pensano più «quello muore o soffre al posto mio», ma «quello muore o soffre e io no».

L'aspetto agghiacciante dell'episodio della scuola «Albe Steiner» di Torino non sta nel fatto che quattro adolescenti abbiano seviziato un loro compagno, ma che lo abbiano fatto per filmarlo. Hanno perpetrato e vissuto un gesto efferato come uno pseudo-evento, un accadimento creato appositamente per i media. Erano già gli spettatori di loro stessi mentre compivano il male. Questo il risultato della canonizzazione della posizione del telespettatore attuata dalla società dello spettacolo: si impara a rimanere impassibili e indifferenti dinanzi al dolore degli altri. Caso mai, intrattenuti e divertiti.

Noi adulti, d'altronde, li abbiamo educati a rimanere spettatori dinanzi a guerre televisive che provocano centinaia di migliaia di morti. Questo il mondo che abbiamo lasciato in eredità ai nostri ragazzi. Un mondo senza di noi. In questo mondo, infatti, gli «altri» non esistono se non come immagini in un video, simulacri e strumenti del nostro piacere di guardare. E noi adulti, è bene non dimenticarlo, siamo gli «altri» sugli schermi delle vite dei nostri figli.

10 novembre 2006

Una grande democrazia

Dice bene Roberto Piccoli su WRH: l'aricolo di Vittorio Zucconi sul voto americano è da conservare:

Martedì non ha vinto la sinistra, né perduto la destra. Ha vinto l'America moderata e pragmatica, quella che accetta, si emoziona, si mobilita, ma poi misura, pesa e licenzia in tronco.

E su Bush ecco un inatteso elogio:

È stato comunque ammirevole, il presidente Bush, a offrirsi ai giornalisti in diretta tv la mattina dopo la Little Big Horn repubblicana. Ha avuto coraggio e senso sportivo di fronte alla disfatta, perché Bush è americano, cresciuto nel culto della volontà popolare, non importa quanto risicato sia il margine, e ha vissuto in prima persona gli alti e bassi delle fortuna paterne, esaltato e poi sconfitto, nel 1991. "Sono stato varie volte in questo rodeo", ha sorriso con tono riflessivo e ironico (...).

Solo da una grande democrazia ci si può aspettare questo tipo di spettacolo. Concordo con Roberto: Grazie America è il commento migliore che si possa fare.

06 novembre 2006

Aspettando il referendum

Il costituzionalista Giovanni Guzzetta ha messo a punto alcuni ingegnosi quesiti referendari che, in caso di vittoria dei «sì», cambierebbero radicalmente il nostro sistema elettorale. Come osserva Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, ne verrà fuori un terremoto politico:

Spostando il premio di maggioranza, come prevede uno dei quesiti referendari, dalla coalizione al singolo partito la riforma darà un colpo all'attuale, esasperatissima, frammentazione partitica, obbligherà le forze, a destra come a sinistra, ad unirsi, ad aggregarsi. Con le nuove regole, chi darà vita a una grande formazione politica avrà più probabilità di conquistare il premio di maggioranza e vincere le elezioni. Il che innescherà, verosimilmente, a destra e a sinistra, una corsa all'aggregazione. Tale riforma favorirebbe, probabilmente, la nascita del Partito democratico (a sinistra) e del partito unico dei moderati (a destra). E darebbe più stabilità e compattezza ai governi.

In primavera inizierà la raccolta delle firme. Io mi preparo a firmare.

22 ottobre 2006

A proposito di complotti

Sergio Romano, editoriale del Corriere di oggi (nessuno si meravigli se queste parole suonano un pochino banali, ci si preoccupi piuttosto di ciò che le ha provocate):

Non credo vi sia stato un altro momento politico, dopo Tangentopoli, in cui i sentimenti di stima e fiducia della società per il vertice del Paese, soprattutto politico ma anche economico, abbiano toccato un punto così basso. (...) Le teorie del complotto rischiano di offuscare i termini del problema. La minaccia che incombe sul governo Prodi non viene, in ultima analisi, da una congiura trasversale dei suoi nemici. Il malessere nasce all’interno della coalizione e contagia il Paese. Il presidente del Consiglio ha un alto concetto di sé, si è fissato una rotta ed è convinto di poter tagliare il traguardo.
Ma non può ignorare che il suo governo è un coro di voci discordanti, che mai prima d’ora ministri e sottosegretari avevano dimostrato nei loro pubblici litigi un così scarso senso del pudore e che l’opinione pubblica attribuisce alle pressioni dell’estrema sinistra molte misure discutibili della Finanziaria. Anziché sospettare le intenzioni dei suoi nemici (non vi è governo che non ne abbia) Prodi dovrebbe interrogarsi sul malumore del Paese. Scoprirebbe che il «complotto » è il meno grave dei pericoli a cui deve far fronte.


Poi, in un'intervista a Repubblica, il premier si è pentito ("Nessun complotto"), ma intanto si è meritato questa bacchettata.

20 ottobre 2006

Sulla religione della Right Nation

Lo avevo chiamato in causa (vedi post precedente), ma non mi sarei mai aspettato di leggere una cosa "trasversale" per tutta risposta. Cosa vuol dire, nella fattispecie, "trasversale"? C'è solo un modo per scoprirlo: andare qui e poi fermarsi a riflettere un attimo. Dopo un po' ti accorgi che quella "trasversalità" è la risposta che andavi cercando, probabilmente l'unica sensata. Un grande post.

18 ottobre 2006

Dio e politica: il caso americano

L'argomento religione e politica tiene sempre più spesso banco sui media e nella blogosfera (più in Italia che altrove, mi sembra: in Gran Bretagna, ad esempio, dove mi trovavo fino a qualche ora fa, non mi risulta). Non è un campo di mia competenza e quindi, più che commentare, posso segnalare, anche se qualche idea in materia posso avercela anch'io, o meglio, se vogliamo campo un po' di rendita visto che di solito mi ritrovo nell'impostazione che al problema viene data da Roberto su Wind Rose Hotel (vedere ad esempio questo post di ieri) o da Norman Geras.
Oggi, comunque, mi sembra doveroso segnalare ciò che ha scritto Christian Rocca sul Foglio. Ma sarei curioso di leggere qualche comento in prposito: se a Roberto fischiano le orecchie la cosa non deve ritenersi casuale.

17 settembre 2006

Un addio a Oriana

Di Oriana Fallaci si può dire tutto, meno che non sia stata una donna straordinaria. Dopo l'11 settembre ha conosciuto una "seconda giovinezza" intellettuale e civile. Ha scosso l'opinione pubblica, l'ha sconcertata e sconvolta, ma ha detto soltanto la verità, anche se in modo volutamente provocatorio e violento. Anche se non è mai stata un mito per il sottoscritto, non posso fare a meno di riconoscerne la grandezza solitaria. Ma qualunque cosa io possa dire su di lei, non renderebbe mai l'idea di cosa penso di Oriana meglio di questo post.