Ho firmato il "Manifesto di Euston" e consiglio vivamente i lettori di questo blog di fare altrettanto. Il Foglio ha pubblicato qualche giorno fa una traduzione in italiano e Christian Rocca l'ha copiata/incollata sul suo blog. Per praticità la ripubblico anche qui per intero. Su Wind Rose Hotel c'è il post dal quale ho appreso del Manifesto. Tra l'altro esprime un punto di vista che sostanzialmente coincide con il mio (ma non è la prima volta con WRH). Interessante anche la citazione di un articolo di Christopher Hitchens, che come sempre ha il potere di mettere in azione le cellule cerebrali del lettore.
Ecco il Manifesto:
Il Manifesto di Euston
Pubblicato da IL FOGLIO del 26 aprile 2006
A. Presentazione
Siamo democratici e progressisti e proponiamo un nuovo riallineamento politico. Molti di noi appartengono alla sinistra, ma i principi qui esposti non intendono escludere altre tradizioni politiche; vogliamo, piuttosto, andare oltre la sinistra socialista e accogliere liberali egalitaristi ed altri che si impegnano per la democrazia senza ambiguità ed incertezze.
Intendiamo infatti ridefinire il pensiero progressista distinguendo nettamente tra la sinistra rimasta fedele ai propri valori più autentici e quella che invece si è ultimamente mostrata troppo arrendevole nel difendere proprio quei valori. Si tratta dunque di fare causa comune con i democratici autentici, siano essi socialisti o no. Questa iniziativa è nata e ha destato l’interesse maggiore su Internet, soprattutto nella “blogosfera”.
Abbiamo tuttavia l’impressione che i media tradizionali, come gli altri luoghi della politica contemporanea, stiano sottostimando il potenziale di questa proposta. Le affermazioni di principio qui contenute rappresentano solo un inizio. Infatti con questi contenuti avviamo un sito Internet che sarà al servizio della corrente di opinione che speriamo di rappresentare e dei diversi blog o altri siti web che condividono questo invito a ridefinire la politica progressista.
B. Principi generali
1. Per la democrazia
Noi siamo assolutamente vincolati e impegnati a difendere le norme, le procedure e le istituzioni democratiche – libertà di opinione e riunione, libere elezioni, separazione tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario, e separazione tra stato e religione. Noi attribuiamo grande valore alle consuetudini e alle istituzioni, foriere di buon governo, di quei paesi nei quali si sono radicate le democrazie liberali e pluraliste.
2. Non giustifichiamo le tirannie
Rifiutiamo qualsiasi giustificazione o indulgenza per i regimi reazionari e per i movimenti nemici della democrazia – regimi che opprimono i propri cittadini e movimenti che aspirano a farlo. Ci distinguiamo nettamente da quegli elementi della sinistra disposti ad offrire attenuanti e comprensione a forze politiche di quella sorta.
3. Diritti umani per tutti
Siamo convinti che i diritti umani fondamentali contenuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo siano esattamente e giustamente universali. Le violazioni di tali diritti devono essere egualmente condannate, chiunque ne sia responsabile e indipendentemente dal contesto culturale nel quale sono commesse. Rifiutiamo i doppi standard dei quali si serve un’opinione autodefinita progressista, che condanna molto più duramente le violazioni (meno importanti, anche se vere) perpetrate dai governi occidentali che non quelle, palesemente molto più gravi, commesse altrove. Rifiutiamo inoltre il punto di vista (relativismo culturale) secondo il quale in determinate nazioni o popolazioni i diritti umani fondamentali non sono applicabili.
4. Eguaglianza
Siamo favorevoli alle politiche di tipo egalitarista. Auspichiamo cambiamenti nei rapporti tra i sessi (finché non sarà raggiunta una completa uguaglianza di genere), tra le diverse comunità etniche, tra quelle di diversa affiliazione religiosa e quelle di nessuna religione, e tra le persone di diverso orientamento sessuale – e auspichiamo in generale una più vasta eguaglianza sociale ed economica. Lasciamo aperto, poiché tra noi esistono in proposito punti di vista diversi, il problema di quali forme economiche tale eguaglianza debba assumere; in ogni caso, affermiamo gli interessi dei lavoratori e il loro diritto di organizzarsi per difendere tali interessi. I sindacati democratici sono organizzazioni essenziali per la difesa degli interessi dei lavoratori e costituiscono una forza fondamentale per la promozione dei diritti umani, della democrazia e dell’internazionalismo egalitario. I diritti del lavoro sono diritti umani. L’adozione in tutto il mondo delle Convenzioni della Organizzazione Mondiale del Lavoro – oggi ignorate da molti governi in ogni parte del mondo – è per noi una priorità. Siamo impegnati nella difesa dei diritti dei bambini e nella lotta alla schiavitù sessuale e a ogni forma di maltrattamento istituzionalizzato.
5. Sviluppo economico per la libertà
Siamo favorevoli allo sviluppo economico mondiale come fattore di libertà e lottiamo contro l’oppressione economica strutturale e il degrado ambientale. L’attuale espansione dei mercati globali e del libero scambio non deve servire i ristretti interessi di una piccola élite di manager nel mondo industrializzato e dei loro soci nei paesi in via di sviluppo. I benefici dello sviluppo su vasta scala attraverso l’espansione del commercio mondiale devono essere quanto più possibile diffusi, affinché soddisfino gli interessi sociali ed economici dei lavoratori, dei contadini e dei consumatori in ogni paese. Globalizzazione deve voler dire integrazione sociale e impegno verso la giustizia sociale in tutto il mondo. Per raggiungere questi obiettivi, siamo a favore di una riforma radicale dei principali organismi di governo economico mondiale (Organizzazione Mondiale del Commercio, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale) e sosteniamo il commercio equo, l’incremento degli aiuti internazionali, la cancellazione del debito e la campagna per la fine della povertà (Make Poverty History). Lo sviluppo può accrescere le aspettative di vita e la qualità della vita, alleviando i lavori pesanti e riducendo la giornata lavorativa; può portare libertà ai giovani, nuove opportunità di vita agli adulti e sicurezza agli anziani. Amplia gli orizzonti culturali e le possibilità di viaggiare e aiuta a rendere amici gli estranei. Lo sviluppo globale deve essere, inoltre, perseguito in modo compatibile con quanto è sostenibile dall’ambiente naturale.
6. No all’anti-americanismo
Rifiutiamo senza eccezioni l’anti-americanismo che oggi avvelena tanta parte del pensiero di sinistra (e settori di quello di destra). Non diciamo che gli Stati Uniti debbano essere considerati una società modello; siamo coscienti dei suoi problemi e dei suoi limiti, che sono in qualche misura comuni a gran parte dei paesi sviluppati. Gli Stati Uniti sono un grande paese e una grande nazione, sede di una democrazia forte, con tradizioni illustri e durature conquiste politiche e sociali. Le sue popolazioni hanno prodotto una cultura palpitante che è fonte di godimento, ispirazione ed emulazione per miliardi di persone. La politica estera degli Stati Uniti si è spesso contrapposta a movimenti e governi progressisti e ha appoggiato quelli reazionari e autoritari; tuttavia, questo non giustifica pregiudizi generalizzati contro quel paese o i suoi abitanti.
7. Per due popoli due stati in Palestina
Riconosciamo il diritto all’autodeterminazione sia degli israeliani sia dei palestinesi, nel contesto di una soluzione che preveda due diversi stati. Non potrà esservi soluzione ragionevole del conflitto israelo-palestinese che subordini o sopprima i legittimi diritti e interessi di una delle parti in causa.
8. Contro il razzismo
Per i liberali e per la sinistra, l’antirazzismo è una verità assiomatica. Ci opponiamo a qualsiasi forma di pregiudizio o comportamento razzista: il razzismo anti-immigranti dell’estrema destra, il razzismo tribale e interetnico, il razzismo contro le persone provenienti dagli stati islamici, o i loro discendenti, e in particolare il razzismo che può essere nascosto sotto le vesti della guerra al terrorismo. Tuttavia, l’ultimo riaffiorare di una forma di razzismo molto antica, l’antisemitismo, non è ancora sufficientemente riconosciuto dagli ambienti di sinistra. Alcuni arrivano a strumentalizzare le legittime rivendicazioni dei palestinesi sotto occupazione israeliana e nascondono i propri pregiudizi contro gli ebrei dietro la formula dell’antisionismo. Noi ci opponiamo, come è ovvio, anche a questa forma di razzismo.
9. Uniti contro il terrorismo
Noi avversiamo ogni forma di terrorismo. Prendere deliberatamente di mira popolazioni civili è un crimine, per il diritto internazionale e per tutti i codici di guerra, e non può essere giustificato dalla tesi secondo la quale ciò viene fatto per una causa giusta. Il terrorismo ispirato dall’ideologia islamista oggi è molto diffuso e minaccia i valori democratici, la vita e la libertà della gente in molti paesi. Questo non deve giustificare i pregiudizi contro gli islamici, che ne sono le vittime principali e tra i quali si trovano alcuni dei più coraggiosi oppositori del terrorismo. Ma il terrorismo è una minaccia da combattere, senza scusanti.
10. Per un nuovo internazionalismo
Siamo a favore di una politica internazionalista e di una riforma del diritto internazionale – nell’interesse della democratizzazione globale e dello sviluppo globale. L’intervento umanitario, quando si rende necessario, non vuol dire ignorare la sovranità ma significa porla, più correttamente, nella comunità dei popoli. Se minimamente uno stato protegge la vita quotidiana dei propri cittadini (senza torturare, uccidere o massacrare la popolazione, e soddisfacendone i bisogni essenziali per la sopravvivenza), allora la sua sovranità va rispettata. Ma quando uno stato viola atrocemente la vita quotidiana dei cittadini, ha rinunciato alla propria sovranità e la comunità internazionale ha il dovere di intervenire e prestare soccorso. Quando si arriva alla disumanità, vige il dovere di proteggerne le vittime.
11. Apertura critica alle idee
Traendo lezione dalla disastrosa vicenda degli apologeti di sinistra dei crimini dello stalinismo e del maoismo, come da quella più recente ma dello stesso tenore (alcune delle reazioni al crimine dell’11 settembre, la comprensione per il terrorismo suicida, le indegne alleanze, all’interno del movimento contro la guerra, con teocrati illiberali), noi rifiutiamo l’idea che non debba esserci opposizione “da sinistra”. Nello stesso modo, rifiutiamo di pensare che non possano esservi aperture verso idee e persone “a destra”. La sinistra che si allea a forze antidemocratiche, o che le giustifica, deve essere condannata chiaramente e severamente. D’altro canto, prestiamo attenzione alle voci e alle idee liberali o conservatrici che possono contribuire a rafforzare le norme e le pratiche democratiche e le battaglie per il progresso dell’umanità.
12. Per il rispetto della verità storica
Richiamandoci alle origini umanistiche del movimento progressista, sottolineiamo il dovere, per ogni vero democratico, di mostrare rispetto per la verità storica. Non solo fascisti, negatori dell’Olocausto e simili hanno provato a offuscare i fatti storici: una delle principali tragedie per la sinistra è che proprio su questo tema la propria reputazione è stata gravemente compromessa dal movimento comunista internazionale, e molti ancora non hanno imparato la lezione. Onestà intellettuale e politica, sincerità e chiarezza devono essere per noi un dovere.
13. Libertà di pensiero
Noi condividiamo il concetto liberale di libertà di pensiero. Oggi è più che mai necessario affermare che, salvo i casi di diffamazione, calunnia o istigazione alla violenza, tutti devono sentirsi liberi di criticare qualsiasi idea o concezione del mondo, compresa la religione (specifiche religioni o la religione in generale). Rispettare gli altri non significa non potere dare giudizi sulle loro convinzioni, se non le condividiamo.
14. Creatività open source
Nel contesto del libero scambio delle idee e per incoraggiare la creatività di gruppo, siamo favorevoli allo sviluppo aperto e accessibile di software e di altre opere di ingegno, e contrari al brevetto di geni, algoritmi e fatti naturali. Ci opponiamo all’estensione retroattiva delle leggi sulla proprietà intellettuale, che avvantaggiano finanziariamente le imprese che detengono i copyright. Il modello open source è collettivista e competitivo, collaborativo e meritocratico. Non è un ideale teorico ma una realtà sperimentata da decenni, che ha prodotto opere fruibili da tutti, valide e durature. Si può addirittura affermare che l’ideale di collegialità della comunità scientifica, che ha portato alla collaborazione open source, è stata per secoli alla base del progresso umano.
15. Un’eredità storica preziosa
Rifiutiamo la paura della modernità, la paura della libertà, l’irrazionalità, la sottomissione delle donne; e riaffermiamo le idee che hanno ispirato le parole d’ordine delle rivoluzioni democratiche del Settecento: libertà, eguaglianza e solidarietà; diritti umani; la ricerca della felicità. Queste idee illuminanti sono diventate parte della nostra eredità comune grazie alle trasformazioni socialdemocratiche, egalitarie, femministe e anticoloniali dell’Ottocento e Novecento – attraverso la ricerca della giustizia sociale, le prestazioni dello stato sociale, la fratellanza e sorellanza tra tutti gli uomini e le donne. Nessuno deve essere escluso, nessuno deve essere dimenticato. Noi ci schieriamo a favore di questi valori, ma non siamo fanatici. Noi abbracciamo anche i valori della analisi critica, del dialogo aperto, del dubbio creativo, della cautela di giudizio; siamo inoltre coscienti delle difficoltà e degli ostacoli oggettivi. Siamo perciò contrari a qualunque pretesa di verità totale, indiscussa o indiscutibile.
C. Alcune precisazioni
Difendiamo le democrazie liberali e pluraliste contro tutti coloro che ne sminuiscono le differenze rispetto ai regimi totalitari e tirannici. Ma tali democrazie hanno limiti e punti deboli. Le battaglie per lo sviluppo di istituzioni e procedure più democratiche, per dare forza a tutti coloro che non hanno potere o possibilità di far sentire la propria voce o sono privi di risorse politiche, sono componenti essenziali del programma della sinistra. I fondamenti sociali ed economici sui quali sono nate le democrazie liberali, sono segnati da profonde disuguaglianze di ricchezza e di reddito e da persistenti ingiustificati privilegi. Le disuguaglianze nel mondo gridano scandalo alla coscienza morale dell’umanità. Milioni di persone vivono in condizioni di terribile povertà e migliaia ogni giorno – soprattutto bambini – muoiono per malattie che potrebbero essere evitate. Le disuguaglianze tra individui e tra paesi determinano arbitrariamente le condizioni di vita delle persone.
Questa situazione è un atto d’accusa permanente alla comunità internazionale. La sinistra, coerentemente con le proprie tradizioni, lotta per la giustizia e per una vita dignitosa per tutti. Coerentemente con queste tradizioni, dobbiamo anche combattere contro le potenti forze della tirannia totalitaria che stanno nuovamente avanzando. Queste due battaglie devono essere combattute simultaneamente. L’una non può essere sacrificata a beneficio dell’altra.
Sconfessiamo quel modo di pensare secondo il quale i fatti dell’11 settembre 2001 sono un risultato meritato o comunque prevedibile, nel contesto della legittima opposizione alla politica estera americana. In realtà, quel giorno è stato perpetrato un assassinio di massa, mosso da ripugnanti convinzioni fondamentaliste e assolutamente non riscattabile in alcun modo. Nessuna formula ambigua può offuscare questa verità.
I promotori di questa dichiarazione hanno punti di vista diversi sull’intervento militare in Iraq, alcuni favorevoli e altri contrari. Riconosciamo le profonde ma comprensibili diversità di opinioni sulla opportunità di quell’intervento, sul modo in cui è stato realizzato, sulla gestione (o mancanza di gestione) delle sue conseguenze e sulle prospettive di un’effettiva trasformazione democratica in Iraq; siamo tuttavia uniti nel giudicare il regime baathista come reazionario, fascista e assassino, e dichiariamo che la sua caduta è stata una liberazione per il popolo iracheno. Siamo uniti anche nel considerare che, dal giorno in cui essa è avvenuta, l’impegno prioritario della sinistra avrebbe dovuto essere la lotta per istituire in Iraq un sistema politico democratico, per ricostruire le infrastrutture del paese e per dare vita in Iraq, dopo decenni di brutale oppressione, a un tipo di vita normale per i cittadini dei paesi democratici – invece di insistere in sterili discussioni sull’opportunità o meno dell’intervento militare.
Per questo motivo ci contrapponiamo non solo a quelli che a sinistra hanno attivamente dato sostegno alle bande di teppisti jihadisti e baathisti della cosiddetta resistenza irachena, ma anche a coloro che si proclamavano equidistanti tra queste forze e quelle che tentavano di portare il paese ad una nuova vita democratica. Non abbiamo nulla a che fare, inoltre, con chi sostiene solo a parole questo tentativo di democratizzazione, impegnando invece gran parte delle proprie energie nella critica agli avversari politici (considerati responsabili di tutti i problemi dell’Iraq) e tacendo invece sugli ignobili comportamenti delle truppe “ribelli” irachene. I molti che, da sinistra, si opponevano al cambiamento di regime in Iraq ed erano incapaci di comprendere i motivi di chi era invece favorevole, sciorinando anatemi e scomuniche e più recentemente pretendendo scuse e ravvedimenti, hanno in questo modo rinnegato tutti i valori democratici che affermano di voler difendere.
Gli atti di vandalismo contro le sinagoghe e i cimiteri ebraici e gli attacchi fisici agli ebrei sono in aumento in Europa. “L’antisionismo” è cresciuto al punto che organizzazioni considerate di sinistra sono disposte a dar voce ad esponenti apertamente antisemiti o ad allearsi a gruppi antisemiti. Ci sono individui, anche tra i ceti colti e benestanti, che non si vergognano a dire che la guerra in Iraq è stata combattuta in nome e per conto di interessi ebraici, o ad alludere più sottilmente alla nefasta influenza degli ebrei nella politica internazionale o interna – opinioni che per più di 50 anni dopo l’Olocausto nessuno avrebbe osato sostenere senza screditarsi di fronte al mondo. Noi contrastiamo tutti i vaneggiamenti di questo tipo.
La violazione dei minimi diritti umani ad Abu Ghraib, a Guantanamo o in altri casi simili deve essere assolutamente condannata per ciò che è: un allontanamento dai principi universali che sono stati storicamente acquisiti e assicurati nei paesi democratici, in particolare negli Stati Uniti d’America. Ma noi rifiutiamo i doppi standard utilizzati da molte persone di sinistra che considerano gravissime le violazioni dei diritti umani compiuti dai paesi democratici, mentre non si odono condannare altre vicende ben più gravi. Questa tendenza è arrivata al punto che alcuni portavoce di Amnesty International, organizzazione molto rispettata nel mondo grazie al decennale lavoro svolto, hanno paragonato Guantanamo ai Gulag sovietici o sostenuto che le misure adottate dagli Stati Uniti e da altri paesi liberal-democratici nella guerra al terrorismo costituiscono il più grave attacco ai diritti umani mai visto negli ultimi 50 anni; quel che è peggio, esponenti della sinistra hanno plaudito quei discorsi.
D. Conclusioni
E’ di vitale importanza per il futuro della politica progressista che oggi le persone di opinione liberale, egalitarista e internazionalista si pronuncino con chiarezza. Dobbiamo prendere posizione contro chi ritiene che l’intero programma progressista e democratico debba essere subordinato a un semplicistico e totalizzante “antiimperialismo” oppure alla lotta contro l’attuale governo americano. Invece, i contenuti e gli obiettivi veri di questo programma – i valori della democrazia e dei diritti umani, la guerra ai privilegi immotivati ed ai poteri arbitrari, la solidarietà con chi combatte la tirannia e l’oppressione – sono ciò che contraddistingue e sempre contraddistinguerà una sinistra alla quale valga la pena di appartenere.
The Euston Group
(traduzione di Mario Ristoratore, Ph.D.
ex Fulbright Scholar, Brandeis University)
Un blog mi costringe ad annotare qualche pensiero, che altrimenti andrebbe disperso. Il nick "Walt" vale Walt Whitman, vale a dire l'autore della raccolta di poesie alla quale il nome del blog si richiama.
02 maggio 2006
15 aprile 2006
Tra l'altro, auguri!
Se quel che dice Calderoli ha un fondamento giuridico è inutile fare tante storie: la parola passi ai giudici e ai giuristi, e facciamola finita.
Comunque Buona Pasqua a tutti.
Comunque Buona Pasqua a tutti.
09 aprile 2006
06 aprile 2006
Campagna deludente
Su La Stampa di oggi. Una cosa semplice che dice tutto quel che avrei potuto dire io sulla campagna elettorale. L’ha scritta Lietta Tornabuoni:
Soldi, soldi, soldi. In questa campagna elettorale non s'è parlato d'altro, come se il Paese fosse un mercato sterminato, un luogo di baratto dove cedere il voto per una manciata di noccioline (tu mi dai il voto e io ti levo l'Ici, tu mi eleggi e io dò 200 euro mensili per tre anni ai tuoi bambini, percentuali, tagli e cunei fiscali, coperture mancanti eccetera). Bugie a parte, è naturale: i soldi sono l'elemento centrale, nell'Italia squattrinata. Ci si ritrova peggio che nei versi dell'«Internazionale», il canto storico dei lavoratori: «Noi non siamo più nell'officina / sotto terra, nei campi, in mar / la plebe sempre all'opra china / senza ideali in cui sperar». Gli ideali neppure sono stati nominati, il che dà un certo senso di angustia, di aridità.
Per quello che riguarda i blog, non ne ho potuto visitare molti ultimamente, tranne quei quattro o cinque che leggo tutte le volte che mi collego a Internet. Il solito Windrose, ad esempio, ha trovato il modo di dire finalmente quel che pensa di Prodi (pardon, si limita a parlare di una sua “suggestione”). Ed io non posso che sottoscrivere. Certo che suggestioni così non si riscontrano tutti i giorni. Un post, come al solito, superlativo, praticamente perfetto.
Soldi, soldi, soldi. In questa campagna elettorale non s'è parlato d'altro, come se il Paese fosse un mercato sterminato, un luogo di baratto dove cedere il voto per una manciata di noccioline (tu mi dai il voto e io ti levo l'Ici, tu mi eleggi e io dò 200 euro mensili per tre anni ai tuoi bambini, percentuali, tagli e cunei fiscali, coperture mancanti eccetera). Bugie a parte, è naturale: i soldi sono l'elemento centrale, nell'Italia squattrinata. Ci si ritrova peggio che nei versi dell'«Internazionale», il canto storico dei lavoratori: «Noi non siamo più nell'officina / sotto terra, nei campi, in mar / la plebe sempre all'opra china / senza ideali in cui sperar». Gli ideali neppure sono stati nominati, il che dà un certo senso di angustia, di aridità.
Per quello che riguarda i blog, non ne ho potuto visitare molti ultimamente, tranne quei quattro o cinque che leggo tutte le volte che mi collego a Internet. Il solito Windrose, ad esempio, ha trovato il modo di dire finalmente quel che pensa di Prodi (pardon, si limita a parlare di una sua “suggestione”). Ed io non posso che sottoscrivere. Certo che suggestioni così non si riscontrano tutti i giorni. Un post, come al solito, superlativo, praticamente perfetto.
15 marzo 2006
Oliver Kamm sulla guerra (e code polemiche)
Un intervento su The Guardian di Oliver Kamm che vale la pena di leggere: "We were right to invade Iraq". Il medesimo Oliver Kamm riproduce sul suo blog l'articolo e la lettera ipercritica e insultante di un lettore molto arrabbiato con lui, presentandola con humour britannico. Nella missiva si dice che Il Guardian, dopo aver pubblicato l'articolo, ha perso un lettore ("Thanks to you the Guardian has just lost a reader of more than 18-years continued support. "). Non mi sembra che il quotidiano inglese abbia perso molto.
03 marzo 2006
Bye Bye Mr Diliberto
Sul famigerato caso Diliberto (sulle oscenità che ha avuto il coraggio di dire), di cui si discute oramai dappetutto: giornali, radio, tv, blog, al bar, sul lavoro e persino per strada, vorrei dire la mia molto sinteticamente. Innanzitutto, quel tipo è riuscito a far parlare di sé tutta l'Italia, e questo deve sembrargli un risultato strepitoso (e forse lo è, in termini elettorali, ovviamente). Oltretutto ha detto solo quel che pensa, da sempre, e non soltanto lui: c'è una buon terzo dell'Unione che la pensa allo stesso modo. Quindi non lo si può accusare di nulla, a meno che non si voglia imporre agli altri come e cosa pensare o non pensare.
Quindi lui è a posto.
Il problema, insomma, non è lui: siamo noi, noi che non la pensiamo come lui, anzi che la pensiamo in maniera opposta. Noi che, semplicemente, come ha scritto Il Riformista, non possiamo stare insieme a lui in nessun posto, tanto meno nell'Unione. Ora, a Diliberto questa situazione in cui lui dice quel che pensa e nessuno gli dice niente, può far comodo, fa effettivamente comodo, dal momento che non può andare alle elezioini da solo. Ma al resto dell'Unione conviene?
Io, comunque, la penso allo stesso modo di WRH: quelli non li voto manco se m'ammazzano, e se mi fanno girare le scatole finisce che voto per quegli altri: sì, per il centrodestra, per dare una bella lezione a quelli come Prodi, D'Alema, Fassino e Rutelli, che fanno finta di niente. Io no. Non faccio finta di nulla. Che Diliberto se ne vada all'inferno, e insieme a lui tutti coloro che usurpano il nome della sinistra facendoci credere che Stalin, Che Guevara o Fidel Castro sono la nostra guida. Sarà magari la loro. Non la mia. Io sto con Tony Blair.
Quindi lui è a posto.
Il problema, insomma, non è lui: siamo noi, noi che non la pensiamo come lui, anzi che la pensiamo in maniera opposta. Noi che, semplicemente, come ha scritto Il Riformista, non possiamo stare insieme a lui in nessun posto, tanto meno nell'Unione. Ora, a Diliberto questa situazione in cui lui dice quel che pensa e nessuno gli dice niente, può far comodo, fa effettivamente comodo, dal momento che non può andare alle elezioini da solo. Ma al resto dell'Unione conviene?
Io, comunque, la penso allo stesso modo di WRH: quelli non li voto manco se m'ammazzano, e se mi fanno girare le scatole finisce che voto per quegli altri: sì, per il centrodestra, per dare una bella lezione a quelli come Prodi, D'Alema, Fassino e Rutelli, che fanno finta di niente. Io no. Non faccio finta di nulla. Che Diliberto se ne vada all'inferno, e insieme a lui tutti coloro che usurpano il nome della sinistra facendoci credere che Stalin, Che Guevara o Fidel Castro sono la nostra guida. Sarà magari la loro. Non la mia. Io sto con Tony Blair.
Alla ricerca dell'arca perduta
Ennio Caretto si occupa sul Corriere della Sera di oggi di una questione molto singolare:
Esistevano davvero i nemici tedeschi di Indiana Jones: Himmler li spedì a convalidare le fantasie del Führer
I predatori nazisti dell’arca perduta
WASHINGTON - Nel film I predatori dell’arca perduta , ambientato negli anni Trenta, due agenti segreti americani informano Indiana Jones che Hitler «ha l’ossessione dell’occulto e sta mandando archeologi in giro per il mondo a caccia di antichità religiose». Finzione cinematografica? No, realtà, come spiega The Master Pl an , uno straordinario libro di Heather Pringle, la storica canadese autrice del bestseller del 2001 The Mummy Congre ss (tradotto in italiano nel 2002 con il titolo I segreti della mummie , Piemme, pagine 383, 18,90). Senza nominarla, precisa la Pringle, il film si riferisce all’organizzazione Ahnenerbe («Eredità ancestrale»), fondata nel 1935 da Heinrich Himmler, capo delle SS e alter ego del Führer, col compito di dimostrare che «la civiltà umana è esclusivamente un prodotto ariano», come Hitler aveva scritto in Mein Kampf . L’Ahnenerbe fu il braccio accademico delle SS, narra la storica, ispirato alla dottrina della superiorità razziale, un prestigioso serbatoio di cervelli che nel 1939, all’apice dell’attività, raccolse 137 studiosi e 82 tecnici. Ma che segnalò anche al nazismo gli «impuri», ossia agli ebrei, fornendogli «la giustificazione scientifica» dell’Olocausto. I predatori dell’arca perduta non è l’unico film che si rifaccia all’Ahnenerbe. Nelle avventure di James Bond, il quartier generale del mortale nemico dell’agente 007, Ernst Stavros Blofeld, è il castello di Mittersill, dove l’Ahnenerbe situò il Museo degli scheletri di 86 ebrei - uomini, donne e bambini - su cui aveva prima condotto atroci esperimenti. E nel film Sette anni in Tibet , l’attore Brad Pitt riveste i panni di un emissario d’Ahnenerbe, lo scalatore Heinrich Harrer, deceduto il 7 gennaio scorso, intrappolato nel Paese asiatico dalla seconda guerra mondiale. Ma sono cenni fugaci, che non gettano luce sull’organizzazione. The Master Plan , pubblicato negli Stati Uniti dall’editore Hyperion, ne svela invece il ruolo cruciale in quella che doveva essere la costruzione dell’impero ariano, il più fulgido della storia, e nell’eliminazione dei semiti. Himmler, osserva la Pringle, era certo che la razza suprema avesse dominato il mondo prima delle glaciazioni e ogni continente ne conservasse le prove irrefutabili. L’Ahnenerbe doveva scoprirle e consegnarle al Führer. A spingere la storica a interessarsi dell’istituto, su cui ha rintracciato migliaia di documenti, fu il lavoro per The Mummy Congre ss, un libro sui millenari resti umani nelle cave nordiche. Himmler aveva una teoria in merito: si trattava di individui uccisi o sacrificati per omosessualità dagli antenati germanici (i nazisti rinchiusero poi quasi 15 mila gay, segnalati da triangoli rosa, nei campi di sterminio). La Pringle fece una ricerca sulla passione del padre delle SS per la preistoria e arrivò alla Ahnenerbe. Ne rimase, ammette, affascinata e sconvolta. Alla sua fondazione nel 1935, riferisce, Himmler vi prepose come direttore operativo Wolfram Sievers, membro delle SS, e come presidente Hermann Wirth, archeologo che aveva scoperto «artefatti ariani» nei Paesi scandinavi, a cui subentrò due anni dopo il collega Walther Wust. Il merito di Wirth: aveva elaborato una dottrina ad hoc : l’antica Atlantide era stata il primo impero tedesco, andava dall’Islanda alle Azzorre e le isole Canarie e di Capoverde ne erano le ultime vestigia. Secondo Hitler, la razza ariana era rifiorita secoli più tardi in Grecia e in Italia, «il terreno più favorevole». L’Ahnenerbe si prefisse di dimostrarlo. Nel 1937, inviò in Val Camonica l’archeologo Franz Altheim e la sua amante, la fotografa Erika Trautmann, la protetta di un altro gerarca nazista, Hermann Göring. I due tornarono con tracce di una presenza teutonica simili a quelle reperite da Wirth in Scandinavia, «a conferma» che l’antica Roma era un derivato degli ariani. Da quel momento, le spedizioni di Ahnenerbe si moltiplicarono e i suoi studiosi, con funzioni anche di spionaggio, si spinsero in Medio Oriente, in Asia centrale, persino in America Latina. La coppia Altheim-Trautmann esplorò la Dalmazia, la Romania, la Siria e l’Iraq, dove accertò che «i beduini considerano Hitler e Mussolini come divinità». Il Führer si persuase che l’impero tedesco - non romano - si fosse esteso a Oriente fino all’Asia centrale e a Occidente fino alla Bolivia. E concepì il progetto di ripristinarlo con una massiccia emigrazione. Per la Crimea, che voleva depurare dagli ebrei, rileva la Pringle, Hitler scelse gli alto-atesini, «i goti sopravvissuti alle glaciazioni», che nel 1939, sulla scia di un accordo con Mussolini, avevano optato in maggioranza di lasciare l’Italia per la Germania. «Non ci sono difficoltà fisiche né psicologiche - proclamò -. Devono solo scendere lungo la grande arteria tedesca del Danubio». Il trapianto avrebbe dato il via alla totale colonizzazione dell’Est europeo, con gli insediamenti germanici collegati da una rete di autostrade. Ma l’avverso andamento del conflitto impedì al Führer di realizzare il suo Master Plan . La stessa sorte subì la colonizzazione della Bolivia, affidata nel 1939 dall’Ahnenerbe a un suo dirigente, Edmund Kiss. Stando a Kiss, Tiwanaku, l’antica capitale delle Ande, era stata costruita da esploratori nordici, da cui avrebbe acquisito il Dio sole e il calendario. Un retroscena che contribuisce a spiegare perché nel dopoguerra molti nazisti cercarono rifugio in America Latina. Nella mappa di Himmler, riprodotta in un’illustrazione del libro, in Asia l’impero doveva arrivare all’India, le cui sacre scritture - il Rig Veda, la più antica raccolta di inni agli dei in sanscrito - erano state attribuite dall’archeologo Walther Wust ai popoli teutonici. In tale quadro fu organizzata la spedizione in Tibet verso la città proibita di Lhasa, al comando di Ernst Schaefer e Bruno Berger, in cui vennero fotografati duemila individui e ne vennero misurati 376. Naturalmente l’esito della spedizione fu ovvio: anche gli ascendenti dei tibetani risultarono tedeschi, incluso un bambino appena individuato come il quattordicesimo Dalai Lama, quello attuale. Pochi anni dopo, nel 1943, su ordine di Wolfram Sievers, il direttore operativo dell’Ahnenerbe, Berger, partecipò a una delle peggiori efferatezze naziste: i test medici - e le torture - su 86 ebrei a Natzweiler, la loro uccisione nella camera a gas, la macerazione dei loro cadaveri e la preservazione dei loro scheletri nel Museo del castello di Mittersill. Heather Pringle mette in rilievo l’attività antisemita dell’Ahnenerbe: segnalare alle SS i gruppi «non ariani», una condanna a morte. E si chiede perché solo Sievers venne giustiziato in seguito ai processi di Norimberga, perché Berger ebbe tre anni di carcere con la condizionale, perché Schaefer e altri furono lasciati liberi, ripresero la loro carriera e spesso godettero dei tesori d’arte trafugati nelle loro esplorazioni. Con alcune eccezioni, la storica descrive i 137 studiosi e gli 82 tecnici come una congrega di razzisti, collaborazionisti, esaltati, accademici che fecero un patto con il diavolo. Il libro contiene anche una intervista dell’autrice realizzata nel 2002 con Berger, allora ancora in vita, novantunenne, in uno studio traboccante di antichità tibetane. L’ex nazista continuava a credere, commenta Heather Pringle, all’inferiorità degli ebrei, «una razza con caratteristiche mongoloidi», contestava la sentenza a suo carico, si professava vittima della politica. Soltanto quando gli chiese del Museo degli scheletri, Berger si mise sulla difensiva: «Fui intrappolato, ignoravo che sorte attendesse gli ebrei da me esaminati».
Il libro della storica canadese Heather Pringle «The Master Plan» (pagine 384, $ 24,95) è uscito negli Stati Uniti il 15 febbraio presso l’editore Hyperion di New York Il volume è uscito contemporaneamente in Canada da Penguin Canada e in Gran Bretagna da Fourth Estate L’autrice, nata nel 1952 a Edmonton, è una delle saggiste di maggior successo del Nord America su argomenti archeologici.
I predatori nazisti dell’arca perduta
WASHINGTON - Nel film I predatori dell’arca perduta , ambientato negli anni Trenta, due agenti segreti americani informano Indiana Jones che Hitler «ha l’ossessione dell’occulto e sta mandando archeologi in giro per il mondo a caccia di antichità religiose». Finzione cinematografica? No, realtà, come spiega The Master Pl an , uno straordinario libro di Heather Pringle, la storica canadese autrice del bestseller del 2001 The Mummy Congre ss (tradotto in italiano nel 2002 con il titolo I segreti della mummie , Piemme, pagine 383, 18,90). Senza nominarla, precisa la Pringle, il film si riferisce all’organizzazione Ahnenerbe («Eredità ancestrale»), fondata nel 1935 da Heinrich Himmler, capo delle SS e alter ego del Führer, col compito di dimostrare che «la civiltà umana è esclusivamente un prodotto ariano», come Hitler aveva scritto in Mein Kampf . L’Ahnenerbe fu il braccio accademico delle SS, narra la storica, ispirato alla dottrina della superiorità razziale, un prestigioso serbatoio di cervelli che nel 1939, all’apice dell’attività, raccolse 137 studiosi e 82 tecnici. Ma che segnalò anche al nazismo gli «impuri», ossia agli ebrei, fornendogli «la giustificazione scientifica» dell’Olocausto. I predatori dell’arca perduta non è l’unico film che si rifaccia all’Ahnenerbe. Nelle avventure di James Bond, il quartier generale del mortale nemico dell’agente 007, Ernst Stavros Blofeld, è il castello di Mittersill, dove l’Ahnenerbe situò il Museo degli scheletri di 86 ebrei - uomini, donne e bambini - su cui aveva prima condotto atroci esperimenti. E nel film Sette anni in Tibet , l’attore Brad Pitt riveste i panni di un emissario d’Ahnenerbe, lo scalatore Heinrich Harrer, deceduto il 7 gennaio scorso, intrappolato nel Paese asiatico dalla seconda guerra mondiale. Ma sono cenni fugaci, che non gettano luce sull’organizzazione. The Master Plan , pubblicato negli Stati Uniti dall’editore Hyperion, ne svela invece il ruolo cruciale in quella che doveva essere la costruzione dell’impero ariano, il più fulgido della storia, e nell’eliminazione dei semiti. Himmler, osserva la Pringle, era certo che la razza suprema avesse dominato il mondo prima delle glaciazioni e ogni continente ne conservasse le prove irrefutabili. L’Ahnenerbe doveva scoprirle e consegnarle al Führer. A spingere la storica a interessarsi dell’istituto, su cui ha rintracciato migliaia di documenti, fu il lavoro per The Mummy Congre ss, un libro sui millenari resti umani nelle cave nordiche. Himmler aveva una teoria in merito: si trattava di individui uccisi o sacrificati per omosessualità dagli antenati germanici (i nazisti rinchiusero poi quasi 15 mila gay, segnalati da triangoli rosa, nei campi di sterminio). La Pringle fece una ricerca sulla passione del padre delle SS per la preistoria e arrivò alla Ahnenerbe. Ne rimase, ammette, affascinata e sconvolta. Alla sua fondazione nel 1935, riferisce, Himmler vi prepose come direttore operativo Wolfram Sievers, membro delle SS, e come presidente Hermann Wirth, archeologo che aveva scoperto «artefatti ariani» nei Paesi scandinavi, a cui subentrò due anni dopo il collega Walther Wust. Il merito di Wirth: aveva elaborato una dottrina ad hoc : l’antica Atlantide era stata il primo impero tedesco, andava dall’Islanda alle Azzorre e le isole Canarie e di Capoverde ne erano le ultime vestigia. Secondo Hitler, la razza ariana era rifiorita secoli più tardi in Grecia e in Italia, «il terreno più favorevole». L’Ahnenerbe si prefisse di dimostrarlo. Nel 1937, inviò in Val Camonica l’archeologo Franz Altheim e la sua amante, la fotografa Erika Trautmann, la protetta di un altro gerarca nazista, Hermann Göring. I due tornarono con tracce di una presenza teutonica simili a quelle reperite da Wirth in Scandinavia, «a conferma» che l’antica Roma era un derivato degli ariani. Da quel momento, le spedizioni di Ahnenerbe si moltiplicarono e i suoi studiosi, con funzioni anche di spionaggio, si spinsero in Medio Oriente, in Asia centrale, persino in America Latina. La coppia Altheim-Trautmann esplorò la Dalmazia, la Romania, la Siria e l’Iraq, dove accertò che «i beduini considerano Hitler e Mussolini come divinità». Il Führer si persuase che l’impero tedesco - non romano - si fosse esteso a Oriente fino all’Asia centrale e a Occidente fino alla Bolivia. E concepì il progetto di ripristinarlo con una massiccia emigrazione. Per la Crimea, che voleva depurare dagli ebrei, rileva la Pringle, Hitler scelse gli alto-atesini, «i goti sopravvissuti alle glaciazioni», che nel 1939, sulla scia di un accordo con Mussolini, avevano optato in maggioranza di lasciare l’Italia per la Germania. «Non ci sono difficoltà fisiche né psicologiche - proclamò -. Devono solo scendere lungo la grande arteria tedesca del Danubio». Il trapianto avrebbe dato il via alla totale colonizzazione dell’Est europeo, con gli insediamenti germanici collegati da una rete di autostrade. Ma l’avverso andamento del conflitto impedì al Führer di realizzare il suo Master Plan . La stessa sorte subì la colonizzazione della Bolivia, affidata nel 1939 dall’Ahnenerbe a un suo dirigente, Edmund Kiss. Stando a Kiss, Tiwanaku, l’antica capitale delle Ande, era stata costruita da esploratori nordici, da cui avrebbe acquisito il Dio sole e il calendario. Un retroscena che contribuisce a spiegare perché nel dopoguerra molti nazisti cercarono rifugio in America Latina. Nella mappa di Himmler, riprodotta in un’illustrazione del libro, in Asia l’impero doveva arrivare all’India, le cui sacre scritture - il Rig Veda, la più antica raccolta di inni agli dei in sanscrito - erano state attribuite dall’archeologo Walther Wust ai popoli teutonici. In tale quadro fu organizzata la spedizione in Tibet verso la città proibita di Lhasa, al comando di Ernst Schaefer e Bruno Berger, in cui vennero fotografati duemila individui e ne vennero misurati 376. Naturalmente l’esito della spedizione fu ovvio: anche gli ascendenti dei tibetani risultarono tedeschi, incluso un bambino appena individuato come il quattordicesimo Dalai Lama, quello attuale. Pochi anni dopo, nel 1943, su ordine di Wolfram Sievers, il direttore operativo dell’Ahnenerbe, Berger, partecipò a una delle peggiori efferatezze naziste: i test medici - e le torture - su 86 ebrei a Natzweiler, la loro uccisione nella camera a gas, la macerazione dei loro cadaveri e la preservazione dei loro scheletri nel Museo del castello di Mittersill. Heather Pringle mette in rilievo l’attività antisemita dell’Ahnenerbe: segnalare alle SS i gruppi «non ariani», una condanna a morte. E si chiede perché solo Sievers venne giustiziato in seguito ai processi di Norimberga, perché Berger ebbe tre anni di carcere con la condizionale, perché Schaefer e altri furono lasciati liberi, ripresero la loro carriera e spesso godettero dei tesori d’arte trafugati nelle loro esplorazioni. Con alcune eccezioni, la storica descrive i 137 studiosi e gli 82 tecnici come una congrega di razzisti, collaborazionisti, esaltati, accademici che fecero un patto con il diavolo. Il libro contiene anche una intervista dell’autrice realizzata nel 2002 con Berger, allora ancora in vita, novantunenne, in uno studio traboccante di antichità tibetane. L’ex nazista continuava a credere, commenta Heather Pringle, all’inferiorità degli ebrei, «una razza con caratteristiche mongoloidi», contestava la sentenza a suo carico, si professava vittima della politica. Soltanto quando gli chiese del Museo degli scheletri, Berger si mise sulla difensiva: «Fui intrappolato, ignoravo che sorte attendesse gli ebrei da me esaminati».
Il libro della storica canadese Heather Pringle «The Master Plan» (pagine 384, $ 24,95) è uscito negli Stati Uniti il 15 febbraio presso l’editore Hyperion di New York Il volume è uscito contemporaneamente in Canada da Penguin Canada e in Gran Bretagna da Fourth Estate L’autrice, nata nel 1952 a Edmonton, è una delle saggiste di maggior successo del Nord America su argomenti archeologici.
19 febbraio 2006
Calderoli e Rushdie
Che differenza c'è fra l’affaire Calderoli e il caso Rushdie? Se lo chiede Antonio Socci su Libero stamattina. “La domanda potrà stupire”, riconosce Socci, “riflettiamoci con la mente libera”. Per carità, riflettiamoci pure con calma e sangue freddo. L’articolo l’ho letto tutto, ma io, dopo aver letto, sono rimasto dell’idea che qualche differenza c’è: Rushdie, ad esempio, non era un ministro in carica di un governo qualsivoglia. La differenza che Wind Rose Hotel vede tra un ministro e un vignettista, un attore comico, un militante politico qualsiasi. Ora si potrebbe aggiungere: e uno scrittore di romanzi. Comunque, ecco qua il pezzo dell’articolo che Libero ha riprodotto sul suo sito web. Ce n’è abbastanza per non trovare alcuna pezza d’appoggio per la tesi dell’autore. Ma giudicate voi.
Penso, come tanti, che le trovate e i modi del ministro Calderoli siano simpatici come una rettoscopia. Insomma il tipo non mi piace per niente. Ma ciò detto mi chiedo: che differenza c'è fra la sua vicenda e il "caso Rushdie"? La domanda potrà stupire, ma riflettiamoci con la mente libera. Calderoli ha dichiarato di aver fatto fare una maglietta (ripeto: una banale maglietta), che nessuno ha ancora visto (ripeto: mai visto), dunque praticamente inesistente, dove ha fatto stampare alcune delle innocue vignette del giornale danese. È venuto giù il mondo: sia quello islamico, in Libia (con morti e feriti fatti dal regime), sia quello nostrano (intellettuali e politici in testa). Il ministro, che ha già una fatwa pendente sulla sua testa, è stato "indicato" come "maiale" in un sito che si ritiene vicino ad Al Qaeda e tutti i giornali italiani, tutti i politici e gli intellettuali l'hanno moralmente e politicamente "linciato". Salman Rushdie ha avuto il trattamento opposto. Lo scrittore anglo-indiano pubblicò nel 1989 un romanzo, "Versetti satanici" che è stato letto da un mare di persone (ripeto: letto da migliaia di persone). Il libro era obiettivamente molto ruvido verso Maometto e l'Islam, infatti suscitò le ire degli ayatollah iraniani. L'autore ne ricavò una fatwa, anni di nascondimento, tanti diritti d'autore e la notorietà mondiale. Ebbene, tutta l'intellighentsia del mondo, compresa quella progressista italiana, che non ha mai speso una parola per i due milioni di cristiani massacrati in Sudan dagli islamici, è insorta al suo fianco e da anni lo porta in trionfo come eroe e "martire" del libero pensiero. Per vedere cosa dicono di lui, da anni, basta scorrere le cronache. Il 23 maggio scorso - per esempio - Rushdie ha partecipato al IV festival mondiale delle letterature e l'assessore capitolino alla Cultura Gianni Borgna, intellettuale serio e accorto, l'ha così definito: «Rushdie è divenuto un simbolo vivente di coraggio, indipendenza di pensiero e lotta contro l'intolleranza e il fanatismo.
Penso, come tanti, che le trovate e i modi del ministro Calderoli siano simpatici come una rettoscopia. Insomma il tipo non mi piace per niente. Ma ciò detto mi chiedo: che differenza c'è fra la sua vicenda e il "caso Rushdie"? La domanda potrà stupire, ma riflettiamoci con la mente libera. Calderoli ha dichiarato di aver fatto fare una maglietta (ripeto: una banale maglietta), che nessuno ha ancora visto (ripeto: mai visto), dunque praticamente inesistente, dove ha fatto stampare alcune delle innocue vignette del giornale danese. È venuto giù il mondo: sia quello islamico, in Libia (con morti e feriti fatti dal regime), sia quello nostrano (intellettuali e politici in testa). Il ministro, che ha già una fatwa pendente sulla sua testa, è stato "indicato" come "maiale" in un sito che si ritiene vicino ad Al Qaeda e tutti i giornali italiani, tutti i politici e gli intellettuali l'hanno moralmente e politicamente "linciato". Salman Rushdie ha avuto il trattamento opposto. Lo scrittore anglo-indiano pubblicò nel 1989 un romanzo, "Versetti satanici" che è stato letto da un mare di persone (ripeto: letto da migliaia di persone). Il libro era obiettivamente molto ruvido verso Maometto e l'Islam, infatti suscitò le ire degli ayatollah iraniani. L'autore ne ricavò una fatwa, anni di nascondimento, tanti diritti d'autore e la notorietà mondiale. Ebbene, tutta l'intellighentsia del mondo, compresa quella progressista italiana, che non ha mai speso una parola per i due milioni di cristiani massacrati in Sudan dagli islamici, è insorta al suo fianco e da anni lo porta in trionfo come eroe e "martire" del libero pensiero. Per vedere cosa dicono di lui, da anni, basta scorrere le cronache. Il 23 maggio scorso - per esempio - Rushdie ha partecipato al IV festival mondiale delle letterature e l'assessore capitolino alla Cultura Gianni Borgna, intellettuale serio e accorto, l'ha così definito: «Rushdie è divenuto un simbolo vivente di coraggio, indipendenza di pensiero e lotta contro l'intolleranza e il fanatismo.
10 febbraio 2006
Tutta colpa di Bertinotti?
Sergio Romano, sul Corriere della Sera, spiega molto bene perché la sinistra “riformista” non può chiedere a Bertinotti di essere meno “ambivalente” sulla questione dei no global:
Non è ragionevole (…) che la sinistra riformista gli chieda di mettere ordine fra le sue truppe. Bertinotti potrebbe replicare ricordando le molte circostanze in cui i leader dei Ds, a livello nazionale o locale, hanno chiuso gli occhi di fronte alle intemperanze dei centri sociali e corteggiato i piccoli tribuni antagonisti che sono emersi dalle manifestazioni degli scorsi anni. Quante occupazioni abusive, quante interruzioni di servizi pubblici, quanti scioperi senza preavviso, quanti cortei e girotondi sono stati, se non esplicitamente giustificati, perdonati e attribuiti agli errori del governo? Se i riformisti vogliono fare a meno di Bertinotti, devono cercare di conquistare quella costola della sinistra che è da sempre la malattia infantile del progressismo italiano affrontandola con franchezza e cercando di persuaderla della bontà dei loro programmi. Se non vogliono assumersi questa responsabilità devono accettare l'ambivalenza di Bertinotti. Ma non è né logico né politicamente ragionevole chiedergli di fare ciò di cui essi non sono capaci.
Quello che scrive Wind Rose Hotel circa l'assottigliamernto delle incertezze elettorali di qualche elettore potenziale dell'Unione, per altro, mi sembra molto condivisibile.
Non è ragionevole (…) che la sinistra riformista gli chieda di mettere ordine fra le sue truppe. Bertinotti potrebbe replicare ricordando le molte circostanze in cui i leader dei Ds, a livello nazionale o locale, hanno chiuso gli occhi di fronte alle intemperanze dei centri sociali e corteggiato i piccoli tribuni antagonisti che sono emersi dalle manifestazioni degli scorsi anni. Quante occupazioni abusive, quante interruzioni di servizi pubblici, quanti scioperi senza preavviso, quanti cortei e girotondi sono stati, se non esplicitamente giustificati, perdonati e attribuiti agli errori del governo? Se i riformisti vogliono fare a meno di Bertinotti, devono cercare di conquistare quella costola della sinistra che è da sempre la malattia infantile del progressismo italiano affrontandola con franchezza e cercando di persuaderla della bontà dei loro programmi. Se non vogliono assumersi questa responsabilità devono accettare l'ambivalenza di Bertinotti. Ma non è né logico né politicamente ragionevole chiedergli di fare ciò di cui essi non sono capaci.
Quello che scrive Wind Rose Hotel circa l'assottigliamernto delle incertezze elettorali di qualche elettore potenziale dell'Unione, per altro, mi sembra molto condivisibile.
27 gennaio 2006
Ha vinto Hamas, ma la pace è ancora possibile
Ha vinto Hamas, e la storia imprime una svolta che sembra epocale alla questione palestinese. Il dato è indubbiamente molto grave, un segnale difficilmente classificabile nell'ordine della normalità. Tuttavia non sono d'accordo con chi giudica in maniera assolutamente negativa e pessimistica il quadro che emerge da questo risultato elettorale. Si dice: la democrazia non può consistere in questo. Ma la democrazia è "anche" questo.
La democrazia èuna prassi che, comunque, paga. Paga nei tempi lunghi, però. Ad esempio, vorrei sapere come diamine faranno quelli di Hamas a gestire la situazione. Sceglieranno il realismo o la demagogia anche adesso che hanno il potere? E se sceglieranno la demagogia, cioè il caos e il congelamento del processo di pace, cosa faranno gli elettori la prossima volta? Li puniranno o li premieranno? Secondo me li puniranno. E' per questo che ritengo molto improbabile una "scelta demagogica".
In altre parole, lo confesso, sono ottimista. Sono ottimista nonostante tutto. Credo che la democrazia vincerà. Il perché lo ha spiegato piuttosto bene Christian Rocca, anche se, qua e là, forse, bisognerebbe fare qualche distinguo (ad esempio il paragone tra la Palestina e l'Europa del dopoguerra, che francamente mi sembra un po' tirato per i capelli). Interessanti e condivisibili mi sembrano anche le cose che scrive 1972. Penso che presto, comunque, sapremo come se la caveranno i vincitori.
La democrazia èuna prassi che, comunque, paga. Paga nei tempi lunghi, però. Ad esempio, vorrei sapere come diamine faranno quelli di Hamas a gestire la situazione. Sceglieranno il realismo o la demagogia anche adesso che hanno il potere? E se sceglieranno la demagogia, cioè il caos e il congelamento del processo di pace, cosa faranno gli elettori la prossima volta? Li puniranno o li premieranno? Secondo me li puniranno. E' per questo che ritengo molto improbabile una "scelta demagogica".
In altre parole, lo confesso, sono ottimista. Sono ottimista nonostante tutto. Credo che la democrazia vincerà. Il perché lo ha spiegato piuttosto bene Christian Rocca, anche se, qua e là, forse, bisognerebbe fare qualche distinguo (ad esempio il paragone tra la Palestina e l'Europa del dopoguerra, che francamente mi sembra un po' tirato per i capelli). Interessanti e condivisibili mi sembrano anche le cose che scrive 1972. Penso che presto, comunque, sapremo come se la caveranno i vincitori.
18 gennaio 2006
Wikipedia è attendibile? Mica tanto
Nella sua “Bustina di Minerva” di questa settimana su L’Espresso, dedicata a Wikipedia e, in generale, al problema (serissimo) dell’attendibilità delle informazioni che si possono ricavare da Internet, Umberto Eco scrive cose che dovrebbero essere attentamente meditate. Personalmente condivido totalmente. Copio/incollo qui di seguito.
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Un dibattito sta agitando il mondo di Internet ed è quello su Wikipedia. Per chi non lo sappia, si tratta di una enciclopedia in linea che viene scritta direttamente dal pubblico. Non so sino a qual punto una redazione centrale controlli i contributi che arrivano da ogni parte, ma certamente quando mi è capitato di consultarla su argomenti che conoscevo (per controllare solo una data o il titolo di un libro) l'ho sempre trovata abbastanza ben fatta e bene informata. Però l'essere aperta alla collaborazione di chiunque presenta i suoi rischi, ed è accaduto che certe persone si siano viste attribuire cose che non hanno fatto e addirittura azioni riprovevoli. Naturalmente hanno protestato e la voce è stata corretta.
Wikipedia ha anche un'altra proprietà: chiunque può correggere una voce che ritiene sbagliata. Ho fatto la prova per la voce che mi riguarda: conteneva un dato biografico impreciso, l'ho corretto e da allora la voce non contiene più quell'errore. Inoltre nel riassunto di uno dei miei libri c'era quella che ritenevo una interpretazione scorretta, dato che vi si diceva che io 'sviluppo' una certa idea di Nietzsche mentre di fatto la contesto. Ho corretto 'develops' con 'argues against', e anche questa correzione è stata accettata.
La cosa non mi tranquillizza per nulla. Chiunque potrebbe domani intervenire ancora su questa voce e attribuirmi (per gusto della beffa, per cattiveria, per stupidità) il contrario di quello che ho detto o fatto. Inoltre, dato che su Internet circola ancora un testo in cui si dice che io sarei Luther Blissett, il noto falsario (e anche dopo anni che gli autori di quelle beffe hanno fatto il loro bel 'coming out' e si sono presentati con nome e cognome), potrei essere così malizioso da andare a inquinare le voci riguardanti autori che mi sono antipatici, attribuendo loro falsi scritti, trascorsi pedofili, o legami coi Figli di Satana.
Chi controlla a Wikipedia non solo i testi ma anche le loro correzioni? O agisce una sorta di compensazione statistica, per cui una notizia falsa verrà prima o poi individuata?
Il caso di Wikipedia è peraltro poco preoccupante rispetto a un altro dei problemi cruciali di Internet. Accanto a siti attendibilissimi fatti da persone competenti esistono in linea siti del tutto fasulli, elaborati da pasticcioni, squilibrati o addirittura da criminal nazisti, e non tutti gli utenti del Web sono capaci di stabilire se a un sito bisogna dare fiducia o meno.
La cosa ha un risvolto educativo drammatico, perché ormai si sa che scolari e studenti spesso evitano di consultare libri di testo ed enciclopedie e vanno direttamente a prelevare notizie su Internet, a tal punto che da tempo sostengo che la nuova fondamentale materia da insegnare a scuola dovrebbe essere una tecnica della selezione delle notizie in linea - salvo che si tratta di un'arte difficile da insegnare perché spesso gli insegnanti sono tanto indifesi quanto i loro studenti.
Molti educatori si lamentano inoltre del fatto che i ragazzi, ormai, se debbono scrivere il testo di una ricerca o addirittura una tesina universitaria, copiano quello che trovano su Internet. Quando copiano da un sito inattendibile si dovrebbe presumere che l'insegnante si renda conto del fatto che dicono delle panzane, ma è ovvio che su certi argomenti molto specialistici è difficile stabilire subito se lo studente dice qualcosa di falso. Poniamo che uno studente scelga di fare una tesina su un autore molto ma molto marginale, che il docente conosce di seconda mano, e gli attribuisca una data opera. Sarebbe il docente in grado di dire che quell'autore non ha mai scritto quel libro - a meno che per ogni testo che si riceve (e talora possono essere decine e decine di elaborati) si vada a fare un accurato controllo su varie fonti?
Non solo, lo studente può presentare una ricerca che pare corretta (e lo è) ma che ha direttamente copiato da Internet per 'taglia e incolla'. Sono propenso a non ritenere tragico questo fenomeno perché anche copiare bene è un'arte non facile, e uno studente che sa copiare bene ha diritto a un buon voto. D'altra parte, anche quando non esisteva Internet, gli studenti potevano copiare da un libro trovato in biblioteca e la faccenda non cambiava (salvo che comportava più fatica manuale). E infine un buon docente si accorge sempre quando un testo è copiato senza criterio e annusa il trucco (ripeto, se è copiato con criterio, tanto di cappello).
Tuttavia ritengo che esista un modo molto efficace di sfruttare pedagogicamente i difetti di Internet. Si dia come esercizio in classe, ricerca a casa o tesina universitaria, il seguente tema: 'Trovare sull'argomento X una serie di trattazioni inattendibili a disposizione su Internet, e spiegare perché sono inattendibili'. Ecco una ricerca che richiede capacità critica e abilità nel confrontare fonti diverse - e che eserciterebbe gli studenti nell'arte della discriminazione.
Umberto Eco
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Un dibattito sta agitando il mondo di Internet ed è quello su Wikipedia. Per chi non lo sappia, si tratta di una enciclopedia in linea che viene scritta direttamente dal pubblico. Non so sino a qual punto una redazione centrale controlli i contributi che arrivano da ogni parte, ma certamente quando mi è capitato di consultarla su argomenti che conoscevo (per controllare solo una data o il titolo di un libro) l'ho sempre trovata abbastanza ben fatta e bene informata. Però l'essere aperta alla collaborazione di chiunque presenta i suoi rischi, ed è accaduto che certe persone si siano viste attribuire cose che non hanno fatto e addirittura azioni riprovevoli. Naturalmente hanno protestato e la voce è stata corretta.
Wikipedia ha anche un'altra proprietà: chiunque può correggere una voce che ritiene sbagliata. Ho fatto la prova per la voce che mi riguarda: conteneva un dato biografico impreciso, l'ho corretto e da allora la voce non contiene più quell'errore. Inoltre nel riassunto di uno dei miei libri c'era quella che ritenevo una interpretazione scorretta, dato che vi si diceva che io 'sviluppo' una certa idea di Nietzsche mentre di fatto la contesto. Ho corretto 'develops' con 'argues against', e anche questa correzione è stata accettata.
La cosa non mi tranquillizza per nulla. Chiunque potrebbe domani intervenire ancora su questa voce e attribuirmi (per gusto della beffa, per cattiveria, per stupidità) il contrario di quello che ho detto o fatto. Inoltre, dato che su Internet circola ancora un testo in cui si dice che io sarei Luther Blissett, il noto falsario (e anche dopo anni che gli autori di quelle beffe hanno fatto il loro bel 'coming out' e si sono presentati con nome e cognome), potrei essere così malizioso da andare a inquinare le voci riguardanti autori che mi sono antipatici, attribuendo loro falsi scritti, trascorsi pedofili, o legami coi Figli di Satana.
Chi controlla a Wikipedia non solo i testi ma anche le loro correzioni? O agisce una sorta di compensazione statistica, per cui una notizia falsa verrà prima o poi individuata?
Il caso di Wikipedia è peraltro poco preoccupante rispetto a un altro dei problemi cruciali di Internet. Accanto a siti attendibilissimi fatti da persone competenti esistono in linea siti del tutto fasulli, elaborati da pasticcioni, squilibrati o addirittura da criminal nazisti, e non tutti gli utenti del Web sono capaci di stabilire se a un sito bisogna dare fiducia o meno.
La cosa ha un risvolto educativo drammatico, perché ormai si sa che scolari e studenti spesso evitano di consultare libri di testo ed enciclopedie e vanno direttamente a prelevare notizie su Internet, a tal punto che da tempo sostengo che la nuova fondamentale materia da insegnare a scuola dovrebbe essere una tecnica della selezione delle notizie in linea - salvo che si tratta di un'arte difficile da insegnare perché spesso gli insegnanti sono tanto indifesi quanto i loro studenti.
Molti educatori si lamentano inoltre del fatto che i ragazzi, ormai, se debbono scrivere il testo di una ricerca o addirittura una tesina universitaria, copiano quello che trovano su Internet. Quando copiano da un sito inattendibile si dovrebbe presumere che l'insegnante si renda conto del fatto che dicono delle panzane, ma è ovvio che su certi argomenti molto specialistici è difficile stabilire subito se lo studente dice qualcosa di falso. Poniamo che uno studente scelga di fare una tesina su un autore molto ma molto marginale, che il docente conosce di seconda mano, e gli attribuisca una data opera. Sarebbe il docente in grado di dire che quell'autore non ha mai scritto quel libro - a meno che per ogni testo che si riceve (e talora possono essere decine e decine di elaborati) si vada a fare un accurato controllo su varie fonti?
Non solo, lo studente può presentare una ricerca che pare corretta (e lo è) ma che ha direttamente copiato da Internet per 'taglia e incolla'. Sono propenso a non ritenere tragico questo fenomeno perché anche copiare bene è un'arte non facile, e uno studente che sa copiare bene ha diritto a un buon voto. D'altra parte, anche quando non esisteva Internet, gli studenti potevano copiare da un libro trovato in biblioteca e la faccenda non cambiava (salvo che comportava più fatica manuale). E infine un buon docente si accorge sempre quando un testo è copiato senza criterio e annusa il trucco (ripeto, se è copiato con criterio, tanto di cappello).
Tuttavia ritengo che esista un modo molto efficace di sfruttare pedagogicamente i difetti di Internet. Si dia come esercizio in classe, ricerca a casa o tesina universitaria, il seguente tema: 'Trovare sull'argomento X una serie di trattazioni inattendibili a disposizione su Internet, e spiegare perché sono inattendibili'. Ecco una ricerca che richiede capacità critica e abilità nel confrontare fonti diverse - e che eserciterebbe gli studenti nell'arte della discriminazione.
Umberto Eco
08 gennaio 2006
A sinistra volano gli stracci
Molto divertente lo scambio di “complimenti” tra Beppe Grillo, i lettori del suo blog e “L’Unità”. Il tutto presentato dal giornale fondato da Antonio Gramsci (come qualcuno ogni tanto ricorda). Interessante è pure la chiamata in causa di Marco Travaglio da parte del Grillo e le risposte dei lettori. E infine, vera ciliegina sulla torta, il ragionamento di Francesco Cossiga su Travaglio. Sempre su “L’Unità” di oggi. Leggere per credere:
E sul blog di Grillo la protesta va in barca
Probabilmente Beppe Grillo se lo aspettava. Perché, come ogni blogger esperto, sa che il suo rapporto con i lettori sarà sempre in bilico fra l’identificazione e lo scontro, l’idillio e la battaglia delle idee. Era idillio quando Grillo svelava i retroscena dei crack Parmalat e Cirio, la truffa dei bond argentini, o quando sosteneva la protesta No Tav in Val Susa. È scontro ora che la crociata moralizzatrice del suo blog (www.beppegrillo.it) si scaglia contro i dirigenti Ds e l’Unità, presa di mira, insieme al suo direttore, nel suo ultimo messaggio.
Grillo critica la Striscia Rossa del 6 gennaio che recita: «Il fiorire di mammole e verginelle che si ritraggono scontrosette perché Fassino tifa per la banca delle coop e D’Alema ha la passione della barca fa sorridere. Il politico di sinistra deve andare in giro con le scarpe di pessima marca, sul pattino se gli piace il mare e vestire povero. Infatti la barca di Beppe Grillo non scandalizza nessuno, quella di D’Alema fa impressione». Parole di Vincenzo Cerami, da un’editoriale de Il Messaggero. Grillo protesta sostenenendo che è uno «scoop falso», perché «io non posseggo una barca. L’ho avuta, ma l’ho venduta la scorsa estate». Quindi l’appello a Marco Travaglio: «Travaglio vieni via, ne va della tua reputazione a rimanere lì. Se vuoi,vieni a scrivere nel mio blog». Ma il corto circuito fra natanti, finanza e opposizione dura e pura crea scompiglio fra i lettori, oltre mille i commenti postati in meno di due giorni. E a fianco dei sostenitori del comico genovese, molti prendono le distanze, criticando l’ultima invettiva.
Ci sono quelli che, come Lamberto Lamarina, pacatamente spiegano che «il fatto di avere abbastanza soldi per potersi togliere qualche sfizio» non ha «attinenza con l'integrità morale o l'essere di sinistra». E a Grillo fanno notare come «giustificarsi dicendo “l'ho venduta l'anno scorso” è ridicolo: una piccola scivolata di stile, direi...» Tesi che riscuote un certo successo. Mirko Cetra: «Sinceramente non vedo la differenza tra averla e averla avuta. Che poi faccia scandalo è una stronzata immane». E il dibattito s’infiamma: «L'idea che uno per essere di sinistra debba essere povero o addirittura far finta di essere povero per dire di essere di sinistra è a dir poco "demenziale"», scrivono Massimo e Daniela Gandolfi. «Cazzo c'entra se ce l'hai ancora o no sta barca? È che sei l' esempio vivente del predicatore milionario ai poveri», s’indigna Pierpaolo Taliento.
Polemiche anche per l’attacco a l’Unità: «Padellaro è un ottimo giornalista e l'hai criticato - osserva Marco Roverra - Ferrara ti insulta continuamente e manco hai reagito. Forse perchè su Ferrara - pachiderma puoi fare le tue battute, mentre su Padellaro potresti solo scherzare sul suo cognome. Eh no Beppe! Travaglio poi chiamato a scrivere sul tuo blog! Fai un nuovo post e chiedi scusa a Marco, a Padellaro e a l'Unità». Vincenzo Tralli va al sodo: su Padellaro «non glissare, rispondi se D'Alema ha diritto ad avere una barca come avevi tu oppure no».
E poi c’è un’altra preoccupazione: «Cerca di non remare contro, almeno in questo periodo preelezioni. Fai felice il Nano», scrive Luciano Bortolotto. E Ferruccio Ferrero: «Basta coi tuoi post sparati nel mucchio, se vuoi veramente parlar di politica abbi il coraggio di dire per chi voterai».
Intercettazioni Cossiga contro Travaglio e contro i pm
ROMA «Se si fosse trattato di politica interna avrei taciuto. Ma l'unico modo di rispondere a quel tipaccio che è Marco Travaglio sarebbe insultarlo. Tuttavia, si insultano solo le entità cui si dà dignità anche se solo negativa di persona. Il che non è il caso di Travaglio». È quanto afferma il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga commentando l'articolo di Travaglio pubblicato sull’«Unità» di ieri.
«Solo - rileva Cossiga - meraviglia il fatto che una persona per bene come Antonio Padellaro abbia tra i collaboratori del giornale fondato da Gramsci un simile cialtrone e che i gruppi parlamentari dei Ds lo paghino perchè getti addosso ai loro leader camionate di fango. Forse aveva ragione l'ex presidente peruviano Fujimori, che diceva che “la storia è proprio finita”. Adesso Marco Travaglio potrà anche dirmi, magari con conoscenza di causa, che sono gay; ed io, tra l'altro perchè non ritengo questo un insulto e inoltre perchè non credo che Travaglio sia nelle condizioni morali di poter insultare nessuno e neanche sè stesso, non gli risponderò.
« Non è “tamquam non esset”, non esiste proprio. Perchè l'essere - aggiunge l’ex Capo di stato - è collegato comunque a un valore, e chi nulla è sul piano dei valori non può neanche essere ma solo sembrare di esistere».
Per quanto riguarda Gladio - conclude il senatore a vita - «certo che Travaglio non ce lo avremmo voluto: perché venivano arruolate solo le persone per bene e che avevano i c....».
E sul blog di Grillo la protesta va in barca
Probabilmente Beppe Grillo se lo aspettava. Perché, come ogni blogger esperto, sa che il suo rapporto con i lettori sarà sempre in bilico fra l’identificazione e lo scontro, l’idillio e la battaglia delle idee. Era idillio quando Grillo svelava i retroscena dei crack Parmalat e Cirio, la truffa dei bond argentini, o quando sosteneva la protesta No Tav in Val Susa. È scontro ora che la crociata moralizzatrice del suo blog (www.beppegrillo.it) si scaglia contro i dirigenti Ds e l’Unità, presa di mira, insieme al suo direttore, nel suo ultimo messaggio.
Grillo critica la Striscia Rossa del 6 gennaio che recita: «Il fiorire di mammole e verginelle che si ritraggono scontrosette perché Fassino tifa per la banca delle coop e D’Alema ha la passione della barca fa sorridere. Il politico di sinistra deve andare in giro con le scarpe di pessima marca, sul pattino se gli piace il mare e vestire povero. Infatti la barca di Beppe Grillo non scandalizza nessuno, quella di D’Alema fa impressione». Parole di Vincenzo Cerami, da un’editoriale de Il Messaggero. Grillo protesta sostenenendo che è uno «scoop falso», perché «io non posseggo una barca. L’ho avuta, ma l’ho venduta la scorsa estate». Quindi l’appello a Marco Travaglio: «Travaglio vieni via, ne va della tua reputazione a rimanere lì. Se vuoi,vieni a scrivere nel mio blog». Ma il corto circuito fra natanti, finanza e opposizione dura e pura crea scompiglio fra i lettori, oltre mille i commenti postati in meno di due giorni. E a fianco dei sostenitori del comico genovese, molti prendono le distanze, criticando l’ultima invettiva.
Ci sono quelli che, come Lamberto Lamarina, pacatamente spiegano che «il fatto di avere abbastanza soldi per potersi togliere qualche sfizio» non ha «attinenza con l'integrità morale o l'essere di sinistra». E a Grillo fanno notare come «giustificarsi dicendo “l'ho venduta l'anno scorso” è ridicolo: una piccola scivolata di stile, direi...» Tesi che riscuote un certo successo. Mirko Cetra: «Sinceramente non vedo la differenza tra averla e averla avuta. Che poi faccia scandalo è una stronzata immane». E il dibattito s’infiamma: «L'idea che uno per essere di sinistra debba essere povero o addirittura far finta di essere povero per dire di essere di sinistra è a dir poco "demenziale"», scrivono Massimo e Daniela Gandolfi. «Cazzo c'entra se ce l'hai ancora o no sta barca? È che sei l' esempio vivente del predicatore milionario ai poveri», s’indigna Pierpaolo Taliento.
Polemiche anche per l’attacco a l’Unità: «Padellaro è un ottimo giornalista e l'hai criticato - osserva Marco Roverra - Ferrara ti insulta continuamente e manco hai reagito. Forse perchè su Ferrara - pachiderma puoi fare le tue battute, mentre su Padellaro potresti solo scherzare sul suo cognome. Eh no Beppe! Travaglio poi chiamato a scrivere sul tuo blog! Fai un nuovo post e chiedi scusa a Marco, a Padellaro e a l'Unità». Vincenzo Tralli va al sodo: su Padellaro «non glissare, rispondi se D'Alema ha diritto ad avere una barca come avevi tu oppure no».
E poi c’è un’altra preoccupazione: «Cerca di non remare contro, almeno in questo periodo preelezioni. Fai felice il Nano», scrive Luciano Bortolotto. E Ferruccio Ferrero: «Basta coi tuoi post sparati nel mucchio, se vuoi veramente parlar di politica abbi il coraggio di dire per chi voterai».
Intercettazioni Cossiga contro Travaglio e contro i pm
ROMA «Se si fosse trattato di politica interna avrei taciuto. Ma l'unico modo di rispondere a quel tipaccio che è Marco Travaglio sarebbe insultarlo. Tuttavia, si insultano solo le entità cui si dà dignità anche se solo negativa di persona. Il che non è il caso di Travaglio». È quanto afferma il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga commentando l'articolo di Travaglio pubblicato sull’«Unità» di ieri.
«Solo - rileva Cossiga - meraviglia il fatto che una persona per bene come Antonio Padellaro abbia tra i collaboratori del giornale fondato da Gramsci un simile cialtrone e che i gruppi parlamentari dei Ds lo paghino perchè getti addosso ai loro leader camionate di fango. Forse aveva ragione l'ex presidente peruviano Fujimori, che diceva che “la storia è proprio finita”. Adesso Marco Travaglio potrà anche dirmi, magari con conoscenza di causa, che sono gay; ed io, tra l'altro perchè non ritengo questo un insulto e inoltre perchè non credo che Travaglio sia nelle condizioni morali di poter insultare nessuno e neanche sè stesso, non gli risponderò.
« Non è “tamquam non esset”, non esiste proprio. Perchè l'essere - aggiunge l’ex Capo di stato - è collegato comunque a un valore, e chi nulla è sul piano dei valori non può neanche essere ma solo sembrare di esistere».
Per quanto riguarda Gladio - conclude il senatore a vita - «certo che Travaglio non ce lo avremmo voluto: perché venivano arruolate solo le persone per bene e che avevano i c....».
06 gennaio 2006
Insegnanti nel mirino dei talebani
Da un po' di tempo a questa parte c'è uno sport molto in voga in Afghanistan: far fare una brutta fine a chi ha pensato bene (cioè male dal punto di vista dei talebani) di dare un'istruzione alle bambine. Sì, insomma, ai maestri e ai professori che insegnano in quelle scuole in cui non si osservano alla lettera i comandamenti del Corano (o quelli che sono ritenuti tali sempre da quei signori). In Italia sembra che non se ne sia accorto praticamente nessun organo di informazione, ma per fortuna la cosa non è sfuggita ad uno dei miei blog preferiti, complice il sempre attentissimo normblog. Seguite i link per saperne di più.
24 dicembre 2005
Walt Whitman: 150 dopo Leaves of Grass
A 150 anni dalla pubblicazione di Leaves of Grass, il Corriere di oggi dedica uno schizzo biografico e una breve nota introduttiva al maggiore poeta americano di ogni tempo. Non ho potuto vedere la versione cartacea ma solo quella on-line, che non reca alcuna indicazione circa l'autore (o gli autori) di questi due pezzi. Chiunque li abbia scritti, però, ha dato un contributo alla conoscenza di Walt Whitman. Riproduco il tutto qui sotto. Buona lettura. E soprattutto ...
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Dal Corriere della Sera del 24 dicembre 2005
Whitman nei suoi momenti più alti può reggere il paragone con Dante e Shakespeare» sostiene il critico letterario Harold Bloom: si tratta di un poeta che fa parte dei grandi classici della letteratura e, come tale, influenza anche gli scrittori contemporanei. «Giorni memorabili», l’ultimo romanzo di Michael Cunningham (pubblicato nel maggio di quest’anno negli Usa ed edito in Italia da Bompiani), è ispirato proprio a Whitman. Il premio Nobel per la Letteratura J. M. Coetzee ha pubblicato sul «The New York Review of Books» - sempre nel 2005 - un articolo sulla figura e il corpus poetico dello scrittore americano. La «Library of Congress» ha dedicato una mostra omaggio al poeta dal titolo «Rivedersi: Walt Whitman e Foglie d’erba ». Quest’anno in Gran Bretagna e negli Stati Uniti sono stati pubblicati numerosi saggi ed edizioni critiche sulla poesia di Whitman: tra questi, ricordiamo «Walt Whitman» di David S. Reynolds e «Transatlantic Connections: Whitman US, Whitman UK» di M. Wynn Thomas.
Centocinquant’anni sono passati da quando questo ragazzaccio scamiciato, col cappello da cowboy, fascinoso di un’ambigua bellezza, giornalista e tipografo, figlio di un falegname, detestato dai professori e adorato dai ragazzi del suo tempo, capace di abbracciare tutti e di lasciarsi abbracciare da tutti, ricco di un vibrante ritmo americano, diretto e sincero, capace di affrontare il problema della situazione del Nuovo mondo, ha pubblicato a sue spese un libretto piccolino chiamandolo Leaves of Grass (Foglie d’erba). Questo ragazzaccio, capace in una ventina di anni di diventare il poeta più importante della letteratura americana di tutti i tempi, quel suo po’ di educazione rudimentale l’ha ricevuta nei sei anni che ha frequentato la scuola pubblica, cominciando nel 1825 e finendo a undici anni, quando si è impiegato come fattorino in un ufficio di avvocati. A sedici va a New York cercando lavoro, ma come tipografo compositore, e trova la città invasa da immigranti irlandesi, che fanno scoppiare risse antiabolizioniste; la disoccupazione è molto diffusa e Whitman nel maggio 1836 fa ritorno in famiglia a Long Island. Nel maggio 1841 è di nuovo a New York e questa volta è il momento giusto: nel 1835 James Gordon Bennet ha dato vita al «New York Herald», un giornale politicamente indipendente e che può insultare chiunque. Così sono nati altri giornali indipendenti e nel 1841 Whitman si trova in mezzo a una guerra editoriale e accetta di lavorare negli uffici di Benjamin Parker, editore del quotidiano «Evening Signal» e del settimanale «New World». Qui Whitman impara le trappole del giornalismo e si interessa alla politica del Partito democratico al punto da parlare a un’adunata pubblica, tuttavia senza mai pensare di seguire la politica come una carriera: invece, continua a scrivere pubblicando tre racconti nella «United States Magazine» e nel «Democratic Review». Benjamin Parker pubblica le sue poesie nel «New World» e nel «Brother Jonathan», dando un’idea di come Whitman avrebbe trattato le sue poesie in Leaves of Grass . Nel febbraio 1842 Whitman annuncia una collaborazione sul «New York Mirror» diretto da Thomas Nichols, a marzo è già impiegato nel giornale e a meno di un anno dal suo arrivo a New York è nominato direttore. Nell’articolo di fondo Whitman presenta alcuni dei suoi temi che l’avrebbero reso famoso nel mondo: l’americanismo in letteratura e l’importanza del luogo comune e anche una serie di conferenze sui trascendentalisti della Nuova Inghilterra, come Ralph Waldo Emerson. Whitman è licenziato a metà maggio. A questo punto Benjamin Park lo assume di nuovo perché scriva per lui, Benjamin, un romanzo sulla trasparenza, includendolo nel suo movimento di riforma improvvisamente diventato popolare. Così il primo lavoro a sé stante di Whitman esce come supplemento del «New World» il 23 novembre 1842. Whitman lo scrive in fretta, introducendovi parti dei suoi racconti già pubblicati, e vende bene, più di ventimila copie. In vecchiaia non accetta questo libro, che però rappresenta bene le sue credenze sulla temperanza e rivela che non beveva alcol. Nel 1843 dirige «Statesman», nel 1844 il «New York Democrat» e intanto pubblica i suoi racconti tra i vari giornali del tempo. I suoi argomenti preferiti in quegli anni sono l’educazione (che è sempre stato il suo principale interesse), i consigli agli esordienti, la temperanza e le buone maniere, evitando la politica. Il 25 novembre 1945 pubblica un articolo sulla musica nel «Broadway Journal» con una presentazione del suo direttore Edgar Allan Poe. Il 26 febbraio 1846 il fondatore del «Brooklyn Daily Eagle» muore e dopo due settimane Whitman è chiamato a succedergli - in quella che è stata la sua esperienza giornalistica più lunga - con l’aiuto del proprietario del giornale che era Isaac Van Anden, democratico convinto che collabora con due «colonne» in ciascun numero quotidiano. I suoi argomenti sono eclettici e ora includono la politica. Whitman si trova a discutere l’abolizionismo denunciandone il fanatismo. Il 3 gennaio 1848 pubblica un articolo su «The Eagle» e il proprietario del giornale Van Anden alla fine del mese lo licenzia. Per quell’anno Whitman lavora poco, pubblica solo qualche poesia su qualche giornale: soprattutto va da solo sulle spiagge deserte di Coney Island, dove declama Omero e dove scrive su un notes delle idee per qualche poesia. Il 1850 e il 1855 sono per lui importanti, perché in quel periodo scrive e compone la prima edizione del suo «Foglie d’erba» e così crea una nuova epoca nella poesia di tutto il mondo. Le «Leaves of Grass» del 1855 sono stampate da due amici di Whitman, i fratelli Sam e Thomas, che lo lasciano assistere alla impaginazione. Le pagine sono novantacinque, di cui dieci riguardano la prefazione in prosa del libro. A pagina 27 il poeta si identifica come Walt Whitman, «disordinato e sensuale nella corporatura, più modesto che immodesto», e nel frontespizio c’è un’incisione di Whitman con indosso una camicia bianca aperta sul collo con la barba e il cappello, in posa comoda a fissare il lettore. Si erano stampate mille copie, non tutte rilegate subito e la maggior parte avvolte in un asciugamano e alcune, probabilmente da vendere a prezzo ridotto, avvolte nella carta. Il volume viene annunciato in svendita per due dollari. «Leaves of Grass» contiene dodici poesie senza titolo e dopo l’introduzione una serie col titolo applicato dopo la composizione: il «Songs of Myself». La prefazione di Whitman parla di letteratura americana, è anzi uno dei documenti più importanti in quella storia di nazionalismo letterario americano, come sottolinea la frase di Whitman: «Gli Americani di tutte le Nazioni, di tutti i tempi della Terra, hanno probabilmente la natura poetica più ricca di tutti». Il 5 luglio 1855 Ralph Waldo Emerson si rivolge al poeta - in una lettera deliziosa - con la frase che tutti gli americani conoscono a memoria: «I greet you at the beginning of a great career». Successivamente Whitman comincia senza esitare a fare una serie di nuove edizioni - la seconda nel 1856 a Brooklyn, la terza nel 1858 a Boston di quattrocentocinquantasei pagine con centoventitré poesie nuove, la quarta edizione a New York nel novembre 1867 - che lo conducono economicamente in miseria. Nel 1870 esce «Democratic Vista», che Allen Ginsberg coi suoi reading e il suo armonium ci ha fatto quasi imparare a memoria e capire che cos’è in realtà l’idea della democrazia americana. Nello stesso anno a Washington è la volta della quinta edizione, la sesta edizione arriva dopo che Whitman è colto (nel 1873) da una paralisi al lato sinistro. Nell’aprile 1881 il poeta si reca a Boston per una conferenza su Lincoln e lì gli dedicano per onorarlo un’edizione nuova di «Leaves of Grass»; però, il 4 marzo 1882 la città di Boston dichiara il libro di Whitman osceno e lo costringe a sostituire due poesie («A woman waits for me» e «Ode to a common prostitute»): Whitman chiama questa edizione «Author’s Edition». Nel marzo 1884 compra una casa a Camden e vi rimane fino alla fine: con l’inizio di giugno del 1888 ha un altro colpo e la sua situazione diventa grave. Nel 1888 viene pubblicata la cosiddetta ottava edizione e per il suo settantesimo compleanno gli regalano un’edizione tascabile del libro. Nel 1891 sceglie un mausoleo di cui è rimasta una minuscola capanna mezza sfasciata; alla fine dell’anno ha una ricaduta e gli si congestiona il polmone destro. Muore la sera del 26 marzo 1892. Viene sepolto quattro giorni dopo. Così cominciano le definizioni dei biografi: Whitman come hegeliano, come trascendentalista, come profeta del personalismo o del governo del mondo o del Cristo del nostro tempo, e chissà quante altre che ora non mi vengono in mente ma a me piace una definizione un po’ patetica, un po’ amorosa: «Whitman è il poeta americano, più genuinamente americano».
Buon Natale!
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Dal Corriere della Sera del 24 dicembre 2005
Whitman nei suoi momenti più alti può reggere il paragone con Dante e Shakespeare» sostiene il critico letterario Harold Bloom: si tratta di un poeta che fa parte dei grandi classici della letteratura e, come tale, influenza anche gli scrittori contemporanei. «Giorni memorabili», l’ultimo romanzo di Michael Cunningham (pubblicato nel maggio di quest’anno negli Usa ed edito in Italia da Bompiani), è ispirato proprio a Whitman. Il premio Nobel per la Letteratura J. M. Coetzee ha pubblicato sul «The New York Review of Books» - sempre nel 2005 - un articolo sulla figura e il corpus poetico dello scrittore americano. La «Library of Congress» ha dedicato una mostra omaggio al poeta dal titolo «Rivedersi: Walt Whitman e Foglie d’erba ». Quest’anno in Gran Bretagna e negli Stati Uniti sono stati pubblicati numerosi saggi ed edizioni critiche sulla poesia di Whitman: tra questi, ricordiamo «Walt Whitman» di David S. Reynolds e «Transatlantic Connections: Whitman US, Whitman UK» di M. Wynn Thomas.
Centocinquant’anni sono passati da quando questo ragazzaccio scamiciato, col cappello da cowboy, fascinoso di un’ambigua bellezza, giornalista e tipografo, figlio di un falegname, detestato dai professori e adorato dai ragazzi del suo tempo, capace di abbracciare tutti e di lasciarsi abbracciare da tutti, ricco di un vibrante ritmo americano, diretto e sincero, capace di affrontare il problema della situazione del Nuovo mondo, ha pubblicato a sue spese un libretto piccolino chiamandolo Leaves of Grass (Foglie d’erba). Questo ragazzaccio, capace in una ventina di anni di diventare il poeta più importante della letteratura americana di tutti i tempi, quel suo po’ di educazione rudimentale l’ha ricevuta nei sei anni che ha frequentato la scuola pubblica, cominciando nel 1825 e finendo a undici anni, quando si è impiegato come fattorino in un ufficio di avvocati. A sedici va a New York cercando lavoro, ma come tipografo compositore, e trova la città invasa da immigranti irlandesi, che fanno scoppiare risse antiabolizioniste; la disoccupazione è molto diffusa e Whitman nel maggio 1836 fa ritorno in famiglia a Long Island. Nel maggio 1841 è di nuovo a New York e questa volta è il momento giusto: nel 1835 James Gordon Bennet ha dato vita al «New York Herald», un giornale politicamente indipendente e che può insultare chiunque. Così sono nati altri giornali indipendenti e nel 1841 Whitman si trova in mezzo a una guerra editoriale e accetta di lavorare negli uffici di Benjamin Parker, editore del quotidiano «Evening Signal» e del settimanale «New World». Qui Whitman impara le trappole del giornalismo e si interessa alla politica del Partito democratico al punto da parlare a un’adunata pubblica, tuttavia senza mai pensare di seguire la politica come una carriera: invece, continua a scrivere pubblicando tre racconti nella «United States Magazine» e nel «Democratic Review». Benjamin Parker pubblica le sue poesie nel «New World» e nel «Brother Jonathan», dando un’idea di come Whitman avrebbe trattato le sue poesie in Leaves of Grass . Nel febbraio 1842 Whitman annuncia una collaborazione sul «New York Mirror» diretto da Thomas Nichols, a marzo è già impiegato nel giornale e a meno di un anno dal suo arrivo a New York è nominato direttore. Nell’articolo di fondo Whitman presenta alcuni dei suoi temi che l’avrebbero reso famoso nel mondo: l’americanismo in letteratura e l’importanza del luogo comune e anche una serie di conferenze sui trascendentalisti della Nuova Inghilterra, come Ralph Waldo Emerson. Whitman è licenziato a metà maggio. A questo punto Benjamin Park lo assume di nuovo perché scriva per lui, Benjamin, un romanzo sulla trasparenza, includendolo nel suo movimento di riforma improvvisamente diventato popolare. Così il primo lavoro a sé stante di Whitman esce come supplemento del «New World» il 23 novembre 1842. Whitman lo scrive in fretta, introducendovi parti dei suoi racconti già pubblicati, e vende bene, più di ventimila copie. In vecchiaia non accetta questo libro, che però rappresenta bene le sue credenze sulla temperanza e rivela che non beveva alcol. Nel 1843 dirige «Statesman», nel 1844 il «New York Democrat» e intanto pubblica i suoi racconti tra i vari giornali del tempo. I suoi argomenti preferiti in quegli anni sono l’educazione (che è sempre stato il suo principale interesse), i consigli agli esordienti, la temperanza e le buone maniere, evitando la politica. Il 25 novembre 1945 pubblica un articolo sulla musica nel «Broadway Journal» con una presentazione del suo direttore Edgar Allan Poe. Il 26 febbraio 1846 il fondatore del «Brooklyn Daily Eagle» muore e dopo due settimane Whitman è chiamato a succedergli - in quella che è stata la sua esperienza giornalistica più lunga - con l’aiuto del proprietario del giornale che era Isaac Van Anden, democratico convinto che collabora con due «colonne» in ciascun numero quotidiano. I suoi argomenti sono eclettici e ora includono la politica. Whitman si trova a discutere l’abolizionismo denunciandone il fanatismo. Il 3 gennaio 1848 pubblica un articolo su «The Eagle» e il proprietario del giornale Van Anden alla fine del mese lo licenzia. Per quell’anno Whitman lavora poco, pubblica solo qualche poesia su qualche giornale: soprattutto va da solo sulle spiagge deserte di Coney Island, dove declama Omero e dove scrive su un notes delle idee per qualche poesia. Il 1850 e il 1855 sono per lui importanti, perché in quel periodo scrive e compone la prima edizione del suo «Foglie d’erba» e così crea una nuova epoca nella poesia di tutto il mondo. Le «Leaves of Grass» del 1855 sono stampate da due amici di Whitman, i fratelli Sam e Thomas, che lo lasciano assistere alla impaginazione. Le pagine sono novantacinque, di cui dieci riguardano la prefazione in prosa del libro. A pagina 27 il poeta si identifica come Walt Whitman, «disordinato e sensuale nella corporatura, più modesto che immodesto», e nel frontespizio c’è un’incisione di Whitman con indosso una camicia bianca aperta sul collo con la barba e il cappello, in posa comoda a fissare il lettore. Si erano stampate mille copie, non tutte rilegate subito e la maggior parte avvolte in un asciugamano e alcune, probabilmente da vendere a prezzo ridotto, avvolte nella carta. Il volume viene annunciato in svendita per due dollari. «Leaves of Grass» contiene dodici poesie senza titolo e dopo l’introduzione una serie col titolo applicato dopo la composizione: il «Songs of Myself». La prefazione di Whitman parla di letteratura americana, è anzi uno dei documenti più importanti in quella storia di nazionalismo letterario americano, come sottolinea la frase di Whitman: «Gli Americani di tutte le Nazioni, di tutti i tempi della Terra, hanno probabilmente la natura poetica più ricca di tutti». Il 5 luglio 1855 Ralph Waldo Emerson si rivolge al poeta - in una lettera deliziosa - con la frase che tutti gli americani conoscono a memoria: «I greet you at the beginning of a great career». Successivamente Whitman comincia senza esitare a fare una serie di nuove edizioni - la seconda nel 1856 a Brooklyn, la terza nel 1858 a Boston di quattrocentocinquantasei pagine con centoventitré poesie nuove, la quarta edizione a New York nel novembre 1867 - che lo conducono economicamente in miseria. Nel 1870 esce «Democratic Vista», che Allen Ginsberg coi suoi reading e il suo armonium ci ha fatto quasi imparare a memoria e capire che cos’è in realtà l’idea della democrazia americana. Nello stesso anno a Washington è la volta della quinta edizione, la sesta edizione arriva dopo che Whitman è colto (nel 1873) da una paralisi al lato sinistro. Nell’aprile 1881 il poeta si reca a Boston per una conferenza su Lincoln e lì gli dedicano per onorarlo un’edizione nuova di «Leaves of Grass»; però, il 4 marzo 1882 la città di Boston dichiara il libro di Whitman osceno e lo costringe a sostituire due poesie («A woman waits for me» e «Ode to a common prostitute»): Whitman chiama questa edizione «Author’s Edition». Nel marzo 1884 compra una casa a Camden e vi rimane fino alla fine: con l’inizio di giugno del 1888 ha un altro colpo e la sua situazione diventa grave. Nel 1888 viene pubblicata la cosiddetta ottava edizione e per il suo settantesimo compleanno gli regalano un’edizione tascabile del libro. Nel 1891 sceglie un mausoleo di cui è rimasta una minuscola capanna mezza sfasciata; alla fine dell’anno ha una ricaduta e gli si congestiona il polmone destro. Muore la sera del 26 marzo 1892. Viene sepolto quattro giorni dopo. Così cominciano le definizioni dei biografi: Whitman come hegeliano, come trascendentalista, come profeta del personalismo o del governo del mondo o del Cristo del nostro tempo, e chissà quante altre che ora non mi vengono in mente ma a me piace una definizione un po’ patetica, un po’ amorosa: «Whitman è il poeta americano, più genuinamente americano».
22 dicembre 2005
Astenetevi pure, ma poi non lamentatevi
Proibizione della musica "occidentale e decadente", restrizioni anche in campo cinematografico (proibiti i film "decadenti e stupidi").
Ahmadinejad procede come un rullo compressore (v. esperimento e Il Giornale).
Ben gli sta agli iraniani moderati e secolarizzati che non sono andati a votare (perché delusi dal "riformista" Kathami), regalando la vittoria ai fanatici.
L'astensionismo (che è sempre un male) può essere innocuo nei paesi di consolidata tradizione liberaldemocratica, mentre è un disastro in paesi come l'Iran.
E in Italia? Bah, ci devo pensare.
Ahmadinejad procede come un rullo compressore (v. esperimento e Il Giornale).
Ben gli sta agli iraniani moderati e secolarizzati che non sono andati a votare (perché delusi dal "riformista" Kathami), regalando la vittoria ai fanatici.
L'astensionismo (che è sempre un male) può essere innocuo nei paesi di consolidata tradizione liberaldemocratica, mentre è un disastro in paesi come l'Iran.
E in Italia? Bah, ci devo pensare.
20 dicembre 2005
Qualità della vita: le statistiche dicono che ...
Il tempo passa, ma le ultime statistiche sulla qualità della vita non sono molto diverse dalle precedenti, e da quelle di due, tre, quattro, ecc., anni fa. Basta guardare quali sono le prime dieci e le ultime dieci province italiane:
Le prime 10 e le ultime 10
Sei anche quest anno le macro-aree indagate (Tenore di vita, Affari e lavoro, Servizi/Ambiente/Salute, Criminalità, Popolazione e Tempo libero) ciascuna delle quali articolata in sei parametri.
Le prime 10
1)Trieste; 2)Gorizia; 3)Belluno; 4)Ravenna Aosta Milano (pari merito); 7)Bologna; 8)Trento Bolzano (pari merito); 10)Reggio Emilia.
Le ultime 10
94)Catanzaro; 95)Lecce; 96)Bari; 97)Taranto; 98)Trapani; 99)Catania; 100)Foggia; 101)Palermo; 102)Agrigento; 103)Vibo Valentia.
Il resto dell'articolo del Corriere della Sera analizza e spiega i dettagli e i parametri della rilevazione.
Le prime 10 e le ultime 10
Sei anche quest anno le macro-aree indagate (Tenore di vita, Affari e lavoro, Servizi/Ambiente/Salute, Criminalità, Popolazione e Tempo libero) ciascuna delle quali articolata in sei parametri.
Le prime 10
1)Trieste; 2)Gorizia; 3)Belluno; 4)Ravenna Aosta Milano (pari merito); 7)Bologna; 8)Trento Bolzano (pari merito); 10)Reggio Emilia.
Le ultime 10
94)Catanzaro; 95)Lecce; 96)Bari; 97)Taranto; 98)Trapani; 99)Catania; 100)Foggia; 101)Palermo; 102)Agrigento; 103)Vibo Valentia.
Il resto dell'articolo del Corriere della Sera analizza e spiega i dettagli e i parametri della rilevazione.
18 dicembre 2005
Norm è il migliore
Una grande notizia: Norm ce l'ha fatta: è il miglior blog del Regno Unito. Congratulazioni al professor Geras! Mai premio è stato più meritato!
Tra De Gasperi e Dossetti un abisso
“La democrazia dei cristiani” secondo Pietro Scoppola fa arrabbiare Giuseppe Bedeschi, che tra De Gasperi e Dossetti vede un abisso, dal momento che il primo era “un liberale” e l’altro preferiva “l’utopia socialista”. Dunque, Scoppola deve dire da che parte sta, perché
“non si può corteggiare il diavolo e aspergersi d’acqua santa. Oppure - usando una metafora più laica - è illogico sostenere la bontà del modello americano e contemporaneamente coltivare utopie socialisteggianti”.
Oggi il Corriere della Sera pubblica un articolo di Giuseppe Bedeschi (che appare sull’ultimo numero della rivista Liberal) in cui appunto si parla del libro-intervista di Pietro Scoppola edito da Laterza. Chiaramente il libro è al centro del dibattito sul futuro “partito democratico”, e quindi è di strettissima attualità. Riproduco qui l’articolo, dichiarandomi senz’altro d’accordo con Tedeschi. Buona lettura.
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Un bel problema, la democrazia. Nel dopoguerra c’era chi, come De Gasperi, la intendeva liberale e filo-americana. E chi invece, in testa Dossetti, si proponeva di iniettarle forti dosi di giustizia sociale, per farla somigliare a una «società evangelica». Ma adesso dobbiamo fare i conti con una terza via, intermedia, che potremmo definire «alla Scoppola». Lo storico cattolico, nel suo ultimo saggio La democrazia dei cristiani , si sforza di trovare una sintesi che permetta di salvare sia le ragioni politiche di De Gasperi che quelle ideali di Dossetti. Qui, però, deve incassare l’altolà di un filosofo liberale come Giuseppe Bedeschi. Il quale, sull’ultimo numero della rivista liberal , lo invita senza cautele accademiche a chiarire da che parte si collochi. Perché - osserva - non si può corteggiare il diavolo e aspergersi d’acqua santa. Oppure - usando una metafora più laica - è illogico sostenere la bontà del modello americano e contemporaneamente coltivare utopie socialisteggianti. Bedeschi, in sostanza, invita polemicamente Scoppola a mettersi d’accordo con se stesso, anche per evitare che il vagheggiato partito democratico della sinistra di domani «nasca già vecchio, cioè carico delle contraddizioni ideologiche tipiche di una certo mondo culturale cattolico». Non che Bedeschi contesti a Scoppola errori di valutazione riguardo a De Gasperi. Riconosce che la scelta filo occidentale al tempo della guerra fredda, l’europeismo, l’idea di un partito cattolico anticomunista e alleato ai laici liberali, ne La democrazia dei cristiani sono messi in giusta evidenza. Il problema nasce dal fatto che subito dopo, tentando di conciliare l’inconciliabile, Scoppola esalta anche l’arcirivale di De Gasperi, il cripto-socialista Dossetti. Arrivando a nobilitarne la filosofia politica con queste parole: «In un certo senso Dossetti simbolizza la storia non realizzata, le potenzialità inespresse di un certo filone del cattolicesimo democratico. La sua rinuncia fu proficua proprio per questo: perché ha mantenuto viva nel mondo cattolico una tensione verso obiettivi più alti, più coerenti, più nobili». Ma come, commenta a questo punto Bedeschi, non era su Cronache sociali , la rivista dossettiana, che apparivano certi articoli a favore delle «democrazie popolari comuniste», favorevoli a «profondi rinnovamenti» sociali anche in Italia, guidati dalla classe operaia? Come ignorare un simile conflitto? «Lo è solo in apparenza», ribatte Pietro Scoppola, dal momento che Dossetti «ha soltanto prospettato un ideale di società elevato, per certi aspetti più coerente con il modello sociale cristiano». E poi - osserva - Bedeschi nel suo ragionamento trascura l’importanza del fattore tempo: «Una posizione annunciata cinquant’anni fa può maturare proprio oggi». Il che si può applicare anche ai modelli politici da adottare in Italia. «De Gasperi credeva nei partiti d’opinione, essenzialmente liberali, mentre Dossetti sosteneva l’idea che dovessero essere fortemente organizzati, comunque in grado di indicare la strada ai governi. Oggi l’idea di un nuovo partito democratico è lontana sia dal primo che dal secondo modello, tuttavia potrebbe conciliarli. Proprio così, quello che al tempo della guerra fredda era impensabile oggi si può riproporre. Il partito democratico è in grado di recuperare le due eredità e portarle a una sintesi». Il che, sottolinea un altro storico vicino a Scoppola, Francesco Traniello, corrisponde probabilmente a una tacita intesa stabilita fra gli stessi De Gasperi e Dossetti. E’ una tesi che apparirà nel saggio Religione cattolica e Stato nazionale , in uscita a gennaio per il Mulino. «I due avevano in mente democrazie diverse, e questo in fondo corrispondeva a una divisione naturale dei compiti. Da un lato la filosofia di Dossetti, che ha trovato il suo sigillo nella Costituzione, dall’altro quella di De Gasperi, che si è realizzata nell’azione concreta di governo». E questo è tutt’altro che un paradosso, secondo Traniello, «perché l’esercizio del potere è una cosa, i principi fondativi dello Stato tutt’altra. E dunque la tesi di Scoppola è giusta: De Gasperi non ha voluto cancellare il dossettismo, e in fondo i famosi "professorini" della sinistra gli hanno fatto comodo, consentendogli di mantenere un collegamento, uno scambio politico costante con l’area della sinistra». Per cui il mitico partito democratico ne uscirebbe salvo, anzi conciliatore degli opposti? Bedeschi non ci crede e commenta: «Se Scoppola ha ragione nel rivalutare Dossetti, allora tutta l’opera di De Gasperi è da gettare alle ortiche».
(Giuseppe Bedeschi, Corriere della Sera, 18 dicembre 2005)
“non si può corteggiare il diavolo e aspergersi d’acqua santa. Oppure - usando una metafora più laica - è illogico sostenere la bontà del modello americano e contemporaneamente coltivare utopie socialisteggianti”.
Oggi il Corriere della Sera pubblica un articolo di Giuseppe Bedeschi (che appare sull’ultimo numero della rivista Liberal) in cui appunto si parla del libro-intervista di Pietro Scoppola edito da Laterza. Chiaramente il libro è al centro del dibattito sul futuro “partito democratico”, e quindi è di strettissima attualità. Riproduco qui l’articolo, dichiarandomi senz’altro d’accordo con Tedeschi. Buona lettura.
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Un bel problema, la democrazia. Nel dopoguerra c’era chi, come De Gasperi, la intendeva liberale e filo-americana. E chi invece, in testa Dossetti, si proponeva di iniettarle forti dosi di giustizia sociale, per farla somigliare a una «società evangelica». Ma adesso dobbiamo fare i conti con una terza via, intermedia, che potremmo definire «alla Scoppola». Lo storico cattolico, nel suo ultimo saggio La democrazia dei cristiani , si sforza di trovare una sintesi che permetta di salvare sia le ragioni politiche di De Gasperi che quelle ideali di Dossetti. Qui, però, deve incassare l’altolà di un filosofo liberale come Giuseppe Bedeschi. Il quale, sull’ultimo numero della rivista liberal , lo invita senza cautele accademiche a chiarire da che parte si collochi. Perché - osserva - non si può corteggiare il diavolo e aspergersi d’acqua santa. Oppure - usando una metafora più laica - è illogico sostenere la bontà del modello americano e contemporaneamente coltivare utopie socialisteggianti. Bedeschi, in sostanza, invita polemicamente Scoppola a mettersi d’accordo con se stesso, anche per evitare che il vagheggiato partito democratico della sinistra di domani «nasca già vecchio, cioè carico delle contraddizioni ideologiche tipiche di una certo mondo culturale cattolico». Non che Bedeschi contesti a Scoppola errori di valutazione riguardo a De Gasperi. Riconosce che la scelta filo occidentale al tempo della guerra fredda, l’europeismo, l’idea di un partito cattolico anticomunista e alleato ai laici liberali, ne La democrazia dei cristiani sono messi in giusta evidenza. Il problema nasce dal fatto che subito dopo, tentando di conciliare l’inconciliabile, Scoppola esalta anche l’arcirivale di De Gasperi, il cripto-socialista Dossetti. Arrivando a nobilitarne la filosofia politica con queste parole: «In un certo senso Dossetti simbolizza la storia non realizzata, le potenzialità inespresse di un certo filone del cattolicesimo democratico. La sua rinuncia fu proficua proprio per questo: perché ha mantenuto viva nel mondo cattolico una tensione verso obiettivi più alti, più coerenti, più nobili». Ma come, commenta a questo punto Bedeschi, non era su Cronache sociali , la rivista dossettiana, che apparivano certi articoli a favore delle «democrazie popolari comuniste», favorevoli a «profondi rinnovamenti» sociali anche in Italia, guidati dalla classe operaia? Come ignorare un simile conflitto? «Lo è solo in apparenza», ribatte Pietro Scoppola, dal momento che Dossetti «ha soltanto prospettato un ideale di società elevato, per certi aspetti più coerente con il modello sociale cristiano». E poi - osserva - Bedeschi nel suo ragionamento trascura l’importanza del fattore tempo: «Una posizione annunciata cinquant’anni fa può maturare proprio oggi». Il che si può applicare anche ai modelli politici da adottare in Italia. «De Gasperi credeva nei partiti d’opinione, essenzialmente liberali, mentre Dossetti sosteneva l’idea che dovessero essere fortemente organizzati, comunque in grado di indicare la strada ai governi. Oggi l’idea di un nuovo partito democratico è lontana sia dal primo che dal secondo modello, tuttavia potrebbe conciliarli. Proprio così, quello che al tempo della guerra fredda era impensabile oggi si può riproporre. Il partito democratico è in grado di recuperare le due eredità e portarle a una sintesi». Il che, sottolinea un altro storico vicino a Scoppola, Francesco Traniello, corrisponde probabilmente a una tacita intesa stabilita fra gli stessi De Gasperi e Dossetti. E’ una tesi che apparirà nel saggio Religione cattolica e Stato nazionale , in uscita a gennaio per il Mulino. «I due avevano in mente democrazie diverse, e questo in fondo corrispondeva a una divisione naturale dei compiti. Da un lato la filosofia di Dossetti, che ha trovato il suo sigillo nella Costituzione, dall’altro quella di De Gasperi, che si è realizzata nell’azione concreta di governo». E questo è tutt’altro che un paradosso, secondo Traniello, «perché l’esercizio del potere è una cosa, i principi fondativi dello Stato tutt’altra. E dunque la tesi di Scoppola è giusta: De Gasperi non ha voluto cancellare il dossettismo, e in fondo i famosi "professorini" della sinistra gli hanno fatto comodo, consentendogli di mantenere un collegamento, uno scambio politico costante con l’area della sinistra». Per cui il mitico partito democratico ne uscirebbe salvo, anzi conciliatore degli opposti? Bedeschi non ci crede e commenta: «Se Scoppola ha ragione nel rivalutare Dossetti, allora tutta l’opera di De Gasperi è da gettare alle ortiche».
(Giuseppe Bedeschi, Corriere della Sera, 18 dicembre 2005)
12 dicembre 2005
Votate per il Professore!
Segnalo ai lettori di Foglie d'erba che Normblog è tra i finalisti di The Weblog Awards 2005, “best UK blog.” Si può votare fino al 15 dicembre, ogni giorno, una volta al giorno. Io ho già votato, fatelo anche voi!
09 dicembre 2005
27 novembre 2005
Sul rapporto tra religioine e politica
Eolo Parodi, se non ricordo male, era il Presidente dell’Ordine dei Medici. Oggi è responsabile Sanità di Forza Italia e presidente Enpam. Ieri sul Giornale c’era un suo articolo che con la medicina non c’entra niente, visto che si occupa di scienza della politica, religione, Machiavelli, ecc., ma è ugualmente interessante. Non condivido molto, ad essere sincero (una visione molto poco, anzi, troppo poco “laica”), però ci sono dei passaggi che mi sembrano culturalmente stimolanti:
Il monito di Santa Caterina: «Molti sono che signoreggiano le città e le castella, e non signoreggiano loro: ma ogni signoria senza questa è miserabile e non dura» è purtroppo, nuovamente, attuale. La politica deve ritrovare la sua fonte di ispirazione primaria che è, e rimane, la visione cristiana della società, dell’uomo, dello Stato. La politica non ispirata dalla religiosità ma da quei principi e valori che fanno del cristianesimo un patrimonio unico e, nella sua forza rivoluzionaria, comune a tutti, credenti e non credenti. Gli stessi principi della Rivoluzione francese, «libertà, uguaglianza, fraternità» affondano nella tradizione cristiana. È il Cristianesimo che, valorizzando la dimensione dell’autocoscienza, ci porta al concetto di libertà ed è la concezione creazionistica che ci fa uguali e fratelli. È il Cristianesimo, afferma H. Bergson, «quello che può permettere una sintesi fra i tre termini» attraverso la solidarietà come momento di mediazione fra la libertà e l’uguaglianza che, nel loro sviluppo, tendono ad essere in posizione antitetica, favorendo la libertà, le diversità e le differenziazioni.La solidarietà, in una dimensione più ampia diventa fraternità, che, come già detto, implica il riconoscersi in un Padre comune. Un mio illustre concittadino, Giuseppe Mazzini, alle cui idee l’Italia e l’Europa intera debbono molto, e non certamente «uomo di Chiesa», riconosceva in un suo scritto, Dell’iniziativa rivoluzionaria in Europa (1834), che nella Dichiarazione dei diritti dell’89 erano stati riassunti i risultati dell’epoca cristiana, ponendo fuor d’ogni dubbio e innalzando a dogma politico, la libertà conquistata nella sfera dell’idea dal mondo greco-romano, l’eguaglianza conquistata dal mondo cristiano e la fratellanza, che è conseguenza immediata dei due termini.
Non credo che sia tutto da buttar via. Sinceramente, ci trovo spunti condivisibili anche da un punto di vista laico (non laicista, ovviamente). L'articolo contiene anche, come dicevo, un riferimento a Machiavelli che, a mio parere, denota una comprensione troppo ristretta e schematica del pensiero politico del Segretario fiorentino. Anche il riferimento agli Stati Uniti è un po' schematico e "a senso unico". Comunque merita di essere letto.
Il monito di Santa Caterina: «Molti sono che signoreggiano le città e le castella, e non signoreggiano loro: ma ogni signoria senza questa è miserabile e non dura» è purtroppo, nuovamente, attuale. La politica deve ritrovare la sua fonte di ispirazione primaria che è, e rimane, la visione cristiana della società, dell’uomo, dello Stato. La politica non ispirata dalla religiosità ma da quei principi e valori che fanno del cristianesimo un patrimonio unico e, nella sua forza rivoluzionaria, comune a tutti, credenti e non credenti. Gli stessi principi della Rivoluzione francese, «libertà, uguaglianza, fraternità» affondano nella tradizione cristiana. È il Cristianesimo che, valorizzando la dimensione dell’autocoscienza, ci porta al concetto di libertà ed è la concezione creazionistica che ci fa uguali e fratelli. È il Cristianesimo, afferma H. Bergson, «quello che può permettere una sintesi fra i tre termini» attraverso la solidarietà come momento di mediazione fra la libertà e l’uguaglianza che, nel loro sviluppo, tendono ad essere in posizione antitetica, favorendo la libertà, le diversità e le differenziazioni.La solidarietà, in una dimensione più ampia diventa fraternità, che, come già detto, implica il riconoscersi in un Padre comune. Un mio illustre concittadino, Giuseppe Mazzini, alle cui idee l’Italia e l’Europa intera debbono molto, e non certamente «uomo di Chiesa», riconosceva in un suo scritto, Dell’iniziativa rivoluzionaria in Europa (1834), che nella Dichiarazione dei diritti dell’89 erano stati riassunti i risultati dell’epoca cristiana, ponendo fuor d’ogni dubbio e innalzando a dogma politico, la libertà conquistata nella sfera dell’idea dal mondo greco-romano, l’eguaglianza conquistata dal mondo cristiano e la fratellanza, che è conseguenza immediata dei due termini.
Non credo che sia tutto da buttar via. Sinceramente, ci trovo spunti condivisibili anche da un punto di vista laico (non laicista, ovviamente). L'articolo contiene anche, come dicevo, un riferimento a Machiavelli che, a mio parere, denota una comprensione troppo ristretta e schematica del pensiero politico del Segretario fiorentino. Anche il riferimento agli Stati Uniti è un po' schematico e "a senso unico". Comunque merita di essere letto.
22 novembre 2005
Il problema di Whitman
«Il problema di Whitman, naturalmente, sono le idee; ne aveva, accade a tutti; ma oscuramente, a intermittenza, avvertiva che per un poeta non è una buona cosa avere delle idee».
Lo avrebbe detto, secondo Il Giornale, Giorgio Manganelli. Il giudizio vorrebbe essere caustico, ma a mio avviso non lo è. Un poeta non ha idee, è l'idea che ha il poeta. O meglio, il poeta è l'idea.
Lo avrebbe detto, secondo Il Giornale, Giorgio Manganelli. Il giudizio vorrebbe essere caustico, ma a mio avviso non lo è. Un poeta non ha idee, è l'idea che ha il poeta. O meglio, il poeta è l'idea.
21 novembre 2005
Thank you, Norm
Foglie d’erba è un blog che riesco ad aggiornare con un minimo di regolarità soltanto a periodi. Me ne dispiace, ma di più non mi è possibile fare, e questo a causa di impegni lavorativi che mi danno raramente tregua. Ciononostante, oggi mi sono accorto che un blog di quelli che contano (e ad un livello stratosferico!) ha incluso Foglie d’erba nella lista dei suoi link. E’ una novità che non posso non segnalare, con grandissima gioia e soddisfazione, ai non troppo numerosi lettori e amici del blog. Ora in quella lista Foglie d’erba figura insieme a Wind Rose Hotel, che è un altro fantastico blog che mi linka ed è sicuramente il mio preferito tra quelli in italiano. Ed è grazie ai post che ho letto su WRH che ho fatto le mie scoperte più significative nella blogosfera, tra le quali quella del blog del Professor Norman Geras. Questo è un onore doppio, insomma.
Grazie Norm, grazie davvero. Thank you, Norm, thank you very much indeed.
Grazie Norm, grazie davvero. Thank you, Norm, thank you very much indeed.
20 novembre 2005
"Il futuro e la speranza dell'umanità"
"I bambini sono il futuro e la speranza dell'umanità e bisogna promuovere e consolidare una politica dell'infanzia". Lo ha scritto Ciampi, in occasione della Giornata dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, in un messaggio inviato alla presidente della Commissione parlamentare per l'Infanzia della Camera, Maria Burani Procaccini, che a quanto pare ha fatto un buon lavoro.
"I bambini sono il futuro e la speranza dell'umanità. Dobbiamo promuovere e consolidare una politica dell'infanzia capace di offrire una qualità migliore dei servizi anche attraverso il contributo prezioso dell'associazionismo e del volontariato. La Commissione Parlamentare per l'infanzia ha contribuito con un lavoro parlamentare attento e scrupoloso, condiviso da tutte le componenti politiche, a far crescere e consolidare - sottolinea il Capo dello Stato - la tutela, la protezione ed il benessere dei minori in Italia. Con sentimenti di vivo plauso e apprezzamento per il vostro costante impegno rivolgo a lei, gentile Presidente, agli illustri premiati, a tutti i componenti la Commissione un cordiale e partecipe augurio di buon lavoro."
(La Stampa di oggi)
Ovviamente sottoscrivo. Tra l'altro, la riconferma di Ciampi alla presidenza della Repubblica mi sembra un'ottima idea.
"I bambini sono il futuro e la speranza dell'umanità. Dobbiamo promuovere e consolidare una politica dell'infanzia capace di offrire una qualità migliore dei servizi anche attraverso il contributo prezioso dell'associazionismo e del volontariato. La Commissione Parlamentare per l'infanzia ha contribuito con un lavoro parlamentare attento e scrupoloso, condiviso da tutte le componenti politiche, a far crescere e consolidare - sottolinea il Capo dello Stato - la tutela, la protezione ed il benessere dei minori in Italia. Con sentimenti di vivo plauso e apprezzamento per il vostro costante impegno rivolgo a lei, gentile Presidente, agli illustri premiati, a tutti i componenti la Commissione un cordiale e partecipe augurio di buon lavoro."
(La Stampa di oggi)
Ovviamente sottoscrivo. Tra l'altro, la riconferma di Ciampi alla presidenza della Repubblica mi sembra un'ottima idea.
16 novembre 2005
Torture: indegne dell'America e di tutti i democratici
Essere pro-America non significa non essere in grado di capire che una posizione targata US è indifendibile. Ad esempio quella sulla tortura, argomento più che mai attuale (purtroppo). In questo post di Norman Geras c'è anche quello che pensa il sottoscritto.
Grazie a Rob di Wind Rose Hotel.
Grazie a Rob di Wind Rose Hotel.
14 novembre 2005
Il branco
Ne hanno parlato vari giornai e telegiornali. Questo articolo di Elena Loewenthal su La Stampa di oggi mi sembra un commento interessante.
Non lascia copiare, picchiata dal branco
"A volte hanno fama arcigna. A volte fra le tante mansioni del loro mestierec'è anche quella dell’angelo custode, come è capitato alla bidella della scuolamedia «Enzo Vanoni» di Ardenno, in provincia di Sondrio, richiamata dalle urlaferoci e disperate di una bambina durante l’intervallo. Forte forse di tantaesperienza, forse soltanto di una buona sensibilità, la bidella ha capito chequelle grida non erano un normale chiasso da pausa lezioni. Tutt’altro: eranoinfatti calci e pugni di un'autentica aggressione. La vittima: undici anni. Ilmovente: non aver passato un compito. Lei per fortuna non ha lesioni néfratture. Come si dice in gergo, se la caverà. Ma proviamo a immaginare il suoritorno a scuola, fra qualche tempo. Con i compiti fatti. Perché proprio questaè la sua colpa: avere studiato la lezione. E’ l’ennesimo episodio di bullismo ascuola: più che l'impulso di commentare desta tristezza, certo. E poi l’età: inun’epoca in cui i tempi della vita si allungano quasi a vista d’occhio, certebrutte cose invece sembrano sempre più precoci. Come se si avesse fretta disfogarli, tali soprusi. Ma questo ennesimo episodio racconta una nota dolente inpiù, in rapporto ad altri casi di violenza in erba: è come se avesse undisvalore aggiunto. Che non è solo triste - o tragico: è anche moltopreoccupante. Questa bambina è infatti stata aggredita perché lei è una che sa.Una che evidentemente si era preparata, studiando. Da che mondo è mondo, ilfatto di sapere rappresenta un vantaggio. Ma qui, e in altri casi scolasticianaloghi, la conoscenza costituisce un difetto. Quanto meno, un fattore dirischio. Una specie di debolezza che è meglio tenere nascosta, per non doversubire conseguenze spiacevoli. Ed è così, purtroppo, non soltanto nella scuoladi Ardenno sotto gli occhi vigili di una bidella. E' un male comune (e per lopiù taciuto) nelle scuole di tutta Italia dove, in nome di una morale che certonon si sono inventati loro (e sulla quale dovremmo riflettere, magari dopo cheun profeta televisivo armato di rock dimostra davanti a milioni ditelespettatori di non sapere usare un dizionario d'italiano), i nostri ragazzipreferiscono fare la figura dei bulli piuttosto che quella dei secchioni, anchesolo alzando una mano per enunciare una risposta esatta. Quasi che la conoscenzafosse una vergogna. "
elena.loewenthal@lastampa.it
Non lascia copiare, picchiata dal branco
"A volte hanno fama arcigna. A volte fra le tante mansioni del loro mestierec'è anche quella dell’angelo custode, come è capitato alla bidella della scuolamedia «Enzo Vanoni» di Ardenno, in provincia di Sondrio, richiamata dalle urlaferoci e disperate di una bambina durante l’intervallo. Forte forse di tantaesperienza, forse soltanto di una buona sensibilità, la bidella ha capito chequelle grida non erano un normale chiasso da pausa lezioni. Tutt’altro: eranoinfatti calci e pugni di un'autentica aggressione. La vittima: undici anni. Ilmovente: non aver passato un compito. Lei per fortuna non ha lesioni néfratture. Come si dice in gergo, se la caverà. Ma proviamo a immaginare il suoritorno a scuola, fra qualche tempo. Con i compiti fatti. Perché proprio questaè la sua colpa: avere studiato la lezione. E’ l’ennesimo episodio di bullismo ascuola: più che l'impulso di commentare desta tristezza, certo. E poi l’età: inun’epoca in cui i tempi della vita si allungano quasi a vista d’occhio, certebrutte cose invece sembrano sempre più precoci. Come se si avesse fretta disfogarli, tali soprusi. Ma questo ennesimo episodio racconta una nota dolente inpiù, in rapporto ad altri casi di violenza in erba: è come se avesse undisvalore aggiunto. Che non è solo triste - o tragico: è anche moltopreoccupante. Questa bambina è infatti stata aggredita perché lei è una che sa.Una che evidentemente si era preparata, studiando. Da che mondo è mondo, ilfatto di sapere rappresenta un vantaggio. Ma qui, e in altri casi scolasticianaloghi, la conoscenza costituisce un difetto. Quanto meno, un fattore dirischio. Una specie di debolezza che è meglio tenere nascosta, per non doversubire conseguenze spiacevoli. Ed è così, purtroppo, non soltanto nella scuoladi Ardenno sotto gli occhi vigili di una bidella. E' un male comune (e per lopiù taciuto) nelle scuole di tutta Italia dove, in nome di una morale che certonon si sono inventati loro (e sulla quale dovremmo riflettere, magari dopo cheun profeta televisivo armato di rock dimostra davanti a milioni ditelespettatori di non sapere usare un dizionario d'italiano), i nostri ragazzipreferiscono fare la figura dei bulli piuttosto che quella dei secchioni, anchesolo alzando una mano per enunciare una risposta esatta. Quasi che la conoscenzafosse una vergogna. "
elena.loewenthal@lastampa.it
05 novembre 2005
Roma è con Israele
Sono appena tornato dagli Stati Uniti, dove la notizia, a quanto mi risulta, non è arrivata. Non capisco perché, visto che mi sembra piuttosto importante. La notizia è quella della manifestazione romana di protesta contro la sparata del presidente iraniano e in difesa del diritto di Israele ad esistere. Il commento di windrosehotel, che ha giustamente diffuso l'informazione anche in inglese (anche normblog lo ha fatto) è molto bello. Ma se sulla stampa anglo-americana tutto tace, in francese c'è questo articolo di Le Figaro.
Fa piacere tornare nel proprio Paese e scoprirlo capace di questi gesti.
Fa piacere tornare nel proprio Paese e scoprirlo capace di questi gesti.
19 ottobre 2005
Ora Prodi deve dire che cosa intende fare
Un articolo che mi è piaciuto, di quella persona di buon senso che è Franco Debenedetti. La conclusione è la parte dell'articolo che ho apprezzato di più...
La prospettiva è il partito democratico
di Franco Debenedetti
La Stampa del 19 ottobre 2005
Un successo così non l'aveva previsto nessuno. C'è dentro tutta la voglia di unità dell'elettorato di centro sinistra; e c'è la reazione al colpo di mano di Berlusconi sulla legge elettorale. Risulta accentuato il carattere singolare di queste primarie, lanciate da Prodi nel contesto del maggioritario dell'alternanza, ma le cui conseguenze opereranno in un contesto politico opposto, quello del proporzionale, di "questo" proporzionale che sembra fatto apposta per scardinare il bipolarismo. Perché aumenta il potere dei partiti, favorisce le piccole alleanze compatte rispetto alle più complicate ampie coalizioni, premiando di più chi supera gli avversari con un 30% che chi lo fa con il 50%. Perché non saranno neppure operanti, nella prossima legislatura, le clausole antiribaltone previste dalla nuova Costituzione. In caso di vittoria, è sperabile che si metta mano a questa legge: ma al maggioritario sono contrari, oltre che Rifondazione e i Verdi, parte della Margherita e del correntone Ds.
Il partito democratico, con il risultato di domenica, ritorna ad essere la prospettiva su cui scommettere. Il simbolo unico alle elezioni e il gruppo parlamentare unico dopo, appaiono di nuovo obbiettivi possibili. Ma la volontà di aggregazione non può eliminare la presenza di questa forza che agisce in direzione opposta, una legge elettorale che opera in senso disgregante e che continuerà a insidiare la compattezza iniziale. Il successo non deve far dimenticare la singolarità di una vittoria riportata in un gioco di cui nel frattempo sono state cambiate le regole: quelle di prima, neppure la dimensione del consenso varrà a ripristinarle.
Cambiate le regole, è cambiato il contesto politico e questo impone un cambiamento di strategia. Quale? Questa è la domanda cruciale da rivolgere al vincitore delle primarie. Per il vincitore delle elezioni, il problema resta quello di rimettere il Paese sulla strada della crescita. Ma introdurre riforme comporta vincere resistenze diverse e a volte opposte, quelle di chi ha poco e non ha fiducia di poterci guadagnare qualcosa, quelle di chi ha tanto e non vuole perdere nulla. Il compito sarebbe ancora più difficile se i partiti fossero indotti ad appoggiarsi a blocchi di interessi coalizzati, e ogni confraternita avesse il suo partito di riferimento.
Le strategie per selezionare le priorità, per bilanciare rischi e sicurezze, per scegliersi gli alleati, sono diverse se il contesto è quello del maggioritario o quello del proporzionale. Chi, come chi scrive, è entrato in politica con il maggioritario e si è impegnato a fondo quando c'è stata l'occasione di completarlo, vede lucidamente i rischi del proporzionale. Ma non per questo il destino del Paese è segnato e non c'è altro da fare che contenere i danni e assistere al declino.
Il successo conseguito domenica da Romano Prodi si colloca tra passato e futuro: deve dirci che cosa intende farne. Il profilo politico si definisce prima del voto e non a Governo fatto: questo vale sempre, vale ancora di più se, nel frattempo, sono cambiate le regole.
La prospettiva è il partito democratico
di Franco Debenedetti
La Stampa del 19 ottobre 2005
Un successo così non l'aveva previsto nessuno. C'è dentro tutta la voglia di unità dell'elettorato di centro sinistra; e c'è la reazione al colpo di mano di Berlusconi sulla legge elettorale. Risulta accentuato il carattere singolare di queste primarie, lanciate da Prodi nel contesto del maggioritario dell'alternanza, ma le cui conseguenze opereranno in un contesto politico opposto, quello del proporzionale, di "questo" proporzionale che sembra fatto apposta per scardinare il bipolarismo. Perché aumenta il potere dei partiti, favorisce le piccole alleanze compatte rispetto alle più complicate ampie coalizioni, premiando di più chi supera gli avversari con un 30% che chi lo fa con il 50%. Perché non saranno neppure operanti, nella prossima legislatura, le clausole antiribaltone previste dalla nuova Costituzione. In caso di vittoria, è sperabile che si metta mano a questa legge: ma al maggioritario sono contrari, oltre che Rifondazione e i Verdi, parte della Margherita e del correntone Ds.
Il partito democratico, con il risultato di domenica, ritorna ad essere la prospettiva su cui scommettere. Il simbolo unico alle elezioni e il gruppo parlamentare unico dopo, appaiono di nuovo obbiettivi possibili. Ma la volontà di aggregazione non può eliminare la presenza di questa forza che agisce in direzione opposta, una legge elettorale che opera in senso disgregante e che continuerà a insidiare la compattezza iniziale. Il successo non deve far dimenticare la singolarità di una vittoria riportata in un gioco di cui nel frattempo sono state cambiate le regole: quelle di prima, neppure la dimensione del consenso varrà a ripristinarle.
Cambiate le regole, è cambiato il contesto politico e questo impone un cambiamento di strategia. Quale? Questa è la domanda cruciale da rivolgere al vincitore delle primarie. Per il vincitore delle elezioni, il problema resta quello di rimettere il Paese sulla strada della crescita. Ma introdurre riforme comporta vincere resistenze diverse e a volte opposte, quelle di chi ha poco e non ha fiducia di poterci guadagnare qualcosa, quelle di chi ha tanto e non vuole perdere nulla. Il compito sarebbe ancora più difficile se i partiti fossero indotti ad appoggiarsi a blocchi di interessi coalizzati, e ogni confraternita avesse il suo partito di riferimento.
Le strategie per selezionare le priorità, per bilanciare rischi e sicurezze, per scegliersi gli alleati, sono diverse se il contesto è quello del maggioritario o quello del proporzionale. Chi, come chi scrive, è entrato in politica con il maggioritario e si è impegnato a fondo quando c'è stata l'occasione di completarlo, vede lucidamente i rischi del proporzionale. Ma non per questo il destino del Paese è segnato e non c'è altro da fare che contenere i danni e assistere al declino.
Il successo conseguito domenica da Romano Prodi si colloca tra passato e futuro: deve dirci che cosa intende farne. Il profilo politico si definisce prima del voto e non a Governo fatto: questo vale sempre, vale ancora di più se, nel frattempo, sono cambiate le regole.
15 ottobre 2005
Pinter e il Nobel contestato
Sui blog che io leggo Harold Pinter non gode di buona stampa, se si può prendere a prestito un modo di dire improprio. Leibniz, Camillo e WRH hanno qualcosa da rimproverargli, e non si tratta di cose da poco. Giuda Maccablog spezza una lancia a suo favore e ha ragione anche lui. Io ho letto qualcosa di Pinter e non mi è dispiaciuto, anche se non è Shakespeare (e neanche Dario Fo, almeno a mio modestissimo parere). Forse, però, non è neanche Grazia Deledda, il cui Nobel ancora non cessa di stupire ...
30 settembre 2005
Casi clinici (gravi)
Il caso clinico senza precedenti, appena pubblicato sulla rivista scientifica internazionale «Cortex» dai neuro-psicologi Sara Mondini, dell’Università di Padova, e Carlo Semenza, dell’Università di Trieste, fornisce una prova biologica di quanto da tempo sociologi, psicologi sociali, politologi ed esperti di comunicazioni di massa avevano sospettato, cioè che il bombardamento ripetuto di certe immagini a mezzo stampa e televisione incide qualcosa di profondo e speciale nel nostro cervello. Detto in modo molto succinto, il caso di V. Z., casalinga italiana di 66 anni, testata ripetutamente da Mondini e Semenza per anni, mostra che una lesione cerebrale specifica può gravemente compromettere la nostra capacità di riconoscere oggetti in genere e volti umani in genere, ma non la capacità di riconoscere Silvio Berlusconi. E’ come se il volto del premier fosse stato inciso nel cervello in un suo canale particolare, in un formato speciale, diverso da quello ordinario degli oggetti e da quello pure ordinario, ma separato, dei volti.
(Corriere della sera)
Questa notizia si presta a svariate interpretazioni. Sarebbe interessante mettere a confronto quelle di Emilio Fede e di Marco Travaglio ...
21 settembre 2005
Otto e mezzo & Democratiya
Sono tornato ieri da uno dei miei viaggi di lavoro ed ho appena ricominciato a prendere contatto con le cose italiane. Vero che anche dall'estero leggevo i media italiani, soprattutto via web, ma ora tocco con mano il casino che c'è nel mio Paese. Per fortuna qualcosa di buono ancora c'è, ad esempio "8 e mezzo", che ieri ha ripreso le trasmissioni. Ottima come al solito, ma devo dire che WindRoseHotel ha ragione a commentare come ha commentato, in un bellissimo post. Condivido le osservazioni e l'ironia, come al solito tagliente. Anche il commento di Wittgenstein mi è piaciuto. Sempre su wrh ho trovato anche una segnalazione interessante: è nata una nuova rivista on-line, Democratiya.
24 luglio 2005
La guerra all'Occidente
Ma non si può certo dire che l'Unione Europea, nonostante gli attentati che già le piovono addosso, che provengono perfino da cittadini d'origine islamica imperfettamente integrati, si prepari a fronteggiare il pericolo in maniera consapevole e coordinata.
La vignetta è tratta da Il Giornale, la citazione sopra e l'articolo di Enzo Bettiza (qua sotto) da La Stampa. Non male entrambi.

La guerra all'Occidente, dichiarata dai fondamentalisti islamici con esplosioni suicide e intimidazioni via internet, sta aprendo in maniera organizzata e sistematica un secondo fronte di fuoco contro l'Europa. Mentre Londra, dopo il 7 luglio, vive ormai in un clima d'angosciata insicurezza che produce anche tragici errori, ecco che gli strateghi del terrore decidono di regalare una vacanza di sangue ai turisti dell'allegra e affollata città sul Mar Rosso. Non è la prima volta che i gruppi stragisti di Al Qaeda, che ebbero proprio nelle madrasse cairote i loro esaltati padri fondatori, colpiscono la capitale o qualche rinomata località dell'Egitto. In aprile tre europei erano stati uccisi e altri feriti in due attentati al Cairo. Nell'ottobre scorso era stata colpita Taba, al confine con Israele: 34 vittime, tra le quali due sorelle italiane. Nel 1997, nei pressi dei templi faraonici di Luxor, i militanti islamici uccisero 58 europei e quattro egiziani.
Ora, a Sharm el-Sheikh, paradiso estremo del Sinai per il quale ogni anno transitano 700 mila italiani, il conto fino adesso accertato delle vittime supera di molto quello di Londra. E' senz'altro il colpo più devastante inferto dai proseliti di Al Qaeda al turismo egiziano, prioritaria fonte di guadagno del Paese guidato con ondivaga moderazione dal presidente Mubarak; ma è, al tempo stesso, un ennesimo ferocissimo attacco simbolico oltreché fisico assestato ai viaggiatori occidentali, in particolare europei, che di Sharm el-Sheikh hanno fatto uno dei loro prediletti luoghi di riposo e di svago. Anche se lo scenario geografico della strage è mediorientale, il vero bersaglio politico e ideologico degli stragisti suicidi sembra essere, in un momento grave come questo, con l'Inghilterra ferita, l'Italia minacciata, la Danimarca intimidita, prevalentemente europeo. Quello che è appena avvenuto in questo angolo occidentalizzato del deserto egiziano è, con ogni probabilità, un frammento, un episodio ben calcolato, della mobile e imprevedibile guerra a singhiozzo iniziata dai terroristi l'anno scorso a Madrid e ora estesa o incombente su altre capitali del nostro continente.
Ma non si può certo dire che l'Unione Europea, nonostante gli attentati che già le piovono addosso, che provengono perfino da cittadini d'origine islamica imperfettamente integrati, si prepari a fronteggiare il pericolo in maniera consapevole e coordinata. La risposta alla minaccia non si muove, come dovrebbe muoversi, sulla scala di una più robusta integrazione comunitaria e continentale. Annaspa invece, come osserva Giuliano Amato, in maniera scoordinata, episodica, minimalistica, su smembrate scalette nazionali. La Francia, dopo aver bocciato la Costituzione europea, reagisce alle bombe su Londra rinchiudendosi ancor più nel proprio guscio esagonale e ristabilendo, contro gli accordi di Schengen, i controlli alle frontiere con gli Stati vicini. La Germania dal canto suo respinge la legge d'applicazione del mandato di arresto europeo, «incompatibile con le garanzie individuali», eliminando così un vitale strumento di coordinamento giuridico, su base comunitaria, nella lotta al terrorismo. Intanto la classe politica italiana, stretta fra le lungaggini della maggioranza e le titubanze dell'opposizione, vara con ritardo un pacchetto di misure antiterrorismo: ritardo che ha lasciato, per troppo tempo, nelle mani demagogiche di Bossi e della Lega il cordone della richiesta popolare di sicurezza.
Il problema odierno di un necessario equilibrio fra sicurezza e libertà si pone, comunque e con urgenza, non soltanto all'Italia ma all'Unione Europea nel suo complesso. In Inghilterra il sindaco londinese di sinistra, Livingstone, storico antagonista di Blair e critico della guerra in Iraq, ha stipulato un mezzo armistizio col leader del governo e del Labour affermando perfino, il giorno prima che la polizia ammettesse di aver ucciso un innocente, che l'uso della forza può diventare tragicamente fatale in una situazione d'emergenza caotica creata dalle «bombe che camminano». Da Londra in questi giorni ci giungono non solo lezioni di flemma: giungono pure, dalla più libera e tollerante società europea, indicazioni di un ponderato riequilibrio fra la sicurezza e la libertà della quale i terroristi si servono spesso per distruggere entrambe. Anche quando sbagliano, gli inglesi non si nascondono dietro un dito, ma con ammirevole implacabilità denunciano l'errore.
La vignetta è tratta da Il Giornale, la citazione sopra e l'articolo di Enzo Bettiza (qua sotto) da La Stampa. Non male entrambi.
La guerra all'Occidente, dichiarata dai fondamentalisti islamici con esplosioni suicide e intimidazioni via internet, sta aprendo in maniera organizzata e sistematica un secondo fronte di fuoco contro l'Europa. Mentre Londra, dopo il 7 luglio, vive ormai in un clima d'angosciata insicurezza che produce anche tragici errori, ecco che gli strateghi del terrore decidono di regalare una vacanza di sangue ai turisti dell'allegra e affollata città sul Mar Rosso. Non è la prima volta che i gruppi stragisti di Al Qaeda, che ebbero proprio nelle madrasse cairote i loro esaltati padri fondatori, colpiscono la capitale o qualche rinomata località dell'Egitto. In aprile tre europei erano stati uccisi e altri feriti in due attentati al Cairo. Nell'ottobre scorso era stata colpita Taba, al confine con Israele: 34 vittime, tra le quali due sorelle italiane. Nel 1997, nei pressi dei templi faraonici di Luxor, i militanti islamici uccisero 58 europei e quattro egiziani.
Ora, a Sharm el-Sheikh, paradiso estremo del Sinai per il quale ogni anno transitano 700 mila italiani, il conto fino adesso accertato delle vittime supera di molto quello di Londra. E' senz'altro il colpo più devastante inferto dai proseliti di Al Qaeda al turismo egiziano, prioritaria fonte di guadagno del Paese guidato con ondivaga moderazione dal presidente Mubarak; ma è, al tempo stesso, un ennesimo ferocissimo attacco simbolico oltreché fisico assestato ai viaggiatori occidentali, in particolare europei, che di Sharm el-Sheikh hanno fatto uno dei loro prediletti luoghi di riposo e di svago. Anche se lo scenario geografico della strage è mediorientale, il vero bersaglio politico e ideologico degli stragisti suicidi sembra essere, in un momento grave come questo, con l'Inghilterra ferita, l'Italia minacciata, la Danimarca intimidita, prevalentemente europeo. Quello che è appena avvenuto in questo angolo occidentalizzato del deserto egiziano è, con ogni probabilità, un frammento, un episodio ben calcolato, della mobile e imprevedibile guerra a singhiozzo iniziata dai terroristi l'anno scorso a Madrid e ora estesa o incombente su altre capitali del nostro continente.
Ma non si può certo dire che l'Unione Europea, nonostante gli attentati che già le piovono addosso, che provengono perfino da cittadini d'origine islamica imperfettamente integrati, si prepari a fronteggiare il pericolo in maniera consapevole e coordinata. La risposta alla minaccia non si muove, come dovrebbe muoversi, sulla scala di una più robusta integrazione comunitaria e continentale. Annaspa invece, come osserva Giuliano Amato, in maniera scoordinata, episodica, minimalistica, su smembrate scalette nazionali. La Francia, dopo aver bocciato la Costituzione europea, reagisce alle bombe su Londra rinchiudendosi ancor più nel proprio guscio esagonale e ristabilendo, contro gli accordi di Schengen, i controlli alle frontiere con gli Stati vicini. La Germania dal canto suo respinge la legge d'applicazione del mandato di arresto europeo, «incompatibile con le garanzie individuali», eliminando così un vitale strumento di coordinamento giuridico, su base comunitaria, nella lotta al terrorismo. Intanto la classe politica italiana, stretta fra le lungaggini della maggioranza e le titubanze dell'opposizione, vara con ritardo un pacchetto di misure antiterrorismo: ritardo che ha lasciato, per troppo tempo, nelle mani demagogiche di Bossi e della Lega il cordone della richiesta popolare di sicurezza.
Il problema odierno di un necessario equilibrio fra sicurezza e libertà si pone, comunque e con urgenza, non soltanto all'Italia ma all'Unione Europea nel suo complesso. In Inghilterra il sindaco londinese di sinistra, Livingstone, storico antagonista di Blair e critico della guerra in Iraq, ha stipulato un mezzo armistizio col leader del governo e del Labour affermando perfino, il giorno prima che la polizia ammettesse di aver ucciso un innocente, che l'uso della forza può diventare tragicamente fatale in una situazione d'emergenza caotica creata dalle «bombe che camminano». Da Londra in questi giorni ci giungono non solo lezioni di flemma: giungono pure, dalla più libera e tollerante società europea, indicazioni di un ponderato riequilibrio fra la sicurezza e la libertà della quale i terroristi si servono spesso per distruggere entrambe. Anche quando sbagliano, gli inglesi non si nascondono dietro un dito, ma con ammirevole implacabilità denunciano l'errore.
19 luglio 2005
Unite Against Terror
Da alcuni tra i principali blog britannici è partita l'idea della Dichiarazione di cui riporto l'inizio e la conclusione (nell'ottima traduzione in italiano che si deve a Wind Rose Hotel). Io l'ho appena firmata.
Gli attacchi terroristici contro i londinesi del 7 luglio hanno provocato la morte di almeno cinquantaquattro persone. Gli attentatori suicidi che il 12 luglio hanno colpito a Netanya, in Israele, hanno ucciso dodici persone, tra cui due ragazze di sedici anni. E il 13 luglio, in Iraq, attentatori suicidi hanno massacrato ventiquattro bambini. Noi siamo solidali con tutti questi sconosciuti, mano nella mano, da Londra a Netanya e a Baghdad: comunità unite contro il terrore.
...
Vi invitiamo a firmare questa Dichiarazione come un primo piccolo passo verso la costruzione di un movimento globale di cittadini contro il terrorismo.
Gli attacchi terroristici contro i londinesi del 7 luglio hanno provocato la morte di almeno cinquantaquattro persone. Gli attentatori suicidi che il 12 luglio hanno colpito a Netanya, in Israele, hanno ucciso dodici persone, tra cui due ragazze di sedici anni. E il 13 luglio, in Iraq, attentatori suicidi hanno massacrato ventiquattro bambini. Noi siamo solidali con tutti questi sconosciuti, mano nella mano, da Londra a Netanya e a Baghdad: comunità unite contro il terrore.
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Vi invitiamo a firmare questa Dichiarazione come un primo piccolo passo verso la costruzione di un movimento globale di cittadini contro il terrorismo.
03 giugno 2005
Referendum, l'arte dello spiazzamento
Francesco Rutelli come Fini, ovvero l’arte dello spiazzamento (degli avversari e della maggior parte degli “amici”). Mi domando quanto ci sia di sincero nelle posizioni di entrambi. Ecco cosa riporta il Corriere della Sera. Parla Rutelli:
«Io mi asterrò perchè è il modo politico più efficace per rigettare i quesiti. È la risposta giusta perchè chi vota no involontariamente aiuta chi vuole il sì e imbalsama la legislazione attuale delegittimando la possibilità di modificare la legge».
«Il non raggiungimento del quorum lascia la strada aperta a un miglioramento della legge, mentre il Sì farebbe un macello, producendo una legge inaccettabile. Questa legge non è perfetta, va migliorata. Ma per migliorarla è indispensabile verificarla e affinarla».
«L'estrema complessità del tema forza i promotori dei quesiti a delle semplificazioni sbagliate. Sciabolate e accettate, necessarie per arrivare a coinvolgere il grande pubblico, sono la negazione della complessità della materia e quindi l'astensione rappresenta un radicale rifiuto di questa impostazione. In secondo luogo, l'astensione è il modo politico più efficace per rigettare questa contesa. Chi vota No, involontariamente aiuta la battaglia del Sì».
«Tutti coloro che definiscono in modo aggressivo la scelta dell'astensione, in passato, almeno una volta, si sono politicamente astenuti su altri quesiti. È singolare che oggi chi in passato ha promosso l'astensione attiva, definisca furbesca, miserabile e ipocrita l'azione per l'astensione attiva su questi 4 referendum».
Praticamente posizioni "democristiane" in salsa ex-radicale e post-ulivista. Che casino!
«Io mi asterrò perchè è il modo politico più efficace per rigettare i quesiti. È la risposta giusta perchè chi vota no involontariamente aiuta chi vuole il sì e imbalsama la legislazione attuale delegittimando la possibilità di modificare la legge».
«Il non raggiungimento del quorum lascia la strada aperta a un miglioramento della legge, mentre il Sì farebbe un macello, producendo una legge inaccettabile. Questa legge non è perfetta, va migliorata. Ma per migliorarla è indispensabile verificarla e affinarla».
«L'estrema complessità del tema forza i promotori dei quesiti a delle semplificazioni sbagliate. Sciabolate e accettate, necessarie per arrivare a coinvolgere il grande pubblico, sono la negazione della complessità della materia e quindi l'astensione rappresenta un radicale rifiuto di questa impostazione. In secondo luogo, l'astensione è il modo politico più efficace per rigettare questa contesa. Chi vota No, involontariamente aiuta la battaglia del Sì».
«Tutti coloro che definiscono in modo aggressivo la scelta dell'astensione, in passato, almeno una volta, si sono politicamente astenuti su altri quesiti. È singolare che oggi chi in passato ha promosso l'astensione attiva, definisca furbesca, miserabile e ipocrita l'azione per l'astensione attiva su questi 4 referendum».
Praticamente posizioni "democristiane" in salsa ex-radicale e post-ulivista. Che casino!
13 maggio 2005
Regno Unito: chi sono i LibDem?
Su La Stampa di oggi si legge un interessante articolo di Richard Newbury che copio/incollo qui dato che è destinato a scomparire dal sito del giornale tra poche ore. Lascio anche la tuitolazione originale.
I LIBERALDEMOCRATICI DI KENNEDY SI ASPETTANO ORA LE AVANCES DEL PREMIER
LibDem, la sinistra dell’establishment
Chi sono i LibDem? Come tutti i partiti sono una coalizione, formata dalla fusione del Partito liberale e di quello socialdemocratico, nato nel 1981 da una scissione del Labour capeggiata da Roy Jenkins che lo vedeva sempre più orientato verso la democrazia socialista. Nel 1983 con il 25% dei voti (ma 25 seggi) quasi sorpassarono i laburisti che ottennero il 27% (ma 209 seggi). La questione è ora se i «vecchi» laburisti insoddisfatti che li hanno votati nel 2005 li riporteranno alla posizione dominante che avevano sotto Gladstone e Lloyd George o se toglieranno loro la base che da sempre li vota come noblesse oblige Un minimo sospetto di socialismo li getterebbe nelle braccia del Partito conservatore, per tradizione «liberale» e unificatore, che, se tornasse alla propria vocazione sotto una diversa dirigenza, potrebbe aspettarli suadente al varco. Specie se la sinistra laburista cercherà di formare un governo «settario» e classista. Il Nuovo Labour creato da Brown e Blair (che entrarono in Parlamento nel 1983, quando il partito toccò il suo punto più basso) era riuscito a riconquistare dai conservatori gli operai qualificati «rubati» dalla Thatcher nel 1979 e che nel 1997 eran divenuti un neo-ceto medio. Anche gli elettori liberali di ceto medio-alto non esitarono ad affidare il loro voto a livello nazionale a un Nuovo Labour che si presentava come «figlio del liberalismo».Se il «progetto» New Labour non si unì allo scisma socialdemocratico fu per tenersi i 200 seggi solidamente operai e fedelmente laburisti. Però rubò gli abiti ai LibDem e programmò una convergenza con essi. Roy Jenkins era il mentore di Blair. Anzi tutti i suoi eroi- Gladstone, Lloyd Georgem Keynes e Beveridge- erano tutto liberali. Secondo Jenkins liberali e laburisti non hanno mai avuto meno del 55% dei voti ma, divisi, avevano regalato il 70% del XX secolo ai conservatori. Nel '97 Blair non credeva che avrebbe ottenuto una maggioranza neppure di 66 seggi (quella che ha oggi) e il suo progetto per evirare la sinistra era di formare un governo LibLab con l'allora leader liberale Paddy Ashdown come ministro degli Esteri. La sua stravittoria lo rese politicamente impossibile e il piano B fu di conquistare il centro spingendo i LibDem a sinistra e i conservatori verso la destra insensata. Però coinvolse i LibDem nella devoluzione di Scozia e Galles dove sono al governo e dove (grazie ai sussidi inglesi) hanno realizzato gran parte del programma elettorale 2005, dall'abolizione delle tasse universitarie all'assistenza gratuita per gli anziani. Blairismo e Brownismo significano che tutti i partiti hanno accettato un'ampia spesa pubblica in servizi, però orientati dal mercato e vasti tagli a vantaggio dell'efficienza, contro i burocrati. Brown ne ha già licenziati 100.000 mentre i tory puntavano a farne fuori altri e volevano nei prossimi 6 anni un aumento della spesa inferiore solo dell'1%. La chiusura della Rover ha avuto un effetto minimo sui risultati di Birmingham. Se sono partiti 29.000 posti, ne sono stati creati 189.000. Questo clima politico è l'eredità di Blair. I LibDem piacciono agli studenti (i futuri professionisti della benestante middle class) e ai professionisti attuali nel campo giuridico, contrari alle carte d'identità e agli arresti domiciliari di sospetti terroristi, e soprattutto nell'amministrazione, i media e l'istruzione. Insomma è il partito dell'Independent, il Guardian e la BBC. Il fatto di voler alzare le tasse dal 40 al 50% per chi superi il reddito annuale di 50.000 sterline lorde li fa sentire generosi con il pubblico. Però in realtà trasformandole in università gratuita di fatto aboliscono il costo dell'istruzione dei propri figli. Un tassa locale sul reddito, anziché la Council Tax sul valore della casa, avvantaggia questo tipo di ceti medi una volta pensionati. In più assistenza gratuita agli anziani significherebbe non sperperare la propria eredità in case di riposo e cure per i propri genitori. I LibDem sono responsabili nei confronti dell'ambiente e sono stati i primi a introdurre raccolta differenziata e riciclaggio. Sono il partito del principe Carlo e dell'arcivescovo di Canterbury (anche se in quanto Lords nessuno dei due può votare o sostenere pubblicamente un partito). Sono il partito delle amministrazioni locali e infatti, mentre hanno sottratto Sheffield e Newcastle ai laburisti, hanno in mano più consigli comunali e contee dei conservatori. La base del loro potere sta negli enti locali e nel parlamento europeo e sono l'unico partito inequivocabilmente pro Europa.In ogni caso questa volta a livello nazionale non hanno trasferito il loro voto tatticamente ai laburisti e hanno trovato i conservatori troppo estremi. Il tema dell'immigrazione ha mobilitato la base conservatrice ma ha respinto le conversioni. I LibDem erano l'unico partito anti guerra. Non erano però anti US, bensì pro UN. Il partito del libero scambio ha sempre creduto che ovunque la gente sia «ragionevole». Non è un partito anti guerra tout court - Lloyd George vinse la I Guerra mondiale, Gladstone contro la vittoriosa guerra afgana di Disraeli vinse nel 1880 ma sei mesi dopo invase l'Egitto (abbandonato nel 1954). Blair nelle sue prime quattro guerre (Iraq nel '98, Serbia nel '99, Sierra Leone 200, Kosovo 2001) indossò il manto gladstoiano delle guerre moralmente giustificabili. E' ovvio che a Kennedy opporsi all'invasione dell'Iraq non è costato niente visto che tanto non si sarebbe mai recato a Washington come primo ministro. In ogni caso nell'insieme il partito degli alti funzionari statali e della Bbc giudicò questa guerra contraria agli interessi della Gran Bretagna in quanto potenza commerciale globale con grossi scambi e interessi nel mondo mussulmano.I LibDem sono il partito dell'Establishment. Sono sempre stati un'élite di mandarini che discretamente manovravano dietro le quinte. Nel 1906 ebbero una vittoria gigantesca e Lloyd George e Churchill introdussero il Welfare State dietro consiglio di Beveridge ed evirarono la camera dei Lord . Era la middle class al potere con l'appoggio della working class. Lloyd George vinse la guerra ma distrusse il proprio partito e il Labour, l'ala poltica delle Trade Unions gli sottrasse il voto operaio. Solo ora i liberali hanno riconquistato il numero di seggi che avevano nel 1923. Questo flusso di voti laburisti 2005 non distruggerà lo splendido isolamento LibDem visto che Blair li corteggerà nuovamente contro la propria sinistra e non esiterà a rubar loro i vestiti. Come ha detto il 6 maggio: «Non mi sono fatto queste quattro settimane d'inferno per andarmene tranquillamente al diavolo tra qualche mese!».
I LIBERALDEMOCRATICI DI KENNEDY SI ASPETTANO ORA LE AVANCES DEL PREMIER
LibDem, la sinistra dell’establishment
Chi sono i LibDem? Come tutti i partiti sono una coalizione, formata dalla fusione del Partito liberale e di quello socialdemocratico, nato nel 1981 da una scissione del Labour capeggiata da Roy Jenkins che lo vedeva sempre più orientato verso la democrazia socialista. Nel 1983 con il 25% dei voti (ma 25 seggi) quasi sorpassarono i laburisti che ottennero il 27% (ma 209 seggi). La questione è ora se i «vecchi» laburisti insoddisfatti che li hanno votati nel 2005 li riporteranno alla posizione dominante che avevano sotto Gladstone e Lloyd George o se toglieranno loro la base che da sempre li vota come noblesse oblige Un minimo sospetto di socialismo li getterebbe nelle braccia del Partito conservatore, per tradizione «liberale» e unificatore, che, se tornasse alla propria vocazione sotto una diversa dirigenza, potrebbe aspettarli suadente al varco. Specie se la sinistra laburista cercherà di formare un governo «settario» e classista. Il Nuovo Labour creato da Brown e Blair (che entrarono in Parlamento nel 1983, quando il partito toccò il suo punto più basso) era riuscito a riconquistare dai conservatori gli operai qualificati «rubati» dalla Thatcher nel 1979 e che nel 1997 eran divenuti un neo-ceto medio. Anche gli elettori liberali di ceto medio-alto non esitarono ad affidare il loro voto a livello nazionale a un Nuovo Labour che si presentava come «figlio del liberalismo».Se il «progetto» New Labour non si unì allo scisma socialdemocratico fu per tenersi i 200 seggi solidamente operai e fedelmente laburisti. Però rubò gli abiti ai LibDem e programmò una convergenza con essi. Roy Jenkins era il mentore di Blair. Anzi tutti i suoi eroi- Gladstone, Lloyd Georgem Keynes e Beveridge- erano tutto liberali. Secondo Jenkins liberali e laburisti non hanno mai avuto meno del 55% dei voti ma, divisi, avevano regalato il 70% del XX secolo ai conservatori. Nel '97 Blair non credeva che avrebbe ottenuto una maggioranza neppure di 66 seggi (quella che ha oggi) e il suo progetto per evirare la sinistra era di formare un governo LibLab con l'allora leader liberale Paddy Ashdown come ministro degli Esteri. La sua stravittoria lo rese politicamente impossibile e il piano B fu di conquistare il centro spingendo i LibDem a sinistra e i conservatori verso la destra insensata. Però coinvolse i LibDem nella devoluzione di Scozia e Galles dove sono al governo e dove (grazie ai sussidi inglesi) hanno realizzato gran parte del programma elettorale 2005, dall'abolizione delle tasse universitarie all'assistenza gratuita per gli anziani. Blairismo e Brownismo significano che tutti i partiti hanno accettato un'ampia spesa pubblica in servizi, però orientati dal mercato e vasti tagli a vantaggio dell'efficienza, contro i burocrati. Brown ne ha già licenziati 100.000 mentre i tory puntavano a farne fuori altri e volevano nei prossimi 6 anni un aumento della spesa inferiore solo dell'1%. La chiusura della Rover ha avuto un effetto minimo sui risultati di Birmingham. Se sono partiti 29.000 posti, ne sono stati creati 189.000. Questo clima politico è l'eredità di Blair. I LibDem piacciono agli studenti (i futuri professionisti della benestante middle class) e ai professionisti attuali nel campo giuridico, contrari alle carte d'identità e agli arresti domiciliari di sospetti terroristi, e soprattutto nell'amministrazione, i media e l'istruzione. Insomma è il partito dell'Independent, il Guardian e la BBC. Il fatto di voler alzare le tasse dal 40 al 50% per chi superi il reddito annuale di 50.000 sterline lorde li fa sentire generosi con il pubblico. Però in realtà trasformandole in università gratuita di fatto aboliscono il costo dell'istruzione dei propri figli. Un tassa locale sul reddito, anziché la Council Tax sul valore della casa, avvantaggia questo tipo di ceti medi una volta pensionati. In più assistenza gratuita agli anziani significherebbe non sperperare la propria eredità in case di riposo e cure per i propri genitori. I LibDem sono responsabili nei confronti dell'ambiente e sono stati i primi a introdurre raccolta differenziata e riciclaggio. Sono il partito del principe Carlo e dell'arcivescovo di Canterbury (anche se in quanto Lords nessuno dei due può votare o sostenere pubblicamente un partito). Sono il partito delle amministrazioni locali e infatti, mentre hanno sottratto Sheffield e Newcastle ai laburisti, hanno in mano più consigli comunali e contee dei conservatori. La base del loro potere sta negli enti locali e nel parlamento europeo e sono l'unico partito inequivocabilmente pro Europa.In ogni caso questa volta a livello nazionale non hanno trasferito il loro voto tatticamente ai laburisti e hanno trovato i conservatori troppo estremi. Il tema dell'immigrazione ha mobilitato la base conservatrice ma ha respinto le conversioni. I LibDem erano l'unico partito anti guerra. Non erano però anti US, bensì pro UN. Il partito del libero scambio ha sempre creduto che ovunque la gente sia «ragionevole». Non è un partito anti guerra tout court - Lloyd George vinse la I Guerra mondiale, Gladstone contro la vittoriosa guerra afgana di Disraeli vinse nel 1880 ma sei mesi dopo invase l'Egitto (abbandonato nel 1954). Blair nelle sue prime quattro guerre (Iraq nel '98, Serbia nel '99, Sierra Leone 200, Kosovo 2001) indossò il manto gladstoiano delle guerre moralmente giustificabili. E' ovvio che a Kennedy opporsi all'invasione dell'Iraq non è costato niente visto che tanto non si sarebbe mai recato a Washington come primo ministro. In ogni caso nell'insieme il partito degli alti funzionari statali e della Bbc giudicò questa guerra contraria agli interessi della Gran Bretagna in quanto potenza commerciale globale con grossi scambi e interessi nel mondo mussulmano.I LibDem sono il partito dell'Establishment. Sono sempre stati un'élite di mandarini che discretamente manovravano dietro le quinte. Nel 1906 ebbero una vittoria gigantesca e Lloyd George e Churchill introdussero il Welfare State dietro consiglio di Beveridge ed evirarono la camera dei Lord . Era la middle class al potere con l'appoggio della working class. Lloyd George vinse la guerra ma distrusse il proprio partito e il Labour, l'ala poltica delle Trade Unions gli sottrasse il voto operaio. Solo ora i liberali hanno riconquistato il numero di seggi che avevano nel 1923. Questo flusso di voti laburisti 2005 non distruggerà lo splendido isolamento LibDem visto che Blair li corteggerà nuovamente contro la propria sinistra e non esiterà a rubar loro i vestiti. Come ha detto il 6 maggio: «Non mi sono fatto queste quattro settimane d'inferno per andarmene tranquillamente al diavolo tra qualche mese!».
12 maggio 2005
Malinconie
Sono stato all'estero per qualche giorno, per l'esattezza a Parigi. Mi capita spesso, per lavoro. Tra una settimana sarò negli Stati Uniti. Ogni volta che torno in Italia non posso fare a meno di notare quanto siamo ancora lontani dagli standard dei principali paesi occidentali. Tempo fa ero in Polonia, a Varsavia, non in Svezia o in Danimarca (vado spesso anche da quelle parti), e ho visitato un grande ospedale. Non so se dappertutto sia così, ma quello che ho visto mi ha lasciato stupefatto: in positivo. Non nascondo una certa malinconia. Non parlerò di un paio di esperienze del sistema sanitario americano, della rapidità con la quale ti trovi in mano diagnosi e cura, e con una spesa tutto sommato modica. E le medicine le trovi al supermercato, mica devi impazzire per trovare una farmacia. Però noi abbiamo una grande cucina, ottimi vini ...
01 maggio 2005
Sistemi elettorali
Sarò testardo, ma continuo a ritenere che Giovanni Sartori abbia ragione:
"Il nostro problema è che abbiamo costruito un bipolarismo demenziale fondato, dicevo, su coalizioni millepiedi. E dunque il nostro problema è di arrivare—visto che siamo in democrazia—a coalizioni di governo omogenee di due-tre partiti. Come si fa?
(...) a Berlusconi continua a sfuggire che è proprio il maggioritario secco che moltiplica e frantuma il nostro sistema partitico, e quindi ancora sfugge quale sia il vero cancro del sistema che vorrebbe curare. E poi non è vero che i partiti minori siano costretti a distinguersi per via della proporzionale. Lo farebbero comunque facendo valere la propria identità «differenziante» in sede di governo."
"Il nostro problema è che abbiamo costruito un bipolarismo demenziale fondato, dicevo, su coalizioni millepiedi. E dunque il nostro problema è di arrivare—visto che siamo in democrazia—a coalizioni di governo omogenee di due-tre partiti. Come si fa?
(...) a Berlusconi continua a sfuggire che è proprio il maggioritario secco che moltiplica e frantuma il nostro sistema partitico, e quindi ancora sfugge quale sia il vero cancro del sistema che vorrebbe curare. E poi non è vero che i partiti minori siano costretti a distinguersi per via della proporzionale. Lo farebbero comunque facendo valere la propria identità «differenziante» in sede di governo."
28 aprile 2005
Una disfatta politica e intellettuale
Mentre la campagna elettorale nel Regno Unito vive la fase più combattuta, sul Guardian un certo Richard Gott, estremista di sinistra, "pacifista" e ovviamente anti-Blair, sferra un attacco micidiale nei confronti del Premier, accusandolo di ogni nefandezza possibile e immaginabile. Un attacco che definire vergognoso è troppo poco, al quale tuttavia Norman Geras risponde per le rime. Ed è veramente una ran bella risposta. (Via Wind Rose Hotel)
27 aprile 2005
Ferguson su America ed Europa
"E Dio separò gli Stati Uniti e l’Europa", di Niall Ferguson. Sul Corriere della sera di ieri ("documenti"). Una lettura da non perdere. Anche il documento di oggi a occhio e croce (devo ancora leggerlo!) è interessante: "Basta un no e la Francia esce dalla storia d’Europa" , dell' accademico di Francia Jean d’Ormesson.
Tsunami a lieto fine
Un inglese del Gloucestershire, ritrova vive la moglie e la figlia di 2 anni che credeva morte nello tsunami in Thailandia. La bimba e la madre si erano salvate ed erano state accolte da una famiglia del luogo. Però la donna aveva perso la memoria. (Corriere della sera)
20 aprile 2005
Berlusconi-bis?
Berrlusconi ha deciso di dimettersi. Ha ragione Wind Rose Hotel a richiamare l'ottimo artricolo di Barbara Spinelli sulla "sindrome del supermercato", perché a questo punto con il Berlusconi-bis che si prospetta è proprio dove dice la signora che si va a parare. Ai pochissimi visitatori di questo blog (giustamente) raccomando la lettura dell'articolone succitato.
19 aprile 2005
Ci sarà ancora ...
Mentre la crisi di governo segue il suo corso, sono qui che mi domando se alle prossime elezioni politiche ci sarà ancora un centro-destra contro un centro-sinistra. Ma poi mi sorprendo a pensare che la cosa, alla fin fine, non è che mi riguardi più di tanto, visto che avevo già deciso di non votare. Mi dispiace soltanto di non potre votare per eleggere il prossimo papa: quella è una cosa seria.
14 aprile 2005
I vantaggi del proporzionale
Riprendo il discorso iniziato su Wind Rose Hotel sul sistema elettorale. Anch’io condivido l’ipotesi di Giovanni Sartori (Corriere della Sera di domenica scorsa) per risolvere i problemi dell’Italia dal punto di vista delle coalizioni, che sono entrambe piuttosto disastrate a causa del maggioritario: il sistema tedesco. Pernso di rendere un servizio a chi vuole approfondire l’argomento dando alcuni link (si riferiscono a testi di Sartori e a dibattiti sulla stampa tra lo stesso sartori e altri politologi ed esponenti politici.
Ricordo inoltre che un’alternativa al sistema tedesco potrebbe essere il “doppio turno di collegio”, che era originariamente l'ipotesi prediletta di Sartori, poi messa da parte un po’ a malincuore. Quest’ultima ipotesi era quella che poi fu adottata da Massimo D'Alema quando era segretario dei Ds. Traggo da La Repubblica questa sintesi:
Lo scontro della seconda tornata rimane all'interno dei singoli collegi senza allargarsi sul piano nazionale. Il Parlamento viene eletto con un sistema maggioritario a doppio turno, in cui il numero dei parlamentari equivale a quello dei collegi. Vince al primo turno il candidato che ottiene il 51 per cento dei voti. Se non lo ottiene nessuno, si torna a votare per i quattro partiti che hanno conquistato il maggior numero di voti oppure (proposta D'Alema) per tutti quelli che hanno superato la soglia del sette per cento. Tra i partiti che hanno diritto ad andare al ballottaggio, alcuni possono decidere di rinunciare e invitare il loro elettorato a votare per il candidato politicamente più vicino. I partiti che "desistono" hanno diritto a dividersi un premio, che consiste nel recupero proporzionale del 10-15 per cento dei seggi.
Ed ora ecco i link:
Interventi di Sartori, Panebianco, Passigli, Chiarante. Inizio 99;
Sartori sul Corriere della Sera del 14 dicembre 2002;
Una riflessione di Giovanni Sartori del febbraio 2003;
La posizione di Società Aperta (favorevole al modello tedesco).
Ricordo inoltre che un’alternativa al sistema tedesco potrebbe essere il “doppio turno di collegio”, che era originariamente l'ipotesi prediletta di Sartori, poi messa da parte un po’ a malincuore. Quest’ultima ipotesi era quella che poi fu adottata da Massimo D'Alema quando era segretario dei Ds. Traggo da La Repubblica questa sintesi:
Lo scontro della seconda tornata rimane all'interno dei singoli collegi senza allargarsi sul piano nazionale. Il Parlamento viene eletto con un sistema maggioritario a doppio turno, in cui il numero dei parlamentari equivale a quello dei collegi. Vince al primo turno il candidato che ottiene il 51 per cento dei voti. Se non lo ottiene nessuno, si torna a votare per i quattro partiti che hanno conquistato il maggior numero di voti oppure (proposta D'Alema) per tutti quelli che hanno superato la soglia del sette per cento. Tra i partiti che hanno diritto ad andare al ballottaggio, alcuni possono decidere di rinunciare e invitare il loro elettorato a votare per il candidato politicamente più vicino. I partiti che "desistono" hanno diritto a dividersi un premio, che consiste nel recupero proporzionale del 10-15 per cento dei seggi.
Ed ora ecco i link:
Interventi di Sartori, Panebianco, Passigli, Chiarante. Inizio 99;
Sartori sul Corriere della Sera del 14 dicembre 2002;
Una riflessione di Giovanni Sartori del febbraio 2003;
La posizione di Società Aperta (favorevole al modello tedesco).
13 aprile 2005
A proposito di violenza e croci uncinate negli stadi
"Occorre guardare in faccia questa realtà, soprattutto quando ci interessa da vicino. Si può così scoprire che essa ha molte facce: quella del tifoso che è diventato violento perché ha trasformato in fanatismo il vecchio spirito campanilista; quella del tifoso prezzolato per influenzare con la violenza le scelte societarie; quella del tifoso politicizzato e, infine, quella di chi tifoso non è ma si mescola agli sportivi solo per praticare la violenza come strumento di lotta politica, colpendo a man salva poliziotti e carabinieri. Contro un fenomeno così complesso non esiste una risposta che da sola possa risultare efficace. Ognuno dia quella che gli spetta: per quanto mi riguarda, ho voluto che non ci fossero dubbi sulla risposta del Ministro dell'Interno. "
Giuseppe Pisanu (ministro dell'Interno)
Tratto dalla lettera del ministro al Corriere della Sera (13 aprile). Mi sembra un' impostazione ragionevole.
Giuseppe Pisanu (ministro dell'Interno)
Tratto dalla lettera del ministro al Corriere della Sera (13 aprile). Mi sembra un' impostazione ragionevole.
11 aprile 2005
Dimissioni
Berlusconi ha risposto picche a chi gli chiedeva, dentro la maggioranza, di andare a votare subito. Il centrosinistra è stato prudente: a parte i soliti sproloquiatori, del tipo di Pecoraro Scanio, si sono ben guardati dallo spingere in quella direzione, visto che sanno bene che chi provoca elezioni anticipate è di solito punito dagli elettori. Quindi ci sarà un anno da dimenticare, con un governo diviso su tutto e in balia di un'infinità di ricatti, e un'opposizione unita soltanto dalla voglia di tornare al potere e di mandare a casa Berlusconi. Ci si può dimettere, almeno temporaneamente, da cittadini italiani?
05 aprile 2005
Centrosinistra vincente
Adesso che hanno vinto nel segno di Bertinotti (quanto meno in Puglia, che è il risultato più clamoroso) ai riformisti non resta che incartarsela. Fino a quando l'Unione non perderà malamente un'elezione (non è un augurio, è solo un'ipotesi!) dopo essersi sfasciata sulla politica estera, le danze nel centrosinistra le guiderà Fausto. Altro che Fassino.
04 aprile 2005
Giovanni Paolo II e gli ebrei
Un giornale israeliano racconta il rapporto tra Karol Wojtyla e gli ebrei e cita un paio di episodi. Grazie a Wind Rose Hotel e a Normblog.
Fuori programma
Barbara Spinelli, su La Stampa ha scritto una delle cose più interessanti sul pontefice appena scomparso, pur occupandosi del film "Sine die". Si potrebbe obiettare qualcosa su uno o due punti, ma mi sembra che l'articolo sia degno di attenzione. Ne riporto un pezzo:
Da dove gli viene questa forza speciale? Proprio vedendo Sine die, sembra di vederne la chiave. La chiave è forse nel suo continuo dire parole e scegliere gesti fuori programma, fuori dalle regole. È il suo dire e muoversi che parla direttamente alle varie nazioni e alle varie religioni, come se tutti già fossimo al punto in cui il tempio non è visibile, perché ormai è in ciascun uomo. Queste parole e questi gesti fuori norma sono ricorrenti in Giovanni Paolo II, il film ce lo fa vedere molto bene. C’è una scena stupefacente in cui il Papa si sente talmente in sintonia con i giovani del nostro tempo e con le loro abitudini e le loro musiche rock che per più di due minuti canticchia e geme di gioia, come in dialogo di suoni che solo tra loro è comprensibile, sotto lo sguardo un po’ stupito degli accompagnatori (ci sono spesso momenti in cui si rivolge ai giovani con un sorriso specialmente amico, alzando appena la mano, levandole tutte e due come in una danza). E poi alla fine dell’incontro al Madison Square Garden, a New York, alla fine dell’happening (lui stesso lo chiama: «Un momento carismatico») annuncia per metà soddisfatto per metà complice: «We shall destroy the program» - Distruggeremo il programma, le regole fisse.
Da dove gli viene questa forza speciale? Proprio vedendo Sine die, sembra di vederne la chiave. La chiave è forse nel suo continuo dire parole e scegliere gesti fuori programma, fuori dalle regole. È il suo dire e muoversi che parla direttamente alle varie nazioni e alle varie religioni, come se tutti già fossimo al punto in cui il tempio non è visibile, perché ormai è in ciascun uomo. Queste parole e questi gesti fuori norma sono ricorrenti in Giovanni Paolo II, il film ce lo fa vedere molto bene. C’è una scena stupefacente in cui il Papa si sente talmente in sintonia con i giovani del nostro tempo e con le loro abitudini e le loro musiche rock che per più di due minuti canticchia e geme di gioia, come in dialogo di suoni che solo tra loro è comprensibile, sotto lo sguardo un po’ stupito degli accompagnatori (ci sono spesso momenti in cui si rivolge ai giovani con un sorriso specialmente amico, alzando appena la mano, levandole tutte e due come in una danza). E poi alla fine dell’incontro al Madison Square Garden, a New York, alla fine dell’happening (lui stesso lo chiama: «Un momento carismatico») annuncia per metà soddisfatto per metà complice: «We shall destroy the program» - Distruggeremo il programma, le regole fisse.
03 aprile 2005
Karol
E così è andato. Quanto ho ammirato Karol Wojtyla! Cattolici e non cattolici si sono inchinati, protestanti, ebrei, musulmani, e chissà quante altre religiosità. Oggi sarà un inseguirsi di articoli, editoriali, testimonianze. Finora il più leggibile tra i commentatori mi è parso Vittorio Messori. Sui blog che ho visto qualcuno ha avuto la sensibilità di non scrivere niente, o almeno lo strettissimo necessario, altri si sono "lanciati" (alcuni, con modalità piuttosto discutibili), e hanno esibito scarsa dimestichezza con gli argomenti che toccavano. Quello che resta, ad ogni modo, è la forza della Chiesa, quella polacca in particolar modo, che ha saputo produrre un simile uomo. Ora bisogna assolutamente che il Padre Eterno ce ne mandi se non proprio un altro come lui, almeno uno che non lo faccia rimpiangere amaramente.
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