Quello di Hina Saleem "non è il primo né il centesimo caso, ma molto di più. E non sarà l’ultimo". Lo ha detto al Meeting di Rimini il gesuita egiziano Samir Khalil Samir, cioè il massimo studioso cristiano di islam (insegna all’Università Saint-Joseph di Beirut e al Pontificio istituto orientale di Roma ed è l'autore di "Cento domande sull’islam"). Nel suo intervento Samir ha affrontato il tema dell’apostasia e della libertà religiosa nell’islam, e Il Foglio (di oggi) ha raccontato quello che ha detto. Una lettura che chiarisce un po' di cose:
“Nell’islam la donna rappresenta l’onore – spiega al Foglio – Si perme il peggio, purché non vengano toccate le donne dei musulmani. Se semplicemente vuole vivere al di fuori della comunità è lo scandalo assoluto. Fino a trent’anni fa, data d’inizio di quest’ondata islamista, la maggioranza delle donne che ho conosciuto non si copriva in questo modo. La tendenza radicale oggi è spaventosa, nasce prima di Khomeini, si origina nel 1974 con l’Arabia Saudita e i Fratelli musulmani”. Se al posto di Hina ci fosse stato Mohammed, secondo Samir avrebbero detto: “Beh, l’uomo è l’uomo. La donna incarna tutto il male della società islamica. La donna rappresenta la bellezza dell’islam e il rigore dell’islam, pensiero che si è rafforzato nello scontro di civiltà con l’occidente. Posso baciare la mia fidanzata a casa, ma non per strada. E’ scandalo persino che per strada ci si tenga per mano. L’islam oggi nasconde la donna totalmente e non era mai accaduto prima, a parte gruppi wahabiti, salafiti e afghani. La presenza in occidente ha incoraggiato, anziché la libertà, la clausura”.
Ci racconta un episodio di cinque anni fa a Torino. “Venne fuori la storia delle foto delle donne marocchine sulla carta d’identità. Erano tutte con il velo. La polizia obiettò che non era ammesso, l’imam somalo rispose che quella era la legge dell’islam. ‘hanno cercato un gesuita egiziano…’, dissero. Due giorni dopo si scopre che quelle donne sul passaporto marocchino non avevano la testa velata. L’imam somalo rispose che quando erano in Marocco non avevano capito bene l’islam, a Torino tutto era più chiaro.
‘Se l’apostata non ritorna deve essere ucciso’, dice il rettore dell’Università Al-Azhar. Il motivo è la ‘fitna’, la sedizione, l’apostata è in guerra dichiarata con l’islam. ‘Uccideteli ovunque li incontrate’ dice la sura della Vacca. La conversione e l’apostasia sono un atto di offesa all’islam e alla ummah”. Al terrorismo nutrito dal multiculturalismo, padre Samir associa il comportamento dell’Europa nel caso di Ayaan Hirsi Ali. “Mi vergogno per il ministro olandese e per il paese che l’ha condannata. Erano gli stessi funzionari che le avevano detto cosa dire per poter essere accolta. Tutti hanno taciuto.
Dietro al pensiero islamico arcaico c’è una critica, spesso fondata, all’occidente. I musulmani quando arrivano in Europa pensano che qui se ne fregano di Dio, loro invece ad Allah ci tengono. L’occidente allora che fa? Reagisce con il mea culpa, si batte il petto, basta attaccarli e gli occidentali si ritirano”. L’islam, che sembra fortissimo, attraversa in realtà una grande crisi. “E’ come un adolescente stupido che attacca tutti. Fa proseliti su proseliti perché l’occidente si autonega, si vergogna di sé e fa del dubbio il valore assoluto. Così è il momento della propaganda islamica e si diffondono senza precedenti. L’islam sogna il X secolo, ‘più saremo fedeli alla lettera del Corano più saremo vittoriosi’.
I terroristi di Londra erano ben integrati quando hanno incontrato qualcuno che ha detto loro ‘voi sbagliate, venite da noi’. A Parigi vado ogni anno nelle banlieu fra i giovani musulmani. Ho visto che si mettono l’abito bianco lungo, si fanno crescere la barba profetica e indossano un berretto in testa quando non vogliono essere più un numero che non vale niente. Per affermare la propria identità si definiscono come un anti, diversi. E’ nella moschea che ricevono tutto questo. Lì trovano predicatori allenati all’odio e a insegnare a combattere per il jihad. Gli imam devono essere controllati duramente, altrimenti il terrorismo fiorirà sotto i nostri occhi e dentro le nostre case”.
Veniamo ai motivi per cui questo posato studioso del Corano, dall’accento francese e dai modi gentili, esclude che possa verificarsi a breve una riforma dell’islam. “L’abisso è nell’ermeneutica, l’interpretazione. Il cristiano dice che la Bibbia viene da Dio, il musulmano che il Corano viene da Dio. Come si spiega però il divino in termini umani? Il cristiano dice che chi scrive è ispirato dallo Spirito Santo, è il contenuto che viene da Dio. Riconosce che i Vangeli sono umani, perciò dico ‘secondo Giovanni’. Questa distinzione permette l’interpretazione. L’islam dice che il Corano è scritto presso Dio, nel cielo, ed è disceso su Maometto tramite l’angelo, non l’uomo. Se è così non si può più estrarre il contenuto dalla forma materiale. Il ripensare l’islam è quindi impossibile”.
Ma il fatto più grave è che l’islam sia nato come progetto politico: “Il cristianesimo è un progetto di riforma della società anche politica, ma sempre attraverso il cuore della persona. L’islam è progetto politico, militare, di conquista e integrale. Maometto ha diffuso la sua visione di Dio nella penisola arabica conquistando le tribù una dopo l’altra e decapitando la tribù ebraica Banu Qurayza. Cristo viene ad annunciare e i suoi lo rigettano. Maometto predica e i suoi lo rigettano. Poi Cristo sale a Gerusalemme e si offre alla morte. Quando Pietro tira fuori la spada lo ferma. Maometto invece si ritira a Medina, condanna La Mecca, ‘infedeli’, prepara una città e una società fortissima, piccole conquiste e acquisti. Quando è forte, attacca e rientra vittorioso. Cristo invece rientra vittorioso spiritualmente ma disfatto umanamente, con questa disfatta vince la morte. La riforma dell’islam deve essere fatta dai musulmani, ma quando ci provano vengono subito eliminati. E’ ciò che il cristianesimo invece ha compiuto nel Settecento, molto prima dell’illuminismo”.
Un blog mi costringe ad annotare qualche pensiero, che altrimenti andrebbe disperso. Il nick "Walt" vale Walt Whitman, vale a dire l'autore della raccolta di poesie alla quale il nome del blog si richiama.
22 agosto 2006
13 agosto 2006
Allam: ecco l'essenza del fascismo islamico
“All'Italia dei tuttologi di professione e all'Occidente degli islamologi infatuati dall'homo islamicus”, ma anche a Gilles Kepel, che ieri in un'intervista a Repubblica, negava l'esistenza di un «fascismo islamico» perché «i gruppi terroristici islamici sono il contrario di un movimento di massa», Magdi Allam dedica sul Corriere della Sera di oggi una riflessione di quelle da non perdere. Eccone un brano (ma, appunto, è meglio leggere tutto il pezzo):
L'essenza del «fascismo islamico» è insita nella negazione del diritto alla vita altrui, sia che si tratti di un «apostata » o un «eretico», sia che sia considerato un «nemico» quale ebreo o crociato cristiano. Per la verità la radice del male è interna all'Islam e si fonda sul disconoscimento della pluralità delle comunità religiose, giuridiche, ideologiche e culturali che da sempre connotano la galassia islamica. Noi continuiamo a parlare di Islam al singolare, mentre in realtà si coniuga al plurale così come è il caso del cristianesimo. Sono gli estremisti islamici che vorrebbero accreditare la percezione di un blocco monolitico dell'Islam, dal momento che si considerano detentori della «Verità», mirando a imporre il loro potere assoluto ed egemone. Finendo per delegittimare e condannare a morte tutti coloro che non sono a loro immagine e somiglianza e non si sottomettono al loro arbitrio. È questa l'essenza del «fascismo islamico», che esiste da sempre, alimentato da una cultura dell'odio e della morte di cui gli stessi musulmani sono al contempo i carnefici e la gran parte delle vittime. È questo «fascismo islamico» che ha provocato la cacciata o la fuga, nel corso degli ultimi cinquant'anni, di un milione di ebrei, di 10 milioni di cristiani e di un numero superiore di musulmani dal Medio Oriente.
L'essenza del «fascismo islamico» è insita nella negazione del diritto alla vita altrui, sia che si tratti di un «apostata » o un «eretico», sia che sia considerato un «nemico» quale ebreo o crociato cristiano. Per la verità la radice del male è interna all'Islam e si fonda sul disconoscimento della pluralità delle comunità religiose, giuridiche, ideologiche e culturali che da sempre connotano la galassia islamica. Noi continuiamo a parlare di Islam al singolare, mentre in realtà si coniuga al plurale così come è il caso del cristianesimo. Sono gli estremisti islamici che vorrebbero accreditare la percezione di un blocco monolitico dell'Islam, dal momento che si considerano detentori della «Verità», mirando a imporre il loro potere assoluto ed egemone. Finendo per delegittimare e condannare a morte tutti coloro che non sono a loro immagine e somiglianza e non si sottomettono al loro arbitrio. È questa l'essenza del «fascismo islamico», che esiste da sempre, alimentato da una cultura dell'odio e della morte di cui gli stessi musulmani sono al contempo i carnefici e la gran parte delle vittime. È questo «fascismo islamico» che ha provocato la cacciata o la fuga, nel corso degli ultimi cinquant'anni, di un milione di ebrei, di 10 milioni di cristiani e di un numero superiore di musulmani dal Medio Oriente.
06 agosto 2006
Tra Hezbollah e Israele
La bozza Francia-USA è stata presentata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il documento invoca «la piena cessazione» delle ostilità fra Iraele e Hezbollah. Attenzione: si parla di "operazioni «offensive»", non di "tutte" le operazioni. Scrive il Corriere che "questo è un nodo essenziale che molti hanno immediatamente sottolineato come una vittoria di Gerusalemme. Se attaccati gli israeliani potranno infatti rispondere al fuoco. La risoluzione non dice nulla inoltre sulla presenza militare israeliana nel sud del Libano. La smilitarizzazione della zona di cuscinetto tra la Linea Blu e il fiume Litani è posticipata alla seconda fase nella soluzione della crisi. Che sarà l’oggetto di una seconda risoluzione del Consiglio e si parla di settimane di lavoro e diplomazia."
Adesso speriamo bene. Nel frattempo, suggerisco un'attenta lettura di due editoriali molto opportunamente segnalati da Wind Rose Hotel: uno di Magdi Allam e l'altro di Angelo Panebianco (entrambi, naturalmente, usciti sul Corriere della Sera. Concetti non nuovi, in linea di massima. Ma "repetita juvant".
Adesso speriamo bene. Nel frattempo, suggerisco un'attenta lettura di due editoriali molto opportunamente segnalati da Wind Rose Hotel: uno di Magdi Allam e l'altro di Angelo Panebianco (entrambi, naturalmente, usciti sul Corriere della Sera. Concetti non nuovi, in linea di massima. Ma "repetita juvant".
28 luglio 2006
Un deserto chiamato Londra
Londra con 36° di massima è un’esperienza che avevo già fatto un po’ di anni fa, ma allora si trattò di un periodo piuttosto breve, mentre il caldo di questo mese di luglio è ben più insistente. E’ uno spettacolo deprimente vedere i parchi bruciati dal sole il colore dominante è il giallo. “Desert London”: così titolava l’Evening Standard qualche giorno fa (prima pagina, caratteri cubitali, foto dall’alto di un Hyde Park irriconoscibilmente giallo) che prendeva tre quarti della pagina.
A quanto pare il gran caldo si è fatto apprezzare un po’ dappertutto, e questo mi consola. Ma bisogna dire che la sera, qui a Londra, si sta benissimo. E all’ombra si sta bene anche alle due del pomeriggio. Mentre in Italia, come sappiamo, non è così. Se qualcuno, comunque, mi viene a dire che l’effetto serra è una balla e che tutto va come sempre giuro che lo strozzo. Anzi, bisognerebbe fare una legge ad hoc: chi va spargendo certe leggende metropolitane va carcerato ed esiliato. E se non basta va pure menato. (C’è una certa esasperazione, non fateci caso …)
A quanto pare il gran caldo si è fatto apprezzare un po’ dappertutto, e questo mi consola. Ma bisogna dire che la sera, qui a Londra, si sta benissimo. E all’ombra si sta bene anche alle due del pomeriggio. Mentre in Italia, come sappiamo, non è così. Se qualcuno, comunque, mi viene a dire che l’effetto serra è una balla e che tutto va come sempre giuro che lo strozzo. Anzi, bisognerebbe fare una legge ad hoc: chi va spargendo certe leggende metropolitane va carcerato ed esiliato. E se non basta va pure menato. (C’è una certa esasperazione, non fateci caso …)
10 luglio 2006
Soddisfazioni inattese
Scrivere qualcosa sulla vittoria italiana al mondiale di calcio stando all'estero (al momento in Gran Bretagna) è sicuramente piacevole e gratificante. Oggi sento e vedo intorno a me quanto questo sport sia davvero un fatto globale e che appassiona la maggior parte del genere umano. Gli inglesi, che sono sempre molto "sportivi" (un po' meno quando gioca la loro nazionale, veramente ...) sono ammirati per il carattere e l'intelligenza degli azzurri, e preferiscono di gran lunga l'Italia sul podio al posto della Germania e della stessa Francia. E' una bella senzazione, all'estero, assistere a uno spettacolo del genere. Non pensavo che mi avrebbe emozionato tanto. Alla fin fine mi scopro meno insensibile di quel che pensavo di fronte a questo tipo di soddisfazioni. Ed anche di questo penso di dover ringraziare i ragazzi di Lippi.
02 giugno 2006
Il nuovo parterre des rois
Stavo guardando, per la prima volta nella mia vita, la parata del 2 giugno, ed anche con una certa curiosità per il nuovo parterre des rois, presidente della Repubblica in testa. Confesso che mi ha fatto impressione vedere Napolitano accanto a Bertinotti, e poi Marini e Prodi. Ecco il vertice dello Stato: un ex comunista, un comunista, due ex democristiani, e tutti e quattro schierati nel centrosinistra, nessuno in rappresentanza dell'Italia "laica" e del centrodestra.
E' l'immagine di un sopruso, di un tradimento del corpo elettorale, della storia d'Italia. Ma si rendono conto questi di cosa hanno combinato?
E' l'immagine di un sopruso, di un tradimento del corpo elettorale, della storia d'Italia. Ma si rendono conto questi di cosa hanno combinato?
25 maggio 2006
TocqueVille, la Città dei Liberi
TocqueVille è un aggregatore di blog liberali, conservatori, neoconservatori, riformatori e moderati, che, ispirandosi all'insegnamento del grande Alexis de Tocqueville, vuole diffondere il verbo della libertà. In Italia questa realtà rappresenta un tentativo inedito di incoraggiare e sviluppare una cultura politica più aperta, moderna, anti-ideologica, attenta a quanto si muove anche al di fuori del nostro Paese, soprattutto negli Stati Uniti, ma non solo.
Un amico blogger ha contribuito a farla nascere, poi ne era uscito per coerenza con la propria appartenenza culturale alla sinistra (perché "la Città dei Liberi" si stava caratterizzando come "la Right Nation italiana") e adesso vi è rientrato ritenendo che, alla luce del malinconico spettacolo offerto da una sinistra incapace di imboccare in maniera definitiva la via del liberal-socialismo e di liberarsi delle ipoteche di un estremismo più vitale che mai, questo fosse un passo quasi obbligato per un blogger che crede nella libertà. Beh, il suo percorso mi ricorda talmente da vicino il mio, il suo conflitto interiore è così simile a quello che ho vissuto io, che ad un certo punto mi sono deciso a varcare anch'io la soglia di questa Città.
Il mio è un blog molto part-time, ma una testimonianza la puòdare lo stesso. Ed io l'ho data iscrivendo Foglie d'Erba a TocqueVille.
Un amico blogger ha contribuito a farla nascere, poi ne era uscito per coerenza con la propria appartenenza culturale alla sinistra (perché "la Città dei Liberi" si stava caratterizzando come "la Right Nation italiana") e adesso vi è rientrato ritenendo che, alla luce del malinconico spettacolo offerto da una sinistra incapace di imboccare in maniera definitiva la via del liberal-socialismo e di liberarsi delle ipoteche di un estremismo più vitale che mai, questo fosse un passo quasi obbligato per un blogger che crede nella libertà. Beh, il suo percorso mi ricorda talmente da vicino il mio, il suo conflitto interiore è così simile a quello che ho vissuto io, che ad un certo punto mi sono deciso a varcare anch'io la soglia di questa Città.
Il mio è un blog molto part-time, ma una testimonianza la puòdare lo stesso. Ed io l'ho data iscrivendo Foglie d'Erba a TocqueVille.
Andate a raccontarlo a qualcun altro ...
Da Addis Abeba arriva una notizia piuttosto strana: un ristoratore cristiano sarebbe stato sorpreso nel suo negozio ad usare le pagine del Corano per incartare gli acquisti (cibo) dei clienti, e per pulirsi le mani. “Ovviamente” sarebbe questa la causa delle violente manifestazioni anticristiane al grido di «Allah è grande» durate ore e con lanci di pietre che si sono tenute ieri a Jijiga, cittadina nell'est dell'Etiopia, un'area ad ampia maggioranza musulmana ai confini con la Somalia. Ne riferisce Il Giornale. E naturalmente nessuno crede che le manifestazioni siano la conseguenza del gesto blasfemo del negoziante, per la semplice ragione che nessuno crede che il gesto in questione si sia mai verificato.
16 maggio 2006
Partito democratico
Con l'incarico a Romano Prodi, si risolverà magari il problema della lista, ma quello del Partito democratico mi sa di no. Scettico, ad esempio, è Michele Salvati nell'editoriale di oggi. Proprio come Paolo Franchi ieri. Si sta diffondendo un certo pessimismo, indubbiamente.
10 maggio 2006
Segni del declino
Ora che i Democratici di Sinistra sono sul punto di mettere un loro uomo sul colle del Quirinale quasi tutti, nel Palazzo, potranno chiamarsi soddisfatti: i ds, ovviamente, i dl che hanno piazzato Marini al Senato, i rifondaroli che hanno sistemato Bertinotti (togliendoselo dai piedi e sostituendolo con Giordano che è un po’ più al loro livello), i forzisti (che finalmente potranno gridare al regime) quelli di AN (che con un ex comunista sul colle si possono sentire sdoganati definitivamente anche loro perché si sa che una mano lava l’altra). Dicevo “quasi tutti” perché quelli di Casini, ad esempio, lo voterebbero pure Napolitano, ma non sarebbero contenti lo stesso perché non hanno niente da guadagnarci. I dalemiani poi, per ovvie ragioni salti mortali non ne faranno. Il bilancio, però, è ottimo.
Fuori dal Palazzo, invece, le cose potrebbero stare diversamente. Napolitano è una scelta talmente malinconica che quasi mi viene da piangere. Che sia politicamente quello che è conta molto meno, penso, che ciò che lui è di per sé, come figura. Allontanerà la gente dalle istituzioni perché non ha comunicativa, né simpatia, né bonomia, né ispira il rispetto di una cultura chiaramente superiore. Una scelta scialba. E’ incredibile la pochezza diessina: dei due nomi che hanno fatto neanche uno è neppure lontanamente adeguato. Quasi quasi persino Gianni Letta è meglio. E’ il segno del declino inarrestabile di quello che fu, nel bene e nel male, un grande partito.
Fuori dal Palazzo, invece, le cose potrebbero stare diversamente. Napolitano è una scelta talmente malinconica che quasi mi viene da piangere. Che sia politicamente quello che è conta molto meno, penso, che ciò che lui è di per sé, come figura. Allontanerà la gente dalle istituzioni perché non ha comunicativa, né simpatia, né bonomia, né ispira il rispetto di una cultura chiaramente superiore. Una scelta scialba. E’ incredibile la pochezza diessina: dei due nomi che hanno fatto neanche uno è neppure lontanamente adeguato. Quasi quasi persino Gianni Letta è meglio. E’ il segno del declino inarrestabile di quello che fu, nel bene e nel male, un grande partito.
04 maggio 2006
Il 5 maggio di Tony Blair
Sul Riformista di oggi i guai di Tony Blair nel giorno delle elezioni locali. Al centro il tema dell'immigrazione e le poco commendevoli performances del ministro degli Interni Charles Clarke. L'articolo del Riformista è accessibile solo agli abbonati, pertanto lo copio/incollo qui di seguito.
REQUIEM. CLARKE E GLI ALTRI, TRAVOLTI DALL’IMMIGRAZIONE
Blair attende il suo cinque maggio
DI MAURO BOTTARELLI
Londra. I giornali del mattino, dal Daily Mail al Times fino al Sun, non lasciavano scampo a Charles Clarke: tutti sparavano in prima pagina la notizia in base alla quale Mustafa Jamma, il killer somalo della poliziotta e madre di tre figli, Sharon Beshenivsky, uccisa lo scorso novembre doveva essere espulso dalla Gran Bretagna nove mesi prima di compiere l’omicidio. Come dire: se l’Home Office avesse fatto il suo dovere, questa donna sarebbe ancora viva. Un macigno sulle spalle già stanche e curve del suo titolare che, alle 11.30 del mattino, ha preso la parola ai Commons per un intervento reso necessario e improrogabile dai dettagli sempre più compromettenti che stanno facendo gonfiare a dismisura lo scandalo, dalle richieste di dimissioni sempre più pressanti di Tory e liberaldemocratici e dall’imminenza del voto amministrativo di oggi, un disastro annunciato che potrebbe - con una bassa affluenza alle urne - trasformarsi addirittura in tragedia politica per il Labour. Il ministro si è difeso attaccando. O, meglio, annunciando il reperimento e l’espulsione di 70 dei delinquenti ingiustamente rilasciati e proponendo misure più rigide riguardo i criminali stranieri che comportino l’immediata espulsione per chiunque si sia macchiato di un crimine che preveda la reclusione. Richiesta immediatamente ribadita da Tony Blair nel corso del question time seguito all’intervento di Charles Clarke, durante il quale il primo ministro è stato frontalmente attaccato da David Cameron, secondo cui «la gente sta pagando il prezzo dell’arrogante attaccamento al potere di un leader che ha completamente perso il controllo della situazione». Per Tony Blair, invece, Clarke sta cercando di risolvere una situazione grave dovuta ad «un sistema che non ha funzionato per anni e che ora invece funziona. Penso che sia giusto che continui a farlo poiché è completamente sbagliato affermare che questo problema sia stato creato o sia iniziato sotto questo ministro dell’Interno». Sprezzante la replica di David Cameron: «Chi ascolta questa risposta penserà seriamente che sia patetica». Uno scaricabarile? Non proprio, visto che comunque il Labour governa da nove anni e soprattutto che questa situazione non si presenta per la prima volta all’attenzione della politica. Il problema rappresentato dallo scandalo, anche in previsione del voto, è che questo fallimento - oltre ad andare a toccare un nervo scoperto della società britannica - si pone come la prova lampante della recidività del governo laburista in materia. Nel febbraio 2004, infatti, un’inchiesta del Sunday Times resa possibile dalle delazioni del funzionario dell’Home Office, Steve Moxon, portò alla luce un’incredibile serie di incompetenze, insabbiamenti ed abusi d’ufficio per quanto riguardava i flussi migratori e il rilascio di permessi di soggiorno, la cosiddetta managed migration. In quel caso lo scandalo costò immediatamente il posto al titolare del ministero, Beverly Hughes ma anche allo stesso Moxon che fu licenziato in tronco l’8 marzo 2004: il quale, però, si rifece con i diritti d’autore del suo libro, The great immigration scandal. A gioire per questa pressione sul governo sono chiaramente i partiti che maggiormente spingono sull’acceleratore della lotta all’immigrazione clandestina e della sicurezza, ovvero i conservatori e il British national party. Quest’ultimo, stando alle ultime rilevazioni, attende soltanto il dato dell’affluenza per poter cantare vittoria: più il turnout è basso, più il partito xenofobo di Nick Griffin può avvicinarsi al traguardo storico di aggiungere 70 consiglieri ai 26 su cui può già contare. La tensione razziale, in questi giorni, è alle stelle. Colpa dello scandalo che ha investito l’Home Office, ovviamente, ma anche del clima di esasperazione che si respira in molte aree industriali della cintura londinese e della Midlands. E’ dell’altro giorno la notizia del fermo di un 33enne bianco ritenuto responsabile di tre attentati incendiari in altrettanti negozi di alimentari gestiti da pachistani nell’East End londinese, uno dei quali è costato la vita a Khizar Hayat, bruciato vivo nel suo bazar di Kennington. Il voto di oggi, quindi, si pone più che mai come un referendum sull’azione di governo più che come una tornata prettamente amministrativa e locale: «Se gli elettori sceglieranno di soprassedere a questa spettacolare incompetenza, Blair potrà dirsi fortunato», sentenziava ieri impietoso il Times. Ancora ieri i sondaggi vedevano i Conservatori di David Cameron avanti 35 a 32. La mattina di domani potrebbe davvero essere degna della sua nomea per Tony Blair: 5 maggio.
REQUIEM. CLARKE E GLI ALTRI, TRAVOLTI DALL’IMMIGRAZIONE
Blair attende il suo cinque maggio
DI MAURO BOTTARELLI
Londra. I giornali del mattino, dal Daily Mail al Times fino al Sun, non lasciavano scampo a Charles Clarke: tutti sparavano in prima pagina la notizia in base alla quale Mustafa Jamma, il killer somalo della poliziotta e madre di tre figli, Sharon Beshenivsky, uccisa lo scorso novembre doveva essere espulso dalla Gran Bretagna nove mesi prima di compiere l’omicidio. Come dire: se l’Home Office avesse fatto il suo dovere, questa donna sarebbe ancora viva. Un macigno sulle spalle già stanche e curve del suo titolare che, alle 11.30 del mattino, ha preso la parola ai Commons per un intervento reso necessario e improrogabile dai dettagli sempre più compromettenti che stanno facendo gonfiare a dismisura lo scandalo, dalle richieste di dimissioni sempre più pressanti di Tory e liberaldemocratici e dall’imminenza del voto amministrativo di oggi, un disastro annunciato che potrebbe - con una bassa affluenza alle urne - trasformarsi addirittura in tragedia politica per il Labour. Il ministro si è difeso attaccando. O, meglio, annunciando il reperimento e l’espulsione di 70 dei delinquenti ingiustamente rilasciati e proponendo misure più rigide riguardo i criminali stranieri che comportino l’immediata espulsione per chiunque si sia macchiato di un crimine che preveda la reclusione. Richiesta immediatamente ribadita da Tony Blair nel corso del question time seguito all’intervento di Charles Clarke, durante il quale il primo ministro è stato frontalmente attaccato da David Cameron, secondo cui «la gente sta pagando il prezzo dell’arrogante attaccamento al potere di un leader che ha completamente perso il controllo della situazione». Per Tony Blair, invece, Clarke sta cercando di risolvere una situazione grave dovuta ad «un sistema che non ha funzionato per anni e che ora invece funziona. Penso che sia giusto che continui a farlo poiché è completamente sbagliato affermare che questo problema sia stato creato o sia iniziato sotto questo ministro dell’Interno». Sprezzante la replica di David Cameron: «Chi ascolta questa risposta penserà seriamente che sia patetica». Uno scaricabarile? Non proprio, visto che comunque il Labour governa da nove anni e soprattutto che questa situazione non si presenta per la prima volta all’attenzione della politica. Il problema rappresentato dallo scandalo, anche in previsione del voto, è che questo fallimento - oltre ad andare a toccare un nervo scoperto della società britannica - si pone come la prova lampante della recidività del governo laburista in materia. Nel febbraio 2004, infatti, un’inchiesta del Sunday Times resa possibile dalle delazioni del funzionario dell’Home Office, Steve Moxon, portò alla luce un’incredibile serie di incompetenze, insabbiamenti ed abusi d’ufficio per quanto riguardava i flussi migratori e il rilascio di permessi di soggiorno, la cosiddetta managed migration. In quel caso lo scandalo costò immediatamente il posto al titolare del ministero, Beverly Hughes ma anche allo stesso Moxon che fu licenziato in tronco l’8 marzo 2004: il quale, però, si rifece con i diritti d’autore del suo libro, The great immigration scandal. A gioire per questa pressione sul governo sono chiaramente i partiti che maggiormente spingono sull’acceleratore della lotta all’immigrazione clandestina e della sicurezza, ovvero i conservatori e il British national party. Quest’ultimo, stando alle ultime rilevazioni, attende soltanto il dato dell’affluenza per poter cantare vittoria: più il turnout è basso, più il partito xenofobo di Nick Griffin può avvicinarsi al traguardo storico di aggiungere 70 consiglieri ai 26 su cui può già contare. La tensione razziale, in questi giorni, è alle stelle. Colpa dello scandalo che ha investito l’Home Office, ovviamente, ma anche del clima di esasperazione che si respira in molte aree industriali della cintura londinese e della Midlands. E’ dell’altro giorno la notizia del fermo di un 33enne bianco ritenuto responsabile di tre attentati incendiari in altrettanti negozi di alimentari gestiti da pachistani nell’East End londinese, uno dei quali è costato la vita a Khizar Hayat, bruciato vivo nel suo bazar di Kennington. Il voto di oggi, quindi, si pone più che mai come un referendum sull’azione di governo più che come una tornata prettamente amministrativa e locale: «Se gli elettori sceglieranno di soprassedere a questa spettacolare incompetenza, Blair potrà dirsi fortunato», sentenziava ieri impietoso il Times. Ancora ieri i sondaggi vedevano i Conservatori di David Cameron avanti 35 a 32. La mattina di domani potrebbe davvero essere degna della sua nomea per Tony Blair: 5 maggio.
02 maggio 2006
Il Manifesto di Euston
Ho firmato il "Manifesto di Euston" e consiglio vivamente i lettori di questo blog di fare altrettanto. Il Foglio ha pubblicato qualche giorno fa una traduzione in italiano e Christian Rocca l'ha copiata/incollata sul suo blog. Per praticità la ripubblico anche qui per intero. Su Wind Rose Hotel c'è il post dal quale ho appreso del Manifesto. Tra l'altro esprime un punto di vista che sostanzialmente coincide con il mio (ma non è la prima volta con WRH). Interessante anche la citazione di un articolo di Christopher Hitchens, che come sempre ha il potere di mettere in azione le cellule cerebrali del lettore.
Ecco il Manifesto:
Il Manifesto di Euston
Pubblicato da IL FOGLIO del 26 aprile 2006
A. Presentazione
Siamo democratici e progressisti e proponiamo un nuovo riallineamento politico. Molti di noi appartengono alla sinistra, ma i principi qui esposti non intendono escludere altre tradizioni politiche; vogliamo, piuttosto, andare oltre la sinistra socialista e accogliere liberali egalitaristi ed altri che si impegnano per la democrazia senza ambiguità ed incertezze.
Intendiamo infatti ridefinire il pensiero progressista distinguendo nettamente tra la sinistra rimasta fedele ai propri valori più autentici e quella che invece si è ultimamente mostrata troppo arrendevole nel difendere proprio quei valori. Si tratta dunque di fare causa comune con i democratici autentici, siano essi socialisti o no. Questa iniziativa è nata e ha destato l’interesse maggiore su Internet, soprattutto nella “blogosfera”.
Abbiamo tuttavia l’impressione che i media tradizionali, come gli altri luoghi della politica contemporanea, stiano sottostimando il potenziale di questa proposta. Le affermazioni di principio qui contenute rappresentano solo un inizio. Infatti con questi contenuti avviamo un sito Internet che sarà al servizio della corrente di opinione che speriamo di rappresentare e dei diversi blog o altri siti web che condividono questo invito a ridefinire la politica progressista.
B. Principi generali
1. Per la democrazia
Noi siamo assolutamente vincolati e impegnati a difendere le norme, le procedure e le istituzioni democratiche – libertà di opinione e riunione, libere elezioni, separazione tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario, e separazione tra stato e religione. Noi attribuiamo grande valore alle consuetudini e alle istituzioni, foriere di buon governo, di quei paesi nei quali si sono radicate le democrazie liberali e pluraliste.
2. Non giustifichiamo le tirannie
Rifiutiamo qualsiasi giustificazione o indulgenza per i regimi reazionari e per i movimenti nemici della democrazia – regimi che opprimono i propri cittadini e movimenti che aspirano a farlo. Ci distinguiamo nettamente da quegli elementi della sinistra disposti ad offrire attenuanti e comprensione a forze politiche di quella sorta.
3. Diritti umani per tutti
Siamo convinti che i diritti umani fondamentali contenuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo siano esattamente e giustamente universali. Le violazioni di tali diritti devono essere egualmente condannate, chiunque ne sia responsabile e indipendentemente dal contesto culturale nel quale sono commesse. Rifiutiamo i doppi standard dei quali si serve un’opinione autodefinita progressista, che condanna molto più duramente le violazioni (meno importanti, anche se vere) perpetrate dai governi occidentali che non quelle, palesemente molto più gravi, commesse altrove. Rifiutiamo inoltre il punto di vista (relativismo culturale) secondo il quale in determinate nazioni o popolazioni i diritti umani fondamentali non sono applicabili.
4. Eguaglianza
Siamo favorevoli alle politiche di tipo egalitarista. Auspichiamo cambiamenti nei rapporti tra i sessi (finché non sarà raggiunta una completa uguaglianza di genere), tra le diverse comunità etniche, tra quelle di diversa affiliazione religiosa e quelle di nessuna religione, e tra le persone di diverso orientamento sessuale – e auspichiamo in generale una più vasta eguaglianza sociale ed economica. Lasciamo aperto, poiché tra noi esistono in proposito punti di vista diversi, il problema di quali forme economiche tale eguaglianza debba assumere; in ogni caso, affermiamo gli interessi dei lavoratori e il loro diritto di organizzarsi per difendere tali interessi. I sindacati democratici sono organizzazioni essenziali per la difesa degli interessi dei lavoratori e costituiscono una forza fondamentale per la promozione dei diritti umani, della democrazia e dell’internazionalismo egalitario. I diritti del lavoro sono diritti umani. L’adozione in tutto il mondo delle Convenzioni della Organizzazione Mondiale del Lavoro – oggi ignorate da molti governi in ogni parte del mondo – è per noi una priorità. Siamo impegnati nella difesa dei diritti dei bambini e nella lotta alla schiavitù sessuale e a ogni forma di maltrattamento istituzionalizzato.
5. Sviluppo economico per la libertà
Siamo favorevoli allo sviluppo economico mondiale come fattore di libertà e lottiamo contro l’oppressione economica strutturale e il degrado ambientale. L’attuale espansione dei mercati globali e del libero scambio non deve servire i ristretti interessi di una piccola élite di manager nel mondo industrializzato e dei loro soci nei paesi in via di sviluppo. I benefici dello sviluppo su vasta scala attraverso l’espansione del commercio mondiale devono essere quanto più possibile diffusi, affinché soddisfino gli interessi sociali ed economici dei lavoratori, dei contadini e dei consumatori in ogni paese. Globalizzazione deve voler dire integrazione sociale e impegno verso la giustizia sociale in tutto il mondo. Per raggiungere questi obiettivi, siamo a favore di una riforma radicale dei principali organismi di governo economico mondiale (Organizzazione Mondiale del Commercio, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale) e sosteniamo il commercio equo, l’incremento degli aiuti internazionali, la cancellazione del debito e la campagna per la fine della povertà (Make Poverty History). Lo sviluppo può accrescere le aspettative di vita e la qualità della vita, alleviando i lavori pesanti e riducendo la giornata lavorativa; può portare libertà ai giovani, nuove opportunità di vita agli adulti e sicurezza agli anziani. Amplia gli orizzonti culturali e le possibilità di viaggiare e aiuta a rendere amici gli estranei. Lo sviluppo globale deve essere, inoltre, perseguito in modo compatibile con quanto è sostenibile dall’ambiente naturale.
6. No all’anti-americanismo
Rifiutiamo senza eccezioni l’anti-americanismo che oggi avvelena tanta parte del pensiero di sinistra (e settori di quello di destra). Non diciamo che gli Stati Uniti debbano essere considerati una società modello; siamo coscienti dei suoi problemi e dei suoi limiti, che sono in qualche misura comuni a gran parte dei paesi sviluppati. Gli Stati Uniti sono un grande paese e una grande nazione, sede di una democrazia forte, con tradizioni illustri e durature conquiste politiche e sociali. Le sue popolazioni hanno prodotto una cultura palpitante che è fonte di godimento, ispirazione ed emulazione per miliardi di persone. La politica estera degli Stati Uniti si è spesso contrapposta a movimenti e governi progressisti e ha appoggiato quelli reazionari e autoritari; tuttavia, questo non giustifica pregiudizi generalizzati contro quel paese o i suoi abitanti.
7. Per due popoli due stati in Palestina
Riconosciamo il diritto all’autodeterminazione sia degli israeliani sia dei palestinesi, nel contesto di una soluzione che preveda due diversi stati. Non potrà esservi soluzione ragionevole del conflitto israelo-palestinese che subordini o sopprima i legittimi diritti e interessi di una delle parti in causa.
8. Contro il razzismo
Per i liberali e per la sinistra, l’antirazzismo è una verità assiomatica. Ci opponiamo a qualsiasi forma di pregiudizio o comportamento razzista: il razzismo anti-immigranti dell’estrema destra, il razzismo tribale e interetnico, il razzismo contro le persone provenienti dagli stati islamici, o i loro discendenti, e in particolare il razzismo che può essere nascosto sotto le vesti della guerra al terrorismo. Tuttavia, l’ultimo riaffiorare di una forma di razzismo molto antica, l’antisemitismo, non è ancora sufficientemente riconosciuto dagli ambienti di sinistra. Alcuni arrivano a strumentalizzare le legittime rivendicazioni dei palestinesi sotto occupazione israeliana e nascondono i propri pregiudizi contro gli ebrei dietro la formula dell’antisionismo. Noi ci opponiamo, come è ovvio, anche a questa forma di razzismo.
9. Uniti contro il terrorismo
Noi avversiamo ogni forma di terrorismo. Prendere deliberatamente di mira popolazioni civili è un crimine, per il diritto internazionale e per tutti i codici di guerra, e non può essere giustificato dalla tesi secondo la quale ciò viene fatto per una causa giusta. Il terrorismo ispirato dall’ideologia islamista oggi è molto diffuso e minaccia i valori democratici, la vita e la libertà della gente in molti paesi. Questo non deve giustificare i pregiudizi contro gli islamici, che ne sono le vittime principali e tra i quali si trovano alcuni dei più coraggiosi oppositori del terrorismo. Ma il terrorismo è una minaccia da combattere, senza scusanti.
10. Per un nuovo internazionalismo
Siamo a favore di una politica internazionalista e di una riforma del diritto internazionale – nell’interesse della democratizzazione globale e dello sviluppo globale. L’intervento umanitario, quando si rende necessario, non vuol dire ignorare la sovranità ma significa porla, più correttamente, nella comunità dei popoli. Se minimamente uno stato protegge la vita quotidiana dei propri cittadini (senza torturare, uccidere o massacrare la popolazione, e soddisfacendone i bisogni essenziali per la sopravvivenza), allora la sua sovranità va rispettata. Ma quando uno stato viola atrocemente la vita quotidiana dei cittadini, ha rinunciato alla propria sovranità e la comunità internazionale ha il dovere di intervenire e prestare soccorso. Quando si arriva alla disumanità, vige il dovere di proteggerne le vittime.
11. Apertura critica alle idee
Traendo lezione dalla disastrosa vicenda degli apologeti di sinistra dei crimini dello stalinismo e del maoismo, come da quella più recente ma dello stesso tenore (alcune delle reazioni al crimine dell’11 settembre, la comprensione per il terrorismo suicida, le indegne alleanze, all’interno del movimento contro la guerra, con teocrati illiberali), noi rifiutiamo l’idea che non debba esserci opposizione “da sinistra”. Nello stesso modo, rifiutiamo di pensare che non possano esservi aperture verso idee e persone “a destra”. La sinistra che si allea a forze antidemocratiche, o che le giustifica, deve essere condannata chiaramente e severamente. D’altro canto, prestiamo attenzione alle voci e alle idee liberali o conservatrici che possono contribuire a rafforzare le norme e le pratiche democratiche e le battaglie per il progresso dell’umanità.
12. Per il rispetto della verità storica
Richiamandoci alle origini umanistiche del movimento progressista, sottolineiamo il dovere, per ogni vero democratico, di mostrare rispetto per la verità storica. Non solo fascisti, negatori dell’Olocausto e simili hanno provato a offuscare i fatti storici: una delle principali tragedie per la sinistra è che proprio su questo tema la propria reputazione è stata gravemente compromessa dal movimento comunista internazionale, e molti ancora non hanno imparato la lezione. Onestà intellettuale e politica, sincerità e chiarezza devono essere per noi un dovere.
13. Libertà di pensiero
Noi condividiamo il concetto liberale di libertà di pensiero. Oggi è più che mai necessario affermare che, salvo i casi di diffamazione, calunnia o istigazione alla violenza, tutti devono sentirsi liberi di criticare qualsiasi idea o concezione del mondo, compresa la religione (specifiche religioni o la religione in generale). Rispettare gli altri non significa non potere dare giudizi sulle loro convinzioni, se non le condividiamo.
14. Creatività open source
Nel contesto del libero scambio delle idee e per incoraggiare la creatività di gruppo, siamo favorevoli allo sviluppo aperto e accessibile di software e di altre opere di ingegno, e contrari al brevetto di geni, algoritmi e fatti naturali. Ci opponiamo all’estensione retroattiva delle leggi sulla proprietà intellettuale, che avvantaggiano finanziariamente le imprese che detengono i copyright. Il modello open source è collettivista e competitivo, collaborativo e meritocratico. Non è un ideale teorico ma una realtà sperimentata da decenni, che ha prodotto opere fruibili da tutti, valide e durature. Si può addirittura affermare che l’ideale di collegialità della comunità scientifica, che ha portato alla collaborazione open source, è stata per secoli alla base del progresso umano.
15. Un’eredità storica preziosa
Rifiutiamo la paura della modernità, la paura della libertà, l’irrazionalità, la sottomissione delle donne; e riaffermiamo le idee che hanno ispirato le parole d’ordine delle rivoluzioni democratiche del Settecento: libertà, eguaglianza e solidarietà; diritti umani; la ricerca della felicità. Queste idee illuminanti sono diventate parte della nostra eredità comune grazie alle trasformazioni socialdemocratiche, egalitarie, femministe e anticoloniali dell’Ottocento e Novecento – attraverso la ricerca della giustizia sociale, le prestazioni dello stato sociale, la fratellanza e sorellanza tra tutti gli uomini e le donne. Nessuno deve essere escluso, nessuno deve essere dimenticato. Noi ci schieriamo a favore di questi valori, ma non siamo fanatici. Noi abbracciamo anche i valori della analisi critica, del dialogo aperto, del dubbio creativo, della cautela di giudizio; siamo inoltre coscienti delle difficoltà e degli ostacoli oggettivi. Siamo perciò contrari a qualunque pretesa di verità totale, indiscussa o indiscutibile.
C. Alcune precisazioni
Difendiamo le democrazie liberali e pluraliste contro tutti coloro che ne sminuiscono le differenze rispetto ai regimi totalitari e tirannici. Ma tali democrazie hanno limiti e punti deboli. Le battaglie per lo sviluppo di istituzioni e procedure più democratiche, per dare forza a tutti coloro che non hanno potere o possibilità di far sentire la propria voce o sono privi di risorse politiche, sono componenti essenziali del programma della sinistra. I fondamenti sociali ed economici sui quali sono nate le democrazie liberali, sono segnati da profonde disuguaglianze di ricchezza e di reddito e da persistenti ingiustificati privilegi. Le disuguaglianze nel mondo gridano scandalo alla coscienza morale dell’umanità. Milioni di persone vivono in condizioni di terribile povertà e migliaia ogni giorno – soprattutto bambini – muoiono per malattie che potrebbero essere evitate. Le disuguaglianze tra individui e tra paesi determinano arbitrariamente le condizioni di vita delle persone.
Questa situazione è un atto d’accusa permanente alla comunità internazionale. La sinistra, coerentemente con le proprie tradizioni, lotta per la giustizia e per una vita dignitosa per tutti. Coerentemente con queste tradizioni, dobbiamo anche combattere contro le potenti forze della tirannia totalitaria che stanno nuovamente avanzando. Queste due battaglie devono essere combattute simultaneamente. L’una non può essere sacrificata a beneficio dell’altra.
Sconfessiamo quel modo di pensare secondo il quale i fatti dell’11 settembre 2001 sono un risultato meritato o comunque prevedibile, nel contesto della legittima opposizione alla politica estera americana. In realtà, quel giorno è stato perpetrato un assassinio di massa, mosso da ripugnanti convinzioni fondamentaliste e assolutamente non riscattabile in alcun modo. Nessuna formula ambigua può offuscare questa verità.
I promotori di questa dichiarazione hanno punti di vista diversi sull’intervento militare in Iraq, alcuni favorevoli e altri contrari. Riconosciamo le profonde ma comprensibili diversità di opinioni sulla opportunità di quell’intervento, sul modo in cui è stato realizzato, sulla gestione (o mancanza di gestione) delle sue conseguenze e sulle prospettive di un’effettiva trasformazione democratica in Iraq; siamo tuttavia uniti nel giudicare il regime baathista come reazionario, fascista e assassino, e dichiariamo che la sua caduta è stata una liberazione per il popolo iracheno. Siamo uniti anche nel considerare che, dal giorno in cui essa è avvenuta, l’impegno prioritario della sinistra avrebbe dovuto essere la lotta per istituire in Iraq un sistema politico democratico, per ricostruire le infrastrutture del paese e per dare vita in Iraq, dopo decenni di brutale oppressione, a un tipo di vita normale per i cittadini dei paesi democratici – invece di insistere in sterili discussioni sull’opportunità o meno dell’intervento militare.
Per questo motivo ci contrapponiamo non solo a quelli che a sinistra hanno attivamente dato sostegno alle bande di teppisti jihadisti e baathisti della cosiddetta resistenza irachena, ma anche a coloro che si proclamavano equidistanti tra queste forze e quelle che tentavano di portare il paese ad una nuova vita democratica. Non abbiamo nulla a che fare, inoltre, con chi sostiene solo a parole questo tentativo di democratizzazione, impegnando invece gran parte delle proprie energie nella critica agli avversari politici (considerati responsabili di tutti i problemi dell’Iraq) e tacendo invece sugli ignobili comportamenti delle truppe “ribelli” irachene. I molti che, da sinistra, si opponevano al cambiamento di regime in Iraq ed erano incapaci di comprendere i motivi di chi era invece favorevole, sciorinando anatemi e scomuniche e più recentemente pretendendo scuse e ravvedimenti, hanno in questo modo rinnegato tutti i valori democratici che affermano di voler difendere.
Gli atti di vandalismo contro le sinagoghe e i cimiteri ebraici e gli attacchi fisici agli ebrei sono in aumento in Europa. “L’antisionismo” è cresciuto al punto che organizzazioni considerate di sinistra sono disposte a dar voce ad esponenti apertamente antisemiti o ad allearsi a gruppi antisemiti. Ci sono individui, anche tra i ceti colti e benestanti, che non si vergognano a dire che la guerra in Iraq è stata combattuta in nome e per conto di interessi ebraici, o ad alludere più sottilmente alla nefasta influenza degli ebrei nella politica internazionale o interna – opinioni che per più di 50 anni dopo l’Olocausto nessuno avrebbe osato sostenere senza screditarsi di fronte al mondo. Noi contrastiamo tutti i vaneggiamenti di questo tipo.
La violazione dei minimi diritti umani ad Abu Ghraib, a Guantanamo o in altri casi simili deve essere assolutamente condannata per ciò che è: un allontanamento dai principi universali che sono stati storicamente acquisiti e assicurati nei paesi democratici, in particolare negli Stati Uniti d’America. Ma noi rifiutiamo i doppi standard utilizzati da molte persone di sinistra che considerano gravissime le violazioni dei diritti umani compiuti dai paesi democratici, mentre non si odono condannare altre vicende ben più gravi. Questa tendenza è arrivata al punto che alcuni portavoce di Amnesty International, organizzazione molto rispettata nel mondo grazie al decennale lavoro svolto, hanno paragonato Guantanamo ai Gulag sovietici o sostenuto che le misure adottate dagli Stati Uniti e da altri paesi liberal-democratici nella guerra al terrorismo costituiscono il più grave attacco ai diritti umani mai visto negli ultimi 50 anni; quel che è peggio, esponenti della sinistra hanno plaudito quei discorsi.
D. Conclusioni
E’ di vitale importanza per il futuro della politica progressista che oggi le persone di opinione liberale, egalitarista e internazionalista si pronuncino con chiarezza. Dobbiamo prendere posizione contro chi ritiene che l’intero programma progressista e democratico debba essere subordinato a un semplicistico e totalizzante “antiimperialismo” oppure alla lotta contro l’attuale governo americano. Invece, i contenuti e gli obiettivi veri di questo programma – i valori della democrazia e dei diritti umani, la guerra ai privilegi immotivati ed ai poteri arbitrari, la solidarietà con chi combatte la tirannia e l’oppressione – sono ciò che contraddistingue e sempre contraddistinguerà una sinistra alla quale valga la pena di appartenere.
The Euston Group
(traduzione di Mario Ristoratore, Ph.D.
ex Fulbright Scholar, Brandeis University)
Ecco il Manifesto:
Il Manifesto di Euston
Pubblicato da IL FOGLIO del 26 aprile 2006
A. Presentazione
Siamo democratici e progressisti e proponiamo un nuovo riallineamento politico. Molti di noi appartengono alla sinistra, ma i principi qui esposti non intendono escludere altre tradizioni politiche; vogliamo, piuttosto, andare oltre la sinistra socialista e accogliere liberali egalitaristi ed altri che si impegnano per la democrazia senza ambiguità ed incertezze.
Intendiamo infatti ridefinire il pensiero progressista distinguendo nettamente tra la sinistra rimasta fedele ai propri valori più autentici e quella che invece si è ultimamente mostrata troppo arrendevole nel difendere proprio quei valori. Si tratta dunque di fare causa comune con i democratici autentici, siano essi socialisti o no. Questa iniziativa è nata e ha destato l’interesse maggiore su Internet, soprattutto nella “blogosfera”.
Abbiamo tuttavia l’impressione che i media tradizionali, come gli altri luoghi della politica contemporanea, stiano sottostimando il potenziale di questa proposta. Le affermazioni di principio qui contenute rappresentano solo un inizio. Infatti con questi contenuti avviamo un sito Internet che sarà al servizio della corrente di opinione che speriamo di rappresentare e dei diversi blog o altri siti web che condividono questo invito a ridefinire la politica progressista.
B. Principi generali
1. Per la democrazia
Noi siamo assolutamente vincolati e impegnati a difendere le norme, le procedure e le istituzioni democratiche – libertà di opinione e riunione, libere elezioni, separazione tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario, e separazione tra stato e religione. Noi attribuiamo grande valore alle consuetudini e alle istituzioni, foriere di buon governo, di quei paesi nei quali si sono radicate le democrazie liberali e pluraliste.
2. Non giustifichiamo le tirannie
Rifiutiamo qualsiasi giustificazione o indulgenza per i regimi reazionari e per i movimenti nemici della democrazia – regimi che opprimono i propri cittadini e movimenti che aspirano a farlo. Ci distinguiamo nettamente da quegli elementi della sinistra disposti ad offrire attenuanti e comprensione a forze politiche di quella sorta.
3. Diritti umani per tutti
Siamo convinti che i diritti umani fondamentali contenuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo siano esattamente e giustamente universali. Le violazioni di tali diritti devono essere egualmente condannate, chiunque ne sia responsabile e indipendentemente dal contesto culturale nel quale sono commesse. Rifiutiamo i doppi standard dei quali si serve un’opinione autodefinita progressista, che condanna molto più duramente le violazioni (meno importanti, anche se vere) perpetrate dai governi occidentali che non quelle, palesemente molto più gravi, commesse altrove. Rifiutiamo inoltre il punto di vista (relativismo culturale) secondo il quale in determinate nazioni o popolazioni i diritti umani fondamentali non sono applicabili.
4. Eguaglianza
Siamo favorevoli alle politiche di tipo egalitarista. Auspichiamo cambiamenti nei rapporti tra i sessi (finché non sarà raggiunta una completa uguaglianza di genere), tra le diverse comunità etniche, tra quelle di diversa affiliazione religiosa e quelle di nessuna religione, e tra le persone di diverso orientamento sessuale – e auspichiamo in generale una più vasta eguaglianza sociale ed economica. Lasciamo aperto, poiché tra noi esistono in proposito punti di vista diversi, il problema di quali forme economiche tale eguaglianza debba assumere; in ogni caso, affermiamo gli interessi dei lavoratori e il loro diritto di organizzarsi per difendere tali interessi. I sindacati democratici sono organizzazioni essenziali per la difesa degli interessi dei lavoratori e costituiscono una forza fondamentale per la promozione dei diritti umani, della democrazia e dell’internazionalismo egalitario. I diritti del lavoro sono diritti umani. L’adozione in tutto il mondo delle Convenzioni della Organizzazione Mondiale del Lavoro – oggi ignorate da molti governi in ogni parte del mondo – è per noi una priorità. Siamo impegnati nella difesa dei diritti dei bambini e nella lotta alla schiavitù sessuale e a ogni forma di maltrattamento istituzionalizzato.
5. Sviluppo economico per la libertà
Siamo favorevoli allo sviluppo economico mondiale come fattore di libertà e lottiamo contro l’oppressione economica strutturale e il degrado ambientale. L’attuale espansione dei mercati globali e del libero scambio non deve servire i ristretti interessi di una piccola élite di manager nel mondo industrializzato e dei loro soci nei paesi in via di sviluppo. I benefici dello sviluppo su vasta scala attraverso l’espansione del commercio mondiale devono essere quanto più possibile diffusi, affinché soddisfino gli interessi sociali ed economici dei lavoratori, dei contadini e dei consumatori in ogni paese. Globalizzazione deve voler dire integrazione sociale e impegno verso la giustizia sociale in tutto il mondo. Per raggiungere questi obiettivi, siamo a favore di una riforma radicale dei principali organismi di governo economico mondiale (Organizzazione Mondiale del Commercio, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale) e sosteniamo il commercio equo, l’incremento degli aiuti internazionali, la cancellazione del debito e la campagna per la fine della povertà (Make Poverty History). Lo sviluppo può accrescere le aspettative di vita e la qualità della vita, alleviando i lavori pesanti e riducendo la giornata lavorativa; può portare libertà ai giovani, nuove opportunità di vita agli adulti e sicurezza agli anziani. Amplia gli orizzonti culturali e le possibilità di viaggiare e aiuta a rendere amici gli estranei. Lo sviluppo globale deve essere, inoltre, perseguito in modo compatibile con quanto è sostenibile dall’ambiente naturale.
6. No all’anti-americanismo
Rifiutiamo senza eccezioni l’anti-americanismo che oggi avvelena tanta parte del pensiero di sinistra (e settori di quello di destra). Non diciamo che gli Stati Uniti debbano essere considerati una società modello; siamo coscienti dei suoi problemi e dei suoi limiti, che sono in qualche misura comuni a gran parte dei paesi sviluppati. Gli Stati Uniti sono un grande paese e una grande nazione, sede di una democrazia forte, con tradizioni illustri e durature conquiste politiche e sociali. Le sue popolazioni hanno prodotto una cultura palpitante che è fonte di godimento, ispirazione ed emulazione per miliardi di persone. La politica estera degli Stati Uniti si è spesso contrapposta a movimenti e governi progressisti e ha appoggiato quelli reazionari e autoritari; tuttavia, questo non giustifica pregiudizi generalizzati contro quel paese o i suoi abitanti.
7. Per due popoli due stati in Palestina
Riconosciamo il diritto all’autodeterminazione sia degli israeliani sia dei palestinesi, nel contesto di una soluzione che preveda due diversi stati. Non potrà esservi soluzione ragionevole del conflitto israelo-palestinese che subordini o sopprima i legittimi diritti e interessi di una delle parti in causa.
8. Contro il razzismo
Per i liberali e per la sinistra, l’antirazzismo è una verità assiomatica. Ci opponiamo a qualsiasi forma di pregiudizio o comportamento razzista: il razzismo anti-immigranti dell’estrema destra, il razzismo tribale e interetnico, il razzismo contro le persone provenienti dagli stati islamici, o i loro discendenti, e in particolare il razzismo che può essere nascosto sotto le vesti della guerra al terrorismo. Tuttavia, l’ultimo riaffiorare di una forma di razzismo molto antica, l’antisemitismo, non è ancora sufficientemente riconosciuto dagli ambienti di sinistra. Alcuni arrivano a strumentalizzare le legittime rivendicazioni dei palestinesi sotto occupazione israeliana e nascondono i propri pregiudizi contro gli ebrei dietro la formula dell’antisionismo. Noi ci opponiamo, come è ovvio, anche a questa forma di razzismo.
9. Uniti contro il terrorismo
Noi avversiamo ogni forma di terrorismo. Prendere deliberatamente di mira popolazioni civili è un crimine, per il diritto internazionale e per tutti i codici di guerra, e non può essere giustificato dalla tesi secondo la quale ciò viene fatto per una causa giusta. Il terrorismo ispirato dall’ideologia islamista oggi è molto diffuso e minaccia i valori democratici, la vita e la libertà della gente in molti paesi. Questo non deve giustificare i pregiudizi contro gli islamici, che ne sono le vittime principali e tra i quali si trovano alcuni dei più coraggiosi oppositori del terrorismo. Ma il terrorismo è una minaccia da combattere, senza scusanti.
10. Per un nuovo internazionalismo
Siamo a favore di una politica internazionalista e di una riforma del diritto internazionale – nell’interesse della democratizzazione globale e dello sviluppo globale. L’intervento umanitario, quando si rende necessario, non vuol dire ignorare la sovranità ma significa porla, più correttamente, nella comunità dei popoli. Se minimamente uno stato protegge la vita quotidiana dei propri cittadini (senza torturare, uccidere o massacrare la popolazione, e soddisfacendone i bisogni essenziali per la sopravvivenza), allora la sua sovranità va rispettata. Ma quando uno stato viola atrocemente la vita quotidiana dei cittadini, ha rinunciato alla propria sovranità e la comunità internazionale ha il dovere di intervenire e prestare soccorso. Quando si arriva alla disumanità, vige il dovere di proteggerne le vittime.
11. Apertura critica alle idee
Traendo lezione dalla disastrosa vicenda degli apologeti di sinistra dei crimini dello stalinismo e del maoismo, come da quella più recente ma dello stesso tenore (alcune delle reazioni al crimine dell’11 settembre, la comprensione per il terrorismo suicida, le indegne alleanze, all’interno del movimento contro la guerra, con teocrati illiberali), noi rifiutiamo l’idea che non debba esserci opposizione “da sinistra”. Nello stesso modo, rifiutiamo di pensare che non possano esservi aperture verso idee e persone “a destra”. La sinistra che si allea a forze antidemocratiche, o che le giustifica, deve essere condannata chiaramente e severamente. D’altro canto, prestiamo attenzione alle voci e alle idee liberali o conservatrici che possono contribuire a rafforzare le norme e le pratiche democratiche e le battaglie per il progresso dell’umanità.
12. Per il rispetto della verità storica
Richiamandoci alle origini umanistiche del movimento progressista, sottolineiamo il dovere, per ogni vero democratico, di mostrare rispetto per la verità storica. Non solo fascisti, negatori dell’Olocausto e simili hanno provato a offuscare i fatti storici: una delle principali tragedie per la sinistra è che proprio su questo tema la propria reputazione è stata gravemente compromessa dal movimento comunista internazionale, e molti ancora non hanno imparato la lezione. Onestà intellettuale e politica, sincerità e chiarezza devono essere per noi un dovere.
13. Libertà di pensiero
Noi condividiamo il concetto liberale di libertà di pensiero. Oggi è più che mai necessario affermare che, salvo i casi di diffamazione, calunnia o istigazione alla violenza, tutti devono sentirsi liberi di criticare qualsiasi idea o concezione del mondo, compresa la religione (specifiche religioni o la religione in generale). Rispettare gli altri non significa non potere dare giudizi sulle loro convinzioni, se non le condividiamo.
14. Creatività open source
Nel contesto del libero scambio delle idee e per incoraggiare la creatività di gruppo, siamo favorevoli allo sviluppo aperto e accessibile di software e di altre opere di ingegno, e contrari al brevetto di geni, algoritmi e fatti naturali. Ci opponiamo all’estensione retroattiva delle leggi sulla proprietà intellettuale, che avvantaggiano finanziariamente le imprese che detengono i copyright. Il modello open source è collettivista e competitivo, collaborativo e meritocratico. Non è un ideale teorico ma una realtà sperimentata da decenni, che ha prodotto opere fruibili da tutti, valide e durature. Si può addirittura affermare che l’ideale di collegialità della comunità scientifica, che ha portato alla collaborazione open source, è stata per secoli alla base del progresso umano.
15. Un’eredità storica preziosa
Rifiutiamo la paura della modernità, la paura della libertà, l’irrazionalità, la sottomissione delle donne; e riaffermiamo le idee che hanno ispirato le parole d’ordine delle rivoluzioni democratiche del Settecento: libertà, eguaglianza e solidarietà; diritti umani; la ricerca della felicità. Queste idee illuminanti sono diventate parte della nostra eredità comune grazie alle trasformazioni socialdemocratiche, egalitarie, femministe e anticoloniali dell’Ottocento e Novecento – attraverso la ricerca della giustizia sociale, le prestazioni dello stato sociale, la fratellanza e sorellanza tra tutti gli uomini e le donne. Nessuno deve essere escluso, nessuno deve essere dimenticato. Noi ci schieriamo a favore di questi valori, ma non siamo fanatici. Noi abbracciamo anche i valori della analisi critica, del dialogo aperto, del dubbio creativo, della cautela di giudizio; siamo inoltre coscienti delle difficoltà e degli ostacoli oggettivi. Siamo perciò contrari a qualunque pretesa di verità totale, indiscussa o indiscutibile.
C. Alcune precisazioni
Difendiamo le democrazie liberali e pluraliste contro tutti coloro che ne sminuiscono le differenze rispetto ai regimi totalitari e tirannici. Ma tali democrazie hanno limiti e punti deboli. Le battaglie per lo sviluppo di istituzioni e procedure più democratiche, per dare forza a tutti coloro che non hanno potere o possibilità di far sentire la propria voce o sono privi di risorse politiche, sono componenti essenziali del programma della sinistra. I fondamenti sociali ed economici sui quali sono nate le democrazie liberali, sono segnati da profonde disuguaglianze di ricchezza e di reddito e da persistenti ingiustificati privilegi. Le disuguaglianze nel mondo gridano scandalo alla coscienza morale dell’umanità. Milioni di persone vivono in condizioni di terribile povertà e migliaia ogni giorno – soprattutto bambini – muoiono per malattie che potrebbero essere evitate. Le disuguaglianze tra individui e tra paesi determinano arbitrariamente le condizioni di vita delle persone.
Questa situazione è un atto d’accusa permanente alla comunità internazionale. La sinistra, coerentemente con le proprie tradizioni, lotta per la giustizia e per una vita dignitosa per tutti. Coerentemente con queste tradizioni, dobbiamo anche combattere contro le potenti forze della tirannia totalitaria che stanno nuovamente avanzando. Queste due battaglie devono essere combattute simultaneamente. L’una non può essere sacrificata a beneficio dell’altra.
Sconfessiamo quel modo di pensare secondo il quale i fatti dell’11 settembre 2001 sono un risultato meritato o comunque prevedibile, nel contesto della legittima opposizione alla politica estera americana. In realtà, quel giorno è stato perpetrato un assassinio di massa, mosso da ripugnanti convinzioni fondamentaliste e assolutamente non riscattabile in alcun modo. Nessuna formula ambigua può offuscare questa verità.
I promotori di questa dichiarazione hanno punti di vista diversi sull’intervento militare in Iraq, alcuni favorevoli e altri contrari. Riconosciamo le profonde ma comprensibili diversità di opinioni sulla opportunità di quell’intervento, sul modo in cui è stato realizzato, sulla gestione (o mancanza di gestione) delle sue conseguenze e sulle prospettive di un’effettiva trasformazione democratica in Iraq; siamo tuttavia uniti nel giudicare il regime baathista come reazionario, fascista e assassino, e dichiariamo che la sua caduta è stata una liberazione per il popolo iracheno. Siamo uniti anche nel considerare che, dal giorno in cui essa è avvenuta, l’impegno prioritario della sinistra avrebbe dovuto essere la lotta per istituire in Iraq un sistema politico democratico, per ricostruire le infrastrutture del paese e per dare vita in Iraq, dopo decenni di brutale oppressione, a un tipo di vita normale per i cittadini dei paesi democratici – invece di insistere in sterili discussioni sull’opportunità o meno dell’intervento militare.
Per questo motivo ci contrapponiamo non solo a quelli che a sinistra hanno attivamente dato sostegno alle bande di teppisti jihadisti e baathisti della cosiddetta resistenza irachena, ma anche a coloro che si proclamavano equidistanti tra queste forze e quelle che tentavano di portare il paese ad una nuova vita democratica. Non abbiamo nulla a che fare, inoltre, con chi sostiene solo a parole questo tentativo di democratizzazione, impegnando invece gran parte delle proprie energie nella critica agli avversari politici (considerati responsabili di tutti i problemi dell’Iraq) e tacendo invece sugli ignobili comportamenti delle truppe “ribelli” irachene. I molti che, da sinistra, si opponevano al cambiamento di regime in Iraq ed erano incapaci di comprendere i motivi di chi era invece favorevole, sciorinando anatemi e scomuniche e più recentemente pretendendo scuse e ravvedimenti, hanno in questo modo rinnegato tutti i valori democratici che affermano di voler difendere.
Gli atti di vandalismo contro le sinagoghe e i cimiteri ebraici e gli attacchi fisici agli ebrei sono in aumento in Europa. “L’antisionismo” è cresciuto al punto che organizzazioni considerate di sinistra sono disposte a dar voce ad esponenti apertamente antisemiti o ad allearsi a gruppi antisemiti. Ci sono individui, anche tra i ceti colti e benestanti, che non si vergognano a dire che la guerra in Iraq è stata combattuta in nome e per conto di interessi ebraici, o ad alludere più sottilmente alla nefasta influenza degli ebrei nella politica internazionale o interna – opinioni che per più di 50 anni dopo l’Olocausto nessuno avrebbe osato sostenere senza screditarsi di fronte al mondo. Noi contrastiamo tutti i vaneggiamenti di questo tipo.
La violazione dei minimi diritti umani ad Abu Ghraib, a Guantanamo o in altri casi simili deve essere assolutamente condannata per ciò che è: un allontanamento dai principi universali che sono stati storicamente acquisiti e assicurati nei paesi democratici, in particolare negli Stati Uniti d’America. Ma noi rifiutiamo i doppi standard utilizzati da molte persone di sinistra che considerano gravissime le violazioni dei diritti umani compiuti dai paesi democratici, mentre non si odono condannare altre vicende ben più gravi. Questa tendenza è arrivata al punto che alcuni portavoce di Amnesty International, organizzazione molto rispettata nel mondo grazie al decennale lavoro svolto, hanno paragonato Guantanamo ai Gulag sovietici o sostenuto che le misure adottate dagli Stati Uniti e da altri paesi liberal-democratici nella guerra al terrorismo costituiscono il più grave attacco ai diritti umani mai visto negli ultimi 50 anni; quel che è peggio, esponenti della sinistra hanno plaudito quei discorsi.
D. Conclusioni
E’ di vitale importanza per il futuro della politica progressista che oggi le persone di opinione liberale, egalitarista e internazionalista si pronuncino con chiarezza. Dobbiamo prendere posizione contro chi ritiene che l’intero programma progressista e democratico debba essere subordinato a un semplicistico e totalizzante “antiimperialismo” oppure alla lotta contro l’attuale governo americano. Invece, i contenuti e gli obiettivi veri di questo programma – i valori della democrazia e dei diritti umani, la guerra ai privilegi immotivati ed ai poteri arbitrari, la solidarietà con chi combatte la tirannia e l’oppressione – sono ciò che contraddistingue e sempre contraddistinguerà una sinistra alla quale valga la pena di appartenere.
The Euston Group
(traduzione di Mario Ristoratore, Ph.D.
ex Fulbright Scholar, Brandeis University)
15 aprile 2006
Tra l'altro, auguri!
Se quel che dice Calderoli ha un fondamento giuridico è inutile fare tante storie: la parola passi ai giudici e ai giuristi, e facciamola finita.
Comunque Buona Pasqua a tutti.
Comunque Buona Pasqua a tutti.
09 aprile 2006
06 aprile 2006
Campagna deludente
Su La Stampa di oggi. Una cosa semplice che dice tutto quel che avrei potuto dire io sulla campagna elettorale. L’ha scritta Lietta Tornabuoni:
Soldi, soldi, soldi. In questa campagna elettorale non s'è parlato d'altro, come se il Paese fosse un mercato sterminato, un luogo di baratto dove cedere il voto per una manciata di noccioline (tu mi dai il voto e io ti levo l'Ici, tu mi eleggi e io dò 200 euro mensili per tre anni ai tuoi bambini, percentuali, tagli e cunei fiscali, coperture mancanti eccetera). Bugie a parte, è naturale: i soldi sono l'elemento centrale, nell'Italia squattrinata. Ci si ritrova peggio che nei versi dell'«Internazionale», il canto storico dei lavoratori: «Noi non siamo più nell'officina / sotto terra, nei campi, in mar / la plebe sempre all'opra china / senza ideali in cui sperar». Gli ideali neppure sono stati nominati, il che dà un certo senso di angustia, di aridità.
Per quello che riguarda i blog, non ne ho potuto visitare molti ultimamente, tranne quei quattro o cinque che leggo tutte le volte che mi collego a Internet. Il solito Windrose, ad esempio, ha trovato il modo di dire finalmente quel che pensa di Prodi (pardon, si limita a parlare di una sua “suggestione”). Ed io non posso che sottoscrivere. Certo che suggestioni così non si riscontrano tutti i giorni. Un post, come al solito, superlativo, praticamente perfetto.
Soldi, soldi, soldi. In questa campagna elettorale non s'è parlato d'altro, come se il Paese fosse un mercato sterminato, un luogo di baratto dove cedere il voto per una manciata di noccioline (tu mi dai il voto e io ti levo l'Ici, tu mi eleggi e io dò 200 euro mensili per tre anni ai tuoi bambini, percentuali, tagli e cunei fiscali, coperture mancanti eccetera). Bugie a parte, è naturale: i soldi sono l'elemento centrale, nell'Italia squattrinata. Ci si ritrova peggio che nei versi dell'«Internazionale», il canto storico dei lavoratori: «Noi non siamo più nell'officina / sotto terra, nei campi, in mar / la plebe sempre all'opra china / senza ideali in cui sperar». Gli ideali neppure sono stati nominati, il che dà un certo senso di angustia, di aridità.
Per quello che riguarda i blog, non ne ho potuto visitare molti ultimamente, tranne quei quattro o cinque che leggo tutte le volte che mi collego a Internet. Il solito Windrose, ad esempio, ha trovato il modo di dire finalmente quel che pensa di Prodi (pardon, si limita a parlare di una sua “suggestione”). Ed io non posso che sottoscrivere. Certo che suggestioni così non si riscontrano tutti i giorni. Un post, come al solito, superlativo, praticamente perfetto.
15 marzo 2006
Oliver Kamm sulla guerra (e code polemiche)
Un intervento su The Guardian di Oliver Kamm che vale la pena di leggere: "We were right to invade Iraq". Il medesimo Oliver Kamm riproduce sul suo blog l'articolo e la lettera ipercritica e insultante di un lettore molto arrabbiato con lui, presentandola con humour britannico. Nella missiva si dice che Il Guardian, dopo aver pubblicato l'articolo, ha perso un lettore ("Thanks to you the Guardian has just lost a reader of more than 18-years continued support. "). Non mi sembra che il quotidiano inglese abbia perso molto.
03 marzo 2006
Bye Bye Mr Diliberto
Sul famigerato caso Diliberto (sulle oscenità che ha avuto il coraggio di dire), di cui si discute oramai dappetutto: giornali, radio, tv, blog, al bar, sul lavoro e persino per strada, vorrei dire la mia molto sinteticamente. Innanzitutto, quel tipo è riuscito a far parlare di sé tutta l'Italia, e questo deve sembrargli un risultato strepitoso (e forse lo è, in termini elettorali, ovviamente). Oltretutto ha detto solo quel che pensa, da sempre, e non soltanto lui: c'è una buon terzo dell'Unione che la pensa allo stesso modo. Quindi non lo si può accusare di nulla, a meno che non si voglia imporre agli altri come e cosa pensare o non pensare.
Quindi lui è a posto.
Il problema, insomma, non è lui: siamo noi, noi che non la pensiamo come lui, anzi che la pensiamo in maniera opposta. Noi che, semplicemente, come ha scritto Il Riformista, non possiamo stare insieme a lui in nessun posto, tanto meno nell'Unione. Ora, a Diliberto questa situazione in cui lui dice quel che pensa e nessuno gli dice niente, può far comodo, fa effettivamente comodo, dal momento che non può andare alle elezioini da solo. Ma al resto dell'Unione conviene?
Io, comunque, la penso allo stesso modo di WRH: quelli non li voto manco se m'ammazzano, e se mi fanno girare le scatole finisce che voto per quegli altri: sì, per il centrodestra, per dare una bella lezione a quelli come Prodi, D'Alema, Fassino e Rutelli, che fanno finta di niente. Io no. Non faccio finta di nulla. Che Diliberto se ne vada all'inferno, e insieme a lui tutti coloro che usurpano il nome della sinistra facendoci credere che Stalin, Che Guevara o Fidel Castro sono la nostra guida. Sarà magari la loro. Non la mia. Io sto con Tony Blair.
Quindi lui è a posto.
Il problema, insomma, non è lui: siamo noi, noi che non la pensiamo come lui, anzi che la pensiamo in maniera opposta. Noi che, semplicemente, come ha scritto Il Riformista, non possiamo stare insieme a lui in nessun posto, tanto meno nell'Unione. Ora, a Diliberto questa situazione in cui lui dice quel che pensa e nessuno gli dice niente, può far comodo, fa effettivamente comodo, dal momento che non può andare alle elezioini da solo. Ma al resto dell'Unione conviene?
Io, comunque, la penso allo stesso modo di WRH: quelli non li voto manco se m'ammazzano, e se mi fanno girare le scatole finisce che voto per quegli altri: sì, per il centrodestra, per dare una bella lezione a quelli come Prodi, D'Alema, Fassino e Rutelli, che fanno finta di niente. Io no. Non faccio finta di nulla. Che Diliberto se ne vada all'inferno, e insieme a lui tutti coloro che usurpano il nome della sinistra facendoci credere che Stalin, Che Guevara o Fidel Castro sono la nostra guida. Sarà magari la loro. Non la mia. Io sto con Tony Blair.
Alla ricerca dell'arca perduta
Ennio Caretto si occupa sul Corriere della Sera di oggi di una questione molto singolare:
Esistevano davvero i nemici tedeschi di Indiana Jones: Himmler li spedì a convalidare le fantasie del Führer
I predatori nazisti dell’arca perduta
WASHINGTON - Nel film I predatori dell’arca perduta , ambientato negli anni Trenta, due agenti segreti americani informano Indiana Jones che Hitler «ha l’ossessione dell’occulto e sta mandando archeologi in giro per il mondo a caccia di antichità religiose». Finzione cinematografica? No, realtà, come spiega The Master Pl an , uno straordinario libro di Heather Pringle, la storica canadese autrice del bestseller del 2001 The Mummy Congre ss (tradotto in italiano nel 2002 con il titolo I segreti della mummie , Piemme, pagine 383, 18,90). Senza nominarla, precisa la Pringle, il film si riferisce all’organizzazione Ahnenerbe («Eredità ancestrale»), fondata nel 1935 da Heinrich Himmler, capo delle SS e alter ego del Führer, col compito di dimostrare che «la civiltà umana è esclusivamente un prodotto ariano», come Hitler aveva scritto in Mein Kampf . L’Ahnenerbe fu il braccio accademico delle SS, narra la storica, ispirato alla dottrina della superiorità razziale, un prestigioso serbatoio di cervelli che nel 1939, all’apice dell’attività, raccolse 137 studiosi e 82 tecnici. Ma che segnalò anche al nazismo gli «impuri», ossia agli ebrei, fornendogli «la giustificazione scientifica» dell’Olocausto. I predatori dell’arca perduta non è l’unico film che si rifaccia all’Ahnenerbe. Nelle avventure di James Bond, il quartier generale del mortale nemico dell’agente 007, Ernst Stavros Blofeld, è il castello di Mittersill, dove l’Ahnenerbe situò il Museo degli scheletri di 86 ebrei - uomini, donne e bambini - su cui aveva prima condotto atroci esperimenti. E nel film Sette anni in Tibet , l’attore Brad Pitt riveste i panni di un emissario d’Ahnenerbe, lo scalatore Heinrich Harrer, deceduto il 7 gennaio scorso, intrappolato nel Paese asiatico dalla seconda guerra mondiale. Ma sono cenni fugaci, che non gettano luce sull’organizzazione. The Master Plan , pubblicato negli Stati Uniti dall’editore Hyperion, ne svela invece il ruolo cruciale in quella che doveva essere la costruzione dell’impero ariano, il più fulgido della storia, e nell’eliminazione dei semiti. Himmler, osserva la Pringle, era certo che la razza suprema avesse dominato il mondo prima delle glaciazioni e ogni continente ne conservasse le prove irrefutabili. L’Ahnenerbe doveva scoprirle e consegnarle al Führer. A spingere la storica a interessarsi dell’istituto, su cui ha rintracciato migliaia di documenti, fu il lavoro per The Mummy Congre ss, un libro sui millenari resti umani nelle cave nordiche. Himmler aveva una teoria in merito: si trattava di individui uccisi o sacrificati per omosessualità dagli antenati germanici (i nazisti rinchiusero poi quasi 15 mila gay, segnalati da triangoli rosa, nei campi di sterminio). La Pringle fece una ricerca sulla passione del padre delle SS per la preistoria e arrivò alla Ahnenerbe. Ne rimase, ammette, affascinata e sconvolta. Alla sua fondazione nel 1935, riferisce, Himmler vi prepose come direttore operativo Wolfram Sievers, membro delle SS, e come presidente Hermann Wirth, archeologo che aveva scoperto «artefatti ariani» nei Paesi scandinavi, a cui subentrò due anni dopo il collega Walther Wust. Il merito di Wirth: aveva elaborato una dottrina ad hoc : l’antica Atlantide era stata il primo impero tedesco, andava dall’Islanda alle Azzorre e le isole Canarie e di Capoverde ne erano le ultime vestigia. Secondo Hitler, la razza ariana era rifiorita secoli più tardi in Grecia e in Italia, «il terreno più favorevole». L’Ahnenerbe si prefisse di dimostrarlo. Nel 1937, inviò in Val Camonica l’archeologo Franz Altheim e la sua amante, la fotografa Erika Trautmann, la protetta di un altro gerarca nazista, Hermann Göring. I due tornarono con tracce di una presenza teutonica simili a quelle reperite da Wirth in Scandinavia, «a conferma» che l’antica Roma era un derivato degli ariani. Da quel momento, le spedizioni di Ahnenerbe si moltiplicarono e i suoi studiosi, con funzioni anche di spionaggio, si spinsero in Medio Oriente, in Asia centrale, persino in America Latina. La coppia Altheim-Trautmann esplorò la Dalmazia, la Romania, la Siria e l’Iraq, dove accertò che «i beduini considerano Hitler e Mussolini come divinità». Il Führer si persuase che l’impero tedesco - non romano - si fosse esteso a Oriente fino all’Asia centrale e a Occidente fino alla Bolivia. E concepì il progetto di ripristinarlo con una massiccia emigrazione. Per la Crimea, che voleva depurare dagli ebrei, rileva la Pringle, Hitler scelse gli alto-atesini, «i goti sopravvissuti alle glaciazioni», che nel 1939, sulla scia di un accordo con Mussolini, avevano optato in maggioranza di lasciare l’Italia per la Germania. «Non ci sono difficoltà fisiche né psicologiche - proclamò -. Devono solo scendere lungo la grande arteria tedesca del Danubio». Il trapianto avrebbe dato il via alla totale colonizzazione dell’Est europeo, con gli insediamenti germanici collegati da una rete di autostrade. Ma l’avverso andamento del conflitto impedì al Führer di realizzare il suo Master Plan . La stessa sorte subì la colonizzazione della Bolivia, affidata nel 1939 dall’Ahnenerbe a un suo dirigente, Edmund Kiss. Stando a Kiss, Tiwanaku, l’antica capitale delle Ande, era stata costruita da esploratori nordici, da cui avrebbe acquisito il Dio sole e il calendario. Un retroscena che contribuisce a spiegare perché nel dopoguerra molti nazisti cercarono rifugio in America Latina. Nella mappa di Himmler, riprodotta in un’illustrazione del libro, in Asia l’impero doveva arrivare all’India, le cui sacre scritture - il Rig Veda, la più antica raccolta di inni agli dei in sanscrito - erano state attribuite dall’archeologo Walther Wust ai popoli teutonici. In tale quadro fu organizzata la spedizione in Tibet verso la città proibita di Lhasa, al comando di Ernst Schaefer e Bruno Berger, in cui vennero fotografati duemila individui e ne vennero misurati 376. Naturalmente l’esito della spedizione fu ovvio: anche gli ascendenti dei tibetani risultarono tedeschi, incluso un bambino appena individuato come il quattordicesimo Dalai Lama, quello attuale. Pochi anni dopo, nel 1943, su ordine di Wolfram Sievers, il direttore operativo dell’Ahnenerbe, Berger, partecipò a una delle peggiori efferatezze naziste: i test medici - e le torture - su 86 ebrei a Natzweiler, la loro uccisione nella camera a gas, la macerazione dei loro cadaveri e la preservazione dei loro scheletri nel Museo del castello di Mittersill. Heather Pringle mette in rilievo l’attività antisemita dell’Ahnenerbe: segnalare alle SS i gruppi «non ariani», una condanna a morte. E si chiede perché solo Sievers venne giustiziato in seguito ai processi di Norimberga, perché Berger ebbe tre anni di carcere con la condizionale, perché Schaefer e altri furono lasciati liberi, ripresero la loro carriera e spesso godettero dei tesori d’arte trafugati nelle loro esplorazioni. Con alcune eccezioni, la storica descrive i 137 studiosi e gli 82 tecnici come una congrega di razzisti, collaborazionisti, esaltati, accademici che fecero un patto con il diavolo. Il libro contiene anche una intervista dell’autrice realizzata nel 2002 con Berger, allora ancora in vita, novantunenne, in uno studio traboccante di antichità tibetane. L’ex nazista continuava a credere, commenta Heather Pringle, all’inferiorità degli ebrei, «una razza con caratteristiche mongoloidi», contestava la sentenza a suo carico, si professava vittima della politica. Soltanto quando gli chiese del Museo degli scheletri, Berger si mise sulla difensiva: «Fui intrappolato, ignoravo che sorte attendesse gli ebrei da me esaminati».
Il libro della storica canadese Heather Pringle «The Master Plan» (pagine 384, $ 24,95) è uscito negli Stati Uniti il 15 febbraio presso l’editore Hyperion di New York Il volume è uscito contemporaneamente in Canada da Penguin Canada e in Gran Bretagna da Fourth Estate L’autrice, nata nel 1952 a Edmonton, è una delle saggiste di maggior successo del Nord America su argomenti archeologici.
I predatori nazisti dell’arca perduta
WASHINGTON - Nel film I predatori dell’arca perduta , ambientato negli anni Trenta, due agenti segreti americani informano Indiana Jones che Hitler «ha l’ossessione dell’occulto e sta mandando archeologi in giro per il mondo a caccia di antichità religiose». Finzione cinematografica? No, realtà, come spiega The Master Pl an , uno straordinario libro di Heather Pringle, la storica canadese autrice del bestseller del 2001 The Mummy Congre ss (tradotto in italiano nel 2002 con il titolo I segreti della mummie , Piemme, pagine 383, 18,90). Senza nominarla, precisa la Pringle, il film si riferisce all’organizzazione Ahnenerbe («Eredità ancestrale»), fondata nel 1935 da Heinrich Himmler, capo delle SS e alter ego del Führer, col compito di dimostrare che «la civiltà umana è esclusivamente un prodotto ariano», come Hitler aveva scritto in Mein Kampf . L’Ahnenerbe fu il braccio accademico delle SS, narra la storica, ispirato alla dottrina della superiorità razziale, un prestigioso serbatoio di cervelli che nel 1939, all’apice dell’attività, raccolse 137 studiosi e 82 tecnici. Ma che segnalò anche al nazismo gli «impuri», ossia agli ebrei, fornendogli «la giustificazione scientifica» dell’Olocausto. I predatori dell’arca perduta non è l’unico film che si rifaccia all’Ahnenerbe. Nelle avventure di James Bond, il quartier generale del mortale nemico dell’agente 007, Ernst Stavros Blofeld, è il castello di Mittersill, dove l’Ahnenerbe situò il Museo degli scheletri di 86 ebrei - uomini, donne e bambini - su cui aveva prima condotto atroci esperimenti. E nel film Sette anni in Tibet , l’attore Brad Pitt riveste i panni di un emissario d’Ahnenerbe, lo scalatore Heinrich Harrer, deceduto il 7 gennaio scorso, intrappolato nel Paese asiatico dalla seconda guerra mondiale. Ma sono cenni fugaci, che non gettano luce sull’organizzazione. The Master Plan , pubblicato negli Stati Uniti dall’editore Hyperion, ne svela invece il ruolo cruciale in quella che doveva essere la costruzione dell’impero ariano, il più fulgido della storia, e nell’eliminazione dei semiti. Himmler, osserva la Pringle, era certo che la razza suprema avesse dominato il mondo prima delle glaciazioni e ogni continente ne conservasse le prove irrefutabili. L’Ahnenerbe doveva scoprirle e consegnarle al Führer. A spingere la storica a interessarsi dell’istituto, su cui ha rintracciato migliaia di documenti, fu il lavoro per The Mummy Congre ss, un libro sui millenari resti umani nelle cave nordiche. Himmler aveva una teoria in merito: si trattava di individui uccisi o sacrificati per omosessualità dagli antenati germanici (i nazisti rinchiusero poi quasi 15 mila gay, segnalati da triangoli rosa, nei campi di sterminio). La Pringle fece una ricerca sulla passione del padre delle SS per la preistoria e arrivò alla Ahnenerbe. Ne rimase, ammette, affascinata e sconvolta. Alla sua fondazione nel 1935, riferisce, Himmler vi prepose come direttore operativo Wolfram Sievers, membro delle SS, e come presidente Hermann Wirth, archeologo che aveva scoperto «artefatti ariani» nei Paesi scandinavi, a cui subentrò due anni dopo il collega Walther Wust. Il merito di Wirth: aveva elaborato una dottrina ad hoc : l’antica Atlantide era stata il primo impero tedesco, andava dall’Islanda alle Azzorre e le isole Canarie e di Capoverde ne erano le ultime vestigia. Secondo Hitler, la razza ariana era rifiorita secoli più tardi in Grecia e in Italia, «il terreno più favorevole». L’Ahnenerbe si prefisse di dimostrarlo. Nel 1937, inviò in Val Camonica l’archeologo Franz Altheim e la sua amante, la fotografa Erika Trautmann, la protetta di un altro gerarca nazista, Hermann Göring. I due tornarono con tracce di una presenza teutonica simili a quelle reperite da Wirth in Scandinavia, «a conferma» che l’antica Roma era un derivato degli ariani. Da quel momento, le spedizioni di Ahnenerbe si moltiplicarono e i suoi studiosi, con funzioni anche di spionaggio, si spinsero in Medio Oriente, in Asia centrale, persino in America Latina. La coppia Altheim-Trautmann esplorò la Dalmazia, la Romania, la Siria e l’Iraq, dove accertò che «i beduini considerano Hitler e Mussolini come divinità». Il Führer si persuase che l’impero tedesco - non romano - si fosse esteso a Oriente fino all’Asia centrale e a Occidente fino alla Bolivia. E concepì il progetto di ripristinarlo con una massiccia emigrazione. Per la Crimea, che voleva depurare dagli ebrei, rileva la Pringle, Hitler scelse gli alto-atesini, «i goti sopravvissuti alle glaciazioni», che nel 1939, sulla scia di un accordo con Mussolini, avevano optato in maggioranza di lasciare l’Italia per la Germania. «Non ci sono difficoltà fisiche né psicologiche - proclamò -. Devono solo scendere lungo la grande arteria tedesca del Danubio». Il trapianto avrebbe dato il via alla totale colonizzazione dell’Est europeo, con gli insediamenti germanici collegati da una rete di autostrade. Ma l’avverso andamento del conflitto impedì al Führer di realizzare il suo Master Plan . La stessa sorte subì la colonizzazione della Bolivia, affidata nel 1939 dall’Ahnenerbe a un suo dirigente, Edmund Kiss. Stando a Kiss, Tiwanaku, l’antica capitale delle Ande, era stata costruita da esploratori nordici, da cui avrebbe acquisito il Dio sole e il calendario. Un retroscena che contribuisce a spiegare perché nel dopoguerra molti nazisti cercarono rifugio in America Latina. Nella mappa di Himmler, riprodotta in un’illustrazione del libro, in Asia l’impero doveva arrivare all’India, le cui sacre scritture - il Rig Veda, la più antica raccolta di inni agli dei in sanscrito - erano state attribuite dall’archeologo Walther Wust ai popoli teutonici. In tale quadro fu organizzata la spedizione in Tibet verso la città proibita di Lhasa, al comando di Ernst Schaefer e Bruno Berger, in cui vennero fotografati duemila individui e ne vennero misurati 376. Naturalmente l’esito della spedizione fu ovvio: anche gli ascendenti dei tibetani risultarono tedeschi, incluso un bambino appena individuato come il quattordicesimo Dalai Lama, quello attuale. Pochi anni dopo, nel 1943, su ordine di Wolfram Sievers, il direttore operativo dell’Ahnenerbe, Berger, partecipò a una delle peggiori efferatezze naziste: i test medici - e le torture - su 86 ebrei a Natzweiler, la loro uccisione nella camera a gas, la macerazione dei loro cadaveri e la preservazione dei loro scheletri nel Museo del castello di Mittersill. Heather Pringle mette in rilievo l’attività antisemita dell’Ahnenerbe: segnalare alle SS i gruppi «non ariani», una condanna a morte. E si chiede perché solo Sievers venne giustiziato in seguito ai processi di Norimberga, perché Berger ebbe tre anni di carcere con la condizionale, perché Schaefer e altri furono lasciati liberi, ripresero la loro carriera e spesso godettero dei tesori d’arte trafugati nelle loro esplorazioni. Con alcune eccezioni, la storica descrive i 137 studiosi e gli 82 tecnici come una congrega di razzisti, collaborazionisti, esaltati, accademici che fecero un patto con il diavolo. Il libro contiene anche una intervista dell’autrice realizzata nel 2002 con Berger, allora ancora in vita, novantunenne, in uno studio traboccante di antichità tibetane. L’ex nazista continuava a credere, commenta Heather Pringle, all’inferiorità degli ebrei, «una razza con caratteristiche mongoloidi», contestava la sentenza a suo carico, si professava vittima della politica. Soltanto quando gli chiese del Museo degli scheletri, Berger si mise sulla difensiva: «Fui intrappolato, ignoravo che sorte attendesse gli ebrei da me esaminati».
Il libro della storica canadese Heather Pringle «The Master Plan» (pagine 384, $ 24,95) è uscito negli Stati Uniti il 15 febbraio presso l’editore Hyperion di New York Il volume è uscito contemporaneamente in Canada da Penguin Canada e in Gran Bretagna da Fourth Estate L’autrice, nata nel 1952 a Edmonton, è una delle saggiste di maggior successo del Nord America su argomenti archeologici.
19 febbraio 2006
Calderoli e Rushdie
Che differenza c'è fra l’affaire Calderoli e il caso Rushdie? Se lo chiede Antonio Socci su Libero stamattina. “La domanda potrà stupire”, riconosce Socci, “riflettiamoci con la mente libera”. Per carità, riflettiamoci pure con calma e sangue freddo. L’articolo l’ho letto tutto, ma io, dopo aver letto, sono rimasto dell’idea che qualche differenza c’è: Rushdie, ad esempio, non era un ministro in carica di un governo qualsivoglia. La differenza che Wind Rose Hotel vede tra un ministro e un vignettista, un attore comico, un militante politico qualsiasi. Ora si potrebbe aggiungere: e uno scrittore di romanzi. Comunque, ecco qua il pezzo dell’articolo che Libero ha riprodotto sul suo sito web. Ce n’è abbastanza per non trovare alcuna pezza d’appoggio per la tesi dell’autore. Ma giudicate voi.
Penso, come tanti, che le trovate e i modi del ministro Calderoli siano simpatici come una rettoscopia. Insomma il tipo non mi piace per niente. Ma ciò detto mi chiedo: che differenza c'è fra la sua vicenda e il "caso Rushdie"? La domanda potrà stupire, ma riflettiamoci con la mente libera. Calderoli ha dichiarato di aver fatto fare una maglietta (ripeto: una banale maglietta), che nessuno ha ancora visto (ripeto: mai visto), dunque praticamente inesistente, dove ha fatto stampare alcune delle innocue vignette del giornale danese. È venuto giù il mondo: sia quello islamico, in Libia (con morti e feriti fatti dal regime), sia quello nostrano (intellettuali e politici in testa). Il ministro, che ha già una fatwa pendente sulla sua testa, è stato "indicato" come "maiale" in un sito che si ritiene vicino ad Al Qaeda e tutti i giornali italiani, tutti i politici e gli intellettuali l'hanno moralmente e politicamente "linciato". Salman Rushdie ha avuto il trattamento opposto. Lo scrittore anglo-indiano pubblicò nel 1989 un romanzo, "Versetti satanici" che è stato letto da un mare di persone (ripeto: letto da migliaia di persone). Il libro era obiettivamente molto ruvido verso Maometto e l'Islam, infatti suscitò le ire degli ayatollah iraniani. L'autore ne ricavò una fatwa, anni di nascondimento, tanti diritti d'autore e la notorietà mondiale. Ebbene, tutta l'intellighentsia del mondo, compresa quella progressista italiana, che non ha mai speso una parola per i due milioni di cristiani massacrati in Sudan dagli islamici, è insorta al suo fianco e da anni lo porta in trionfo come eroe e "martire" del libero pensiero. Per vedere cosa dicono di lui, da anni, basta scorrere le cronache. Il 23 maggio scorso - per esempio - Rushdie ha partecipato al IV festival mondiale delle letterature e l'assessore capitolino alla Cultura Gianni Borgna, intellettuale serio e accorto, l'ha così definito: «Rushdie è divenuto un simbolo vivente di coraggio, indipendenza di pensiero e lotta contro l'intolleranza e il fanatismo.
Penso, come tanti, che le trovate e i modi del ministro Calderoli siano simpatici come una rettoscopia. Insomma il tipo non mi piace per niente. Ma ciò detto mi chiedo: che differenza c'è fra la sua vicenda e il "caso Rushdie"? La domanda potrà stupire, ma riflettiamoci con la mente libera. Calderoli ha dichiarato di aver fatto fare una maglietta (ripeto: una banale maglietta), che nessuno ha ancora visto (ripeto: mai visto), dunque praticamente inesistente, dove ha fatto stampare alcune delle innocue vignette del giornale danese. È venuto giù il mondo: sia quello islamico, in Libia (con morti e feriti fatti dal regime), sia quello nostrano (intellettuali e politici in testa). Il ministro, che ha già una fatwa pendente sulla sua testa, è stato "indicato" come "maiale" in un sito che si ritiene vicino ad Al Qaeda e tutti i giornali italiani, tutti i politici e gli intellettuali l'hanno moralmente e politicamente "linciato". Salman Rushdie ha avuto il trattamento opposto. Lo scrittore anglo-indiano pubblicò nel 1989 un romanzo, "Versetti satanici" che è stato letto da un mare di persone (ripeto: letto da migliaia di persone). Il libro era obiettivamente molto ruvido verso Maometto e l'Islam, infatti suscitò le ire degli ayatollah iraniani. L'autore ne ricavò una fatwa, anni di nascondimento, tanti diritti d'autore e la notorietà mondiale. Ebbene, tutta l'intellighentsia del mondo, compresa quella progressista italiana, che non ha mai speso una parola per i due milioni di cristiani massacrati in Sudan dagli islamici, è insorta al suo fianco e da anni lo porta in trionfo come eroe e "martire" del libero pensiero. Per vedere cosa dicono di lui, da anni, basta scorrere le cronache. Il 23 maggio scorso - per esempio - Rushdie ha partecipato al IV festival mondiale delle letterature e l'assessore capitolino alla Cultura Gianni Borgna, intellettuale serio e accorto, l'ha così definito: «Rushdie è divenuto un simbolo vivente di coraggio, indipendenza di pensiero e lotta contro l'intolleranza e il fanatismo.
10 febbraio 2006
Tutta colpa di Bertinotti?
Sergio Romano, sul Corriere della Sera, spiega molto bene perché la sinistra “riformista” non può chiedere a Bertinotti di essere meno “ambivalente” sulla questione dei no global:
Non è ragionevole (…) che la sinistra riformista gli chieda di mettere ordine fra le sue truppe. Bertinotti potrebbe replicare ricordando le molte circostanze in cui i leader dei Ds, a livello nazionale o locale, hanno chiuso gli occhi di fronte alle intemperanze dei centri sociali e corteggiato i piccoli tribuni antagonisti che sono emersi dalle manifestazioni degli scorsi anni. Quante occupazioni abusive, quante interruzioni di servizi pubblici, quanti scioperi senza preavviso, quanti cortei e girotondi sono stati, se non esplicitamente giustificati, perdonati e attribuiti agli errori del governo? Se i riformisti vogliono fare a meno di Bertinotti, devono cercare di conquistare quella costola della sinistra che è da sempre la malattia infantile del progressismo italiano affrontandola con franchezza e cercando di persuaderla della bontà dei loro programmi. Se non vogliono assumersi questa responsabilità devono accettare l'ambivalenza di Bertinotti. Ma non è né logico né politicamente ragionevole chiedergli di fare ciò di cui essi non sono capaci.
Quello che scrive Wind Rose Hotel circa l'assottigliamernto delle incertezze elettorali di qualche elettore potenziale dell'Unione, per altro, mi sembra molto condivisibile.
Non è ragionevole (…) che la sinistra riformista gli chieda di mettere ordine fra le sue truppe. Bertinotti potrebbe replicare ricordando le molte circostanze in cui i leader dei Ds, a livello nazionale o locale, hanno chiuso gli occhi di fronte alle intemperanze dei centri sociali e corteggiato i piccoli tribuni antagonisti che sono emersi dalle manifestazioni degli scorsi anni. Quante occupazioni abusive, quante interruzioni di servizi pubblici, quanti scioperi senza preavviso, quanti cortei e girotondi sono stati, se non esplicitamente giustificati, perdonati e attribuiti agli errori del governo? Se i riformisti vogliono fare a meno di Bertinotti, devono cercare di conquistare quella costola della sinistra che è da sempre la malattia infantile del progressismo italiano affrontandola con franchezza e cercando di persuaderla della bontà dei loro programmi. Se non vogliono assumersi questa responsabilità devono accettare l'ambivalenza di Bertinotti. Ma non è né logico né politicamente ragionevole chiedergli di fare ciò di cui essi non sono capaci.
Quello che scrive Wind Rose Hotel circa l'assottigliamernto delle incertezze elettorali di qualche elettore potenziale dell'Unione, per altro, mi sembra molto condivisibile.
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