L’eco delle vicende italiche, ultimamente, mi è arrivata sporadicamente, a causa di un contesto piuttosto problematico dal punto di vista dei collegamenti (facevo la spola tra Cile e Argentina, e soprattutto tra posti dimenticati da Dio e dagli uomini). Quando potevo avere accesso all’ Internet, spesso fortunosamente, mi collegavo con il Corriere e, nella blogosfera, con il blog di Rob, che però stavolta è stato un po’ latitante per quel che riguarda l’Italia, essendosi buttato a capo fitto sull’inglese (e la cosa mi fa piacere per lui ma a me toglie una fonte di illuminazione non da poco, come lui sa bene, anche se probabilmente non gliene può importare di meno …).
Comunque, a parte la vittoria del Cavaliere, alla quale non ho potuto contribuire anche se ne avrei avuto l’intenzione, mi sono interessato poco. In questi giorni ho seguito il caso Travaglio, e la cosa non mi ha minimamente entusiasmato. Però ci ha pensato Filippo Facci (anche qui e qui) e quindi la mia disistima ha trovato uno sfogo più che degno.
Oggi leggo sul Corriere che il Travaglio ha fatto outing per dire che ha votato Di Pietro. Poi che Beppe Grillo gli ha aperto le porte del suo blog. Il quadro è così completo. Poi dice che uno sta troppo volentieri lontano dall’Italia. Per fortuna questa gente fa perdere le elezioni a chi è bene che le perda, e tanto mi basta e avanza.
Un blog mi costringe ad annotare qualche pensiero, che altrimenti andrebbe disperso. Il nick "Walt" vale Walt Whitman, vale a dire l'autore della raccolta di poesie alla quale il nome del blog si richiama.
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17 maggio 2008
11 febbraio 2008
Colloqui americani
Durante la mia ultima prolungata permanenza all’estero ho avuto modo di parlare con parecchi americani “in carriera”, gente lanciatissima, relativamente giovane, dinamica. Naturalmente l’argomento erano le primarie. La cosa che più mi ha colpito è stata la scarsissima considerazione per la quasi totalità dei candidati. Direi che il clima politico non sembra molto diverso da quello italiano. L’unica eccezione è Obama, che tra i democrats furoreggia come un nuovo Kennedy. Un fenomeno interessante, come può esserlo quello di questi americani “wasp” che stravedono per un candidato di colore. Un segno, direi, di quanto le cose sono cambiate negli States in questi ultimi anni: qualcosa di impensabile fino a poco tempo fa l’accettazione piena, senza riserve, della possibilità di vedere un nero alla Casa Bianca. Ne sono rimasto affascinato.
Un’altra cosa che mi aveva colpito era la diffidenza per Rudy Giuliani. Quindi la sua clamorosa caduta, devo dire, non mi ha meravigliato più di tanto. Sia tra i filo-democratici che tra i filo-repubblicani era opinione abbastanza diffusa, per esempio, che Giuliani, in realtà, non volesse affatto correre veramente per la presidenza. Non ho capito bene da cosa traessero questa convinzione, ma l’idea era che il “Sindaco d’America” sapeva benissimo che i repubblicani “doc” non lo avrebbero sostenuto. In effetti le cose sono andate così, e forse qualcosa di vero, in quelle dietrologie, c’era.
Sarà poi un caso, ma non ho trovato nessuno che tifasse o almeno dimostrasse stima per Hillary. “E’ forte soltanto negli apparati del partito”, mi dicevano, ma alla gente non piace neanche un po’, e “non vale nemmeno la metà di suo marito” e cose del genere. Povera Hillary. E difatti gli ultimissimi risultati parlano di una disfatta.
McCain, tutto sommato, non dispiace. Nessuno stravede, ma non suscita neppure particolari ostilità. Tanto che, volendo azzardare una previsione, mi sa che è lui il grande favorito.
Un’ultima considerazione: se i risultati finora confermano le impressioni che avevo riportato dai miei colloqui quotidiani (qualche volta, d’accordo, davanti a un bicchiere di bourbon …), le mie letture, sia americane (i maggiori newspapers) che italiane (idem), non ci hanno azzeccato neanche un po’. Questo vorrà pur dire qualcosa. O no?
Un’altra cosa che mi aveva colpito era la diffidenza per Rudy Giuliani. Quindi la sua clamorosa caduta, devo dire, non mi ha meravigliato più di tanto. Sia tra i filo-democratici che tra i filo-repubblicani era opinione abbastanza diffusa, per esempio, che Giuliani, in realtà, non volesse affatto correre veramente per la presidenza. Non ho capito bene da cosa traessero questa convinzione, ma l’idea era che il “Sindaco d’America” sapeva benissimo che i repubblicani “doc” non lo avrebbero sostenuto. In effetti le cose sono andate così, e forse qualcosa di vero, in quelle dietrologie, c’era.
Sarà poi un caso, ma non ho trovato nessuno che tifasse o almeno dimostrasse stima per Hillary. “E’ forte soltanto negli apparati del partito”, mi dicevano, ma alla gente non piace neanche un po’, e “non vale nemmeno la metà di suo marito” e cose del genere. Povera Hillary. E difatti gli ultimissimi risultati parlano di una disfatta.
McCain, tutto sommato, non dispiace. Nessuno stravede, ma non suscita neppure particolari ostilità. Tanto che, volendo azzardare una previsione, mi sa che è lui il grande favorito.
Un’ultima considerazione: se i risultati finora confermano le impressioni che avevo riportato dai miei colloqui quotidiani (qualche volta, d’accordo, davanti a un bicchiere di bourbon …), le mie letture, sia americane (i maggiori newspapers) che italiane (idem), non ci hanno azzeccato neanche un po’. Questo vorrà pur dire qualcosa. O no?
07 ottobre 2007
Politica italiana (vista da lontano)
Essendo uno che la maggior parte del tempo viaggia all’estero per lavoro, forse la mia idea della politica italiana è un po’ distorta, non so, ma a me sembra un misto di commedia dell’arte, cabaret e teatro dell’assurdo. E quando leggo certe dichiarazioni ho un attimo di trasalimento. Oggi, ad esempio, ho raccolto due perle del ministro dell'Economia Padoa-Schioppa (intervista alla trasmissione tv "In mezz'ora" su Rai 3, ripresa dal Messaggero).
Prima perla. «Le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili quali istruzione, sicurezza, ambiente e salute».
Ora, che le tasse siano un modo civile, ecc., ecc. non c’è dubbio. Ma che siano anche una cosa bellissima, francamente, mi sembra il discorso che potrebbe fare uno che, con rispetto parlando, ha subito un incidente riportando un forte trauma cranico ...
Seconda perla. «Ci può essere insoddisfazione sulla qualità dei servizi che si ricevono in cambio ma non un'opposizione di principio sul fatto che le tasse esistono e che si debbano pagare».
Bene, esiste qualcuno, da qualche parte, che si oppone per principio al fatto che le tasse esistono e che si debbano pagare. Non lo sapevo, ma ne prendo atto. Quel che mi lascia perplesso è che un ministro dell’Economia abbia il tempo e, come dire, l’estro di ricordargli che no, non si può mica ragionare così, che è sbagliato. No, qualcosa non mi quadra. Forse sono stato troppo in giro. Tra due giorni, comunque, parto per l’Australia, e ci starò un paio di mesi.
Prima perla. «Le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili quali istruzione, sicurezza, ambiente e salute».
Ora, che le tasse siano un modo civile, ecc., ecc. non c’è dubbio. Ma che siano anche una cosa bellissima, francamente, mi sembra il discorso che potrebbe fare uno che, con rispetto parlando, ha subito un incidente riportando un forte trauma cranico ...
Seconda perla. «Ci può essere insoddisfazione sulla qualità dei servizi che si ricevono in cambio ma non un'opposizione di principio sul fatto che le tasse esistono e che si debbano pagare».
Bene, esiste qualcuno, da qualche parte, che si oppone per principio al fatto che le tasse esistono e che si debbano pagare. Non lo sapevo, ma ne prendo atto. Quel che mi lascia perplesso è che un ministro dell’Economia abbia il tempo e, come dire, l’estro di ricordargli che no, non si può mica ragionare così, che è sbagliato. No, qualcosa non mi quadra. Forse sono stato troppo in giro. Tra due giorni, comunque, parto per l’Australia, e ci starò un paio di mesi.
13 giugno 2007
Italiani all'estero
Mi sono preso una lunga pausa, dovuta a un sovraccarico di lavoro (che per me vuol dire viaggi, viaggi e ancora viaggi …), e non so se riuscirò a tenere il passo anche nell’immediato futuro. Ma ci provo.
Una cosa volevo dire, innanzitutto, e questa, appunto, con una certa cognizione di causa: la percezione dell’Italia all’estero mi sembra aver raggiunto livelli di schizofrenia impressionanti. Nel nord Europa, ma anche negli Stati Uniti, in Canada e in Australia, non sanno se hanno a che fare con dei terrestri o con dei marziani. Gli scandali finanziari e le disavventure imbarazzanti del governo Prodi, da una parte, e dall’altra i trionfi calcistici, l’eccellenza dei nostri vini e dei cibi, la moda, la resurrezione della Fiat, l’inaffondabilità malgrado tutto della nostra economia, ecc., sono contraddizioni che fuori dall’Italia non riescono a spiegarsi.
I più entusiasti di tutti sono i giapponesi: hanno capito che è inutile cercare di capire e ci prendono come siamo, a scatola chiusa. L’Italia laggiù è sempre di moda. I più scettici mio sono sembrati i canadesi anglofobi: sanno poco, ma quel poco non li fa impazzire. Agli americani, invece, mi sembra che non glieni possa importare di meno: pazzi per il Brunello e il Chianti, per Prada e Gucci, ma per il resto buio completo. Siamo una specie di Disneyland, un po’ mafiosi, ma in fondo non cattivi, e la nostra politica fa schifo (ma salvano Di Pietro e Berlusconi, che sono molto conosciuti). Punto e basta.
Oggi come oggi andare in giro col passaporto italiano è diventato sinonimo di stravaganza. Il che, per fare affari, ha ovviamente vantaggi e svantaggi. Al momento prevalgono i primi.
Noi continuiamo a scommettere sullo stellone, gli altri ci guardano increduli e ammirati, scettici e strabiliati. Essere italiani all’estero è un’esperienza unica.
Dimenticavo: l’amico Rob, su WRH, ha sintetizzato egregiamente quel che penso anch’io sulla questione che sta appassionando l’Italia.
Una cosa volevo dire, innanzitutto, e questa, appunto, con una certa cognizione di causa: la percezione dell’Italia all’estero mi sembra aver raggiunto livelli di schizofrenia impressionanti. Nel nord Europa, ma anche negli Stati Uniti, in Canada e in Australia, non sanno se hanno a che fare con dei terrestri o con dei marziani. Gli scandali finanziari e le disavventure imbarazzanti del governo Prodi, da una parte, e dall’altra i trionfi calcistici, l’eccellenza dei nostri vini e dei cibi, la moda, la resurrezione della Fiat, l’inaffondabilità malgrado tutto della nostra economia, ecc., sono contraddizioni che fuori dall’Italia non riescono a spiegarsi.
I più entusiasti di tutti sono i giapponesi: hanno capito che è inutile cercare di capire e ci prendono come siamo, a scatola chiusa. L’Italia laggiù è sempre di moda. I più scettici mio sono sembrati i canadesi anglofobi: sanno poco, ma quel poco non li fa impazzire. Agli americani, invece, mi sembra che non glieni possa importare di meno: pazzi per il Brunello e il Chianti, per Prada e Gucci, ma per il resto buio completo. Siamo una specie di Disneyland, un po’ mafiosi, ma in fondo non cattivi, e la nostra politica fa schifo (ma salvano Di Pietro e Berlusconi, che sono molto conosciuti). Punto e basta.
Oggi come oggi andare in giro col passaporto italiano è diventato sinonimo di stravaganza. Il che, per fare affari, ha ovviamente vantaggi e svantaggi. Al momento prevalgono i primi.
Noi continuiamo a scommettere sullo stellone, gli altri ci guardano increduli e ammirati, scettici e strabiliati. Essere italiani all’estero è un’esperienza unica.
Dimenticavo: l’amico Rob, su WRH, ha sintetizzato egregiamente quel che penso anch’io sulla questione che sta appassionando l’Italia.
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