24 dicembre 2005

Walt Whitman: 150 dopo Leaves of Grass

A 150 anni dalla pubblicazione di Leaves of Grass, il Corriere di oggi dedica uno schizzo biografico e una breve nota introduttiva al maggiore poeta americano di ogni tempo. Non ho potuto vedere la versione cartacea ma solo quella on-line, che non reca alcuna indicazione circa l'autore (o gli autori) di questi due pezzi. Chiunque li abbia scritti, però, ha dato un contributo alla conoscenza di Walt Whitman. Riproduco il tutto qui sotto. Buona lettura. E soprattutto ...

Buon Natale!

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Dal Corriere della Sera del 24 dicembre 2005

Whitman nei suoi momenti più alti può reggere il paragone con Dante e Shakespeare» sostiene il critico letterario Harold Bloom: si tratta di un poeta che fa parte dei grandi classici della letteratura e, come tale, influenza anche gli scrittori contemporanei. «Giorni memorabili», l’ultimo romanzo di Michael Cunningham (pubblicato nel maggio di quest’anno negli Usa ed edito in Italia da Bompiani), è ispirato proprio a Whitman. Il premio Nobel per la Letteratura J. M. Coetzee ha pubblicato sul «The New York Review of Books» - sempre nel 2005 - un articolo sulla figura e il corpus poetico dello scrittore americano. La «Library of Congress» ha dedicato una mostra omaggio al poeta dal titolo «Rivedersi: Walt Whitman e Foglie d’erba ». Quest’anno in Gran Bretagna e negli Stati Uniti sono stati pubblicati numerosi saggi ed edizioni critiche sulla poesia di Whitman: tra questi, ricordiamo «Walt Whitman» di David S. Reynolds e «Transatlantic Connections: Whitman US, Whitman UK» di M. Wynn Thomas.

Centocinquant’anni sono passati da quando questo ragazzaccio scamiciato, col cappello da cowboy, fascinoso di un’ambigua bellezza, giornalista e tipografo, figlio di un falegname, detestato dai professori e adorato dai ragazzi del suo tempo, capace di abbracciare tutti e di lasciarsi abbracciare da tutti, ricco di un vibrante ritmo americano, diretto e sincero, capace di affrontare il problema della situazione del Nuovo mondo, ha pubblicato a sue spese un libretto piccolino chiamandolo Leaves of Grass (Foglie d’erba). Questo ragazzaccio, capace in una ventina di anni di diventare il poeta più importante della letteratura americana di tutti i tempi, quel suo po’ di educazione rudimentale l’ha ricevuta nei sei anni che ha frequentato la scuola pubblica, cominciando nel 1825 e finendo a undici anni, quando si è impiegato come fattorino in un ufficio di avvocati. A sedici va a New York cercando lavoro, ma come tipografo compositore, e trova la città invasa da immigranti irlandesi, che fanno scoppiare risse antiabolizioniste; la disoccupazione è molto diffusa e Whitman nel maggio 1836 fa ritorno in famiglia a Long Island. Nel maggio 1841 è di nuovo a New York e questa volta è il momento giusto: nel 1835 James Gordon Bennet ha dato vita al «New York Herald», un giornale politicamente indipendente e che può insultare chiunque. Così sono nati altri giornali indipendenti e nel 1841 Whitman si trova in mezzo a una guerra editoriale e accetta di lavorare negli uffici di Benjamin Parker, editore del quotidiano «Evening Signal» e del settimanale «New World». Qui Whitman impara le trappole del giornalismo e si interessa alla politica del Partito democratico al punto da parlare a un’adunata pubblica, tuttavia senza mai pensare di seguire la politica come una carriera: invece, continua a scrivere pubblicando tre racconti nella «United States Magazine» e nel «Democratic Review». Benjamin Parker pubblica le sue poesie nel «New World» e nel «Brother Jonathan», dando un’idea di come Whitman avrebbe trattato le sue poesie in Leaves of Grass . Nel febbraio 1842 Whitman annuncia una collaborazione sul «New York Mirror» diretto da Thomas Nichols, a marzo è già impiegato nel giornale e a meno di un anno dal suo arrivo a New York è nominato direttore. Nell’articolo di fondo Whitman presenta alcuni dei suoi temi che l’avrebbero reso famoso nel mondo: l’americanismo in letteratura e l’importanza del luogo comune e anche una serie di conferenze sui trascendentalisti della Nuova Inghilterra, come Ralph Waldo Emerson. Whitman è licenziato a metà maggio. A questo punto Benjamin Park lo assume di nuovo perché scriva per lui, Benjamin, un romanzo sulla trasparenza, includendolo nel suo movimento di riforma improvvisamente diventato popolare. Così il primo lavoro a sé stante di Whitman esce come supplemento del «New World» il 23 novembre 1842. Whitman lo scrive in fretta, introducendovi parti dei suoi racconti già pubblicati, e vende bene, più di ventimila copie. In vecchiaia non accetta questo libro, che però rappresenta bene le sue credenze sulla temperanza e rivela che non beveva alcol. Nel 1843 dirige «Statesman», nel 1844 il «New York Democrat» e intanto pubblica i suoi racconti tra i vari giornali del tempo. I suoi argomenti preferiti in quegli anni sono l’educazione (che è sempre stato il suo principale interesse), i consigli agli esordienti, la temperanza e le buone maniere, evitando la politica. Il 25 novembre 1945 pubblica un articolo sulla musica nel «Broadway Journal» con una presentazione del suo direttore Edgar Allan Poe. Il 26 febbraio 1846 il fondatore del «Brooklyn Daily Eagle» muore e dopo due settimane Whitman è chiamato a succedergli - in quella che è stata la sua esperienza giornalistica più lunga - con l’aiuto del proprietario del giornale che era Isaac Van Anden, democratico convinto che collabora con due «colonne» in ciascun numero quotidiano. I suoi argomenti sono eclettici e ora includono la politica. Whitman si trova a discutere l’abolizionismo denunciandone il fanatismo. Il 3 gennaio 1848 pubblica un articolo su «The Eagle» e il proprietario del giornale Van Anden alla fine del mese lo licenzia. Per quell’anno Whitman lavora poco, pubblica solo qualche poesia su qualche giornale: soprattutto va da solo sulle spiagge deserte di Coney Island, dove declama Omero e dove scrive su un notes delle idee per qualche poesia. Il 1850 e il 1855 sono per lui importanti, perché in quel periodo scrive e compone la prima edizione del suo «Foglie d’erba» e così crea una nuova epoca nella poesia di tutto il mondo. Le «Leaves of Grass» del 1855 sono stampate da due amici di Whitman, i fratelli Sam e Thomas, che lo lasciano assistere alla impaginazione. Le pagine sono novantacinque, di cui dieci riguardano la prefazione in prosa del libro. A pagina 27 il poeta si identifica come Walt Whitman, «disordinato e sensuale nella corporatura, più modesto che immodesto», e nel frontespizio c’è un’incisione di Whitman con indosso una camicia bianca aperta sul collo con la barba e il cappello, in posa comoda a fissare il lettore. Si erano stampate mille copie, non tutte rilegate subito e la maggior parte avvolte in un asciugamano e alcune, probabilmente da vendere a prezzo ridotto, avvolte nella carta. Il volume viene annunciato in svendita per due dollari. «Leaves of Grass» contiene dodici poesie senza titolo e dopo l’introduzione una serie col titolo applicato dopo la composizione: il «Songs of Myself». La prefazione di Whitman parla di letteratura americana, è anzi uno dei documenti più importanti in quella storia di nazionalismo letterario americano, come sottolinea la frase di Whitman: «Gli Americani di tutte le Nazioni, di tutti i tempi della Terra, hanno probabilmente la natura poetica più ricca di tutti». Il 5 luglio 1855 Ralph Waldo Emerson si rivolge al poeta - in una lettera deliziosa - con la frase che tutti gli americani conoscono a memoria: «I greet you at the beginning of a great career». Successivamente Whitman comincia senza esitare a fare una serie di nuove edizioni - la seconda nel 1856 a Brooklyn, la terza nel 1858 a Boston di quattrocentocinquantasei pagine con centoventitré poesie nuove, la quarta edizione a New York nel novembre 1867 - che lo conducono economicamente in miseria. Nel 1870 esce «Democratic Vista», che Allen Ginsberg coi suoi reading e il suo armonium ci ha fatto quasi imparare a memoria e capire che cos’è in realtà l’idea della democrazia americana. Nello stesso anno a Washington è la volta della quinta edizione, la sesta edizione arriva dopo che Whitman è colto (nel 1873) da una paralisi al lato sinistro. Nell’aprile 1881 il poeta si reca a Boston per una conferenza su Lincoln e lì gli dedicano per onorarlo un’edizione nuova di «Leaves of Grass»; però, il 4 marzo 1882 la città di Boston dichiara il libro di Whitman osceno e lo costringe a sostituire due poesie («A woman waits for me» e «Ode to a common prostitute»): Whitman chiama questa edizione «Author’s Edition». Nel marzo 1884 compra una casa a Camden e vi rimane fino alla fine: con l’inizio di giugno del 1888 ha un altro colpo e la sua situazione diventa grave. Nel 1888 viene pubblicata la cosiddetta ottava edizione e per il suo settantesimo compleanno gli regalano un’edizione tascabile del libro. Nel 1891 sceglie un mausoleo di cui è rimasta una minuscola capanna mezza sfasciata; alla fine dell’anno ha una ricaduta e gli si congestiona il polmone destro. Muore la sera del 26 marzo 1892. Viene sepolto quattro giorni dopo. Così cominciano le definizioni dei biografi: Whitman come hegeliano, come trascendentalista, come profeta del personalismo o del governo del mondo o del Cristo del nostro tempo, e chissà quante altre che ora non mi vengono in mente ma a me piace una definizione un po’ patetica, un po’ amorosa: «Whitman è il poeta americano, più genuinamente americano».

22 dicembre 2005

Astenetevi pure, ma poi non lamentatevi

Proibizione della musica "occidentale e decadente", restrizioni anche in campo cinematografico (proibiti i film "decadenti e stupidi").
Ahmadinejad procede come un rullo compressore (v. esperimento e Il Giornale).
Ben gli sta agli iraniani moderati e secolarizzati che non sono andati a votare (perché delusi dal "riformista" Kathami), regalando la vittoria ai fanatici.
L'astensionismo (che è sempre un male) può essere innocuo nei paesi di consolidata tradizione liberaldemocratica, mentre è un disastro in paesi come l'Iran.
E in Italia? Bah, ci devo pensare.

20 dicembre 2005

Qualità della vita: le statistiche dicono che ...

Il tempo passa, ma le ultime statistiche sulla qualità della vita non sono molto diverse dalle precedenti, e da quelle di due, tre, quattro, ecc., anni fa. Basta guardare quali sono le prime dieci e le ultime dieci province italiane:

Le prime 10 e le ultime 10
Sei anche quest anno le macro-aree indagate (Tenore di vita, Affari e lavoro, Servizi/Ambiente/Salute, Criminalità, Popolazione e Tempo libero) ciascuna delle quali articolata in sei parametri.
Le prime 10
1)Trieste; 2)Gorizia; 3)Belluno; 4)Ravenna Aosta Milano (pari merito); 7)Bologna; 8)Trento Bolzano (pari merito); 10)Reggio Emilia.
Le ultime 10
94)Catanzaro; 95)Lecce; 96)Bari; 97)Taranto; 98)Trapani; 99)Catania; 100)Foggia; 101)Palermo; 102)Agrigento; 103)Vibo Valentia.

Il resto dell'articolo del Corriere della Sera analizza e spiega i dettagli e i parametri della rilevazione.

18 dicembre 2005

Norm è il migliore

Una grande notizia: Norm ce l'ha fatta: è il miglior blog del Regno Unito. Congratulazioni al professor Geras! Mai premio è stato più meritato!

Tra De Gasperi e Dossetti un abisso

“La democrazia dei cristiani” secondo Pietro Scoppola fa arrabbiare Giuseppe Bedeschi, che tra De Gasperi e Dossetti vede un abisso, dal momento che il primo era “un liberale” e l’altro preferiva “l’utopia socialista”. Dunque, Scoppola deve dire da che parte sta, perché
“non si può corteggiare il diavolo e aspergersi d’acqua santa. Oppure - usando una metafora più laica - è illogico sostenere la bontà del modello americano e contemporaneamente coltivare utopie socialisteggianti”.
Oggi il Corriere della Sera pubblica un articolo di Giuseppe Bedeschi (che appare sull’ultimo numero della rivista Liberal) in cui appunto si parla del libro-intervista di Pietro Scoppola edito da Laterza. Chiaramente il libro è al centro del dibattito sul futuro “partito democratico”, e quindi è di strettissima attualità. Riproduco qui l’articolo, dichiarandomi senz’altro d’accordo con Tedeschi. Buona lettura.

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Un bel problema, la democrazia. Nel dopoguerra c’era chi, come De Gasperi, la intendeva liberale e filo-americana. E chi invece, in testa Dossetti, si proponeva di iniettarle forti dosi di giustizia sociale, per farla somigliare a una «società evangelica». Ma adesso dobbiamo fare i conti con una terza via, intermedia, che potremmo definire «alla Scoppola». Lo storico cattolico, nel suo ultimo saggio La democrazia dei cristiani , si sforza di trovare una sintesi che permetta di salvare sia le ragioni politiche di De Gasperi che quelle ideali di Dossetti. Qui, però, deve incassare l’altolà di un filosofo liberale come Giuseppe Bedeschi. Il quale, sull’ultimo numero della rivista liberal , lo invita senza cautele accademiche a chiarire da che parte si collochi. Perché - osserva - non si può corteggiare il diavolo e aspergersi d’acqua santa. Oppure - usando una metafora più laica - è illogico sostenere la bontà del modello americano e contemporaneamente coltivare utopie socialisteggianti. Bedeschi, in sostanza, invita polemicamente Scoppola a mettersi d’accordo con se stesso, anche per evitare che il vagheggiato partito democratico della sinistra di domani «nasca già vecchio, cioè carico delle contraddizioni ideologiche tipiche di una certo mondo culturale cattolico». Non che Bedeschi contesti a Scoppola errori di valutazione riguardo a De Gasperi. Riconosce che la scelta filo occidentale al tempo della guerra fredda, l’europeismo, l’idea di un partito cattolico anticomunista e alleato ai laici liberali, ne La democrazia dei cristiani sono messi in giusta evidenza. Il problema nasce dal fatto che subito dopo, tentando di conciliare l’inconciliabile, Scoppola esalta anche l’arcirivale di De Gasperi, il cripto-socialista Dossetti. Arrivando a nobilitarne la filosofia politica con queste parole: «In un certo senso Dossetti simbolizza la storia non realizzata, le potenzialità inespresse di un certo filone del cattolicesimo democratico. La sua rinuncia fu proficua proprio per questo: perché ha mantenuto viva nel mondo cattolico una tensione verso obiettivi più alti, più coerenti, più nobili». Ma come, commenta a questo punto Bedeschi, non era su Cronache sociali , la rivista dossettiana, che apparivano certi articoli a favore delle «democrazie popolari comuniste», favorevoli a «profondi rinnovamenti» sociali anche in Italia, guidati dalla classe operaia? Come ignorare un simile conflitto? «Lo è solo in apparenza», ribatte Pietro Scoppola, dal momento che Dossetti «ha soltanto prospettato un ideale di società elevato, per certi aspetti più coerente con il modello sociale cristiano». E poi - osserva - Bedeschi nel suo ragionamento trascura l’importanza del fattore tempo: «Una posizione annunciata cinquant’anni fa può maturare proprio oggi». Il che si può applicare anche ai modelli politici da adottare in Italia. «De Gasperi credeva nei partiti d’opinione, essenzialmente liberali, mentre Dossetti sosteneva l’idea che dovessero essere fortemente organizzati, comunque in grado di indicare la strada ai governi. Oggi l’idea di un nuovo partito democratico è lontana sia dal primo che dal secondo modello, tuttavia potrebbe conciliarli. Proprio così, quello che al tempo della guerra fredda era impensabile oggi si può riproporre. Il partito democratico è in grado di recuperare le due eredità e portarle a una sintesi». Il che, sottolinea un altro storico vicino a Scoppola, Francesco Traniello, corrisponde probabilmente a una tacita intesa stabilita fra gli stessi De Gasperi e Dossetti. E’ una tesi che apparirà nel saggio Religione cattolica e Stato nazionale , in uscita a gennaio per il Mulino. «I due avevano in mente democrazie diverse, e questo in fondo corrispondeva a una divisione naturale dei compiti. Da un lato la filosofia di Dossetti, che ha trovato il suo sigillo nella Costituzione, dall’altro quella di De Gasperi, che si è realizzata nell’azione concreta di governo». E questo è tutt’altro che un paradosso, secondo Traniello, «perché l’esercizio del potere è una cosa, i principi fondativi dello Stato tutt’altra. E dunque la tesi di Scoppola è giusta: De Gasperi non ha voluto cancellare il dossettismo, e in fondo i famosi "professorini" della sinistra gli hanno fatto comodo, consentendogli di mantenere un collegamento, uno scambio politico costante con l’area della sinistra». Per cui il mitico partito democratico ne uscirebbe salvo, anzi conciliatore degli opposti? Bedeschi non ci crede e commenta: «Se Scoppola ha ragione nel rivalutare Dossetti, allora tutta l’opera di De Gasperi è da gettare alle ortiche».
(Giuseppe Bedeschi, Corriere della Sera, 18 dicembre 2005)

12 dicembre 2005

Votate per il Professore!

Segnalo ai lettori di Foglie d'erba che Normblog è tra i finalisti di The Weblog Awards 2005, “best UK blog.” Si può votare fino al 15 dicembre, ogni giorno, una volta al giorno. Io ho già votato, fatelo anche voi!

09 dicembre 2005

Scuole di pensiero

Ci risiamo: in Iran c'è qualcuno che vuole la guerra ...
Intanto, piccoli Ahmadinejad crescono.

27 novembre 2005

Sul rapporto tra religioine e politica

Eolo Parodi, se non ricordo male, era il Presidente dell’Ordine dei Medici. Oggi è responsabile Sanità di Forza Italia e presidente Enpam. Ieri sul Giornale c’era un suo articolo che con la medicina non c’entra niente, visto che si occupa di scienza della politica, religione, Machiavelli, ecc., ma è ugualmente interessante. Non condivido molto, ad essere sincero (una visione molto poco, anzi, troppo poco “laica”), però ci sono dei passaggi che mi sembrano culturalmente stimolanti:

Il monito di Santa Caterina: «Molti sono che signoreggiano le città e le castella, e non signoreggiano loro: ma ogni signoria senza questa è miserabile e non dura» è purtroppo, nuovamente, attuale. La politica deve ritrovare la sua fonte di ispirazione primaria che è, e rimane, la visione cristiana della società, dell’uomo, dello Stato. La politica non ispirata dalla religiosità ma da quei principi e valori che fanno del cristianesimo un patrimonio unico e, nella sua forza rivoluzionaria, comune a tutti, credenti e non credenti. Gli stessi principi della Rivoluzione francese, «libertà, uguaglianza, fraternità» affondano nella tradizione cristiana. È il Cristianesimo che, valorizzando la dimensione dell’autocoscienza, ci porta al concetto di libertà ed è la concezione creazionistica che ci fa uguali e fratelli. È il Cristianesimo, afferma H. Bergson, «quello che può permettere una sintesi fra i tre termini» attraverso la solidarietà come momento di mediazione fra la libertà e l’uguaglianza che, nel loro sviluppo, tendono ad essere in posizione antitetica, favorendo la libertà, le diversità e le differenziazioni.La solidarietà, in una dimensione più ampia diventa fraternità, che, come già detto, implica il riconoscersi in un Padre comune. Un mio illustre concittadino, Giuseppe Mazzini, alle cui idee l’Italia e l’Europa intera debbono molto, e non certamente «uomo di Chiesa», riconosceva in un suo scritto, Dell’iniziativa rivoluzionaria in Europa (1834), che nella Dichiarazione dei diritti dell’89 erano stati riassunti i risultati dell’epoca cristiana, ponendo fuor d’ogni dubbio e innalzando a dogma politico, la libertà conquistata nella sfera dell’idea dal mondo greco-romano, l’eguaglianza conquistata dal mondo cristiano e la fratellanza, che è conseguenza immediata dei due termini.

Non credo che sia tutto da buttar via. Sinceramente, ci trovo spunti condivisibili anche da un punto di vista laico (non laicista, ovviamente). L'articolo contiene anche, come dicevo, un riferimento a Machiavelli che, a mio parere, denota una comprensione troppo ristretta e schematica del pensiero politico del Segretario fiorentino. Anche il riferimento agli Stati Uniti è un po' schematico e "a senso unico". Comunque merita di essere letto.

22 novembre 2005

Il problema di Whitman

«Il problema di Whitman, naturalmente, sono le idee; ne aveva, accade a tutti; ma oscuramente, a intermittenza, avvertiva che per un poeta non è una buona cosa avere delle idee».
Lo avrebbe detto, secondo Il Giornale, Giorgio Manganelli. Il giudizio vorrebbe essere caustico, ma a mio avviso non lo è. Un poeta non ha idee, è l'idea che ha il poeta. O meglio, il poeta è l'idea.

21 novembre 2005

Thank you, Norm

Foglie d’erba è un blog che riesco ad aggiornare con un minimo di regolarità soltanto a periodi. Me ne dispiace, ma di più non mi è possibile fare, e questo a causa di impegni lavorativi che mi danno raramente tregua. Ciononostante, oggi mi sono accorto che un blog di quelli che contano (e ad un livello stratosferico!) ha incluso Foglie d’erba nella lista dei suoi link. E’ una novità che non posso non segnalare, con grandissima gioia e soddisfazione, ai non troppo numerosi lettori e amici del blog. Ora in quella lista Foglie d’erba figura insieme a Wind Rose Hotel, che è un altro fantastico blog che mi linka ed è sicuramente il mio preferito tra quelli in italiano. Ed è grazie ai post che ho letto su WRH che ho fatto le mie scoperte più significative nella blogosfera, tra le quali quella del blog del Professor Norman Geras. Questo è un onore doppio, insomma.

Grazie Norm, grazie davvero. Thank you, Norm, thank you very much indeed.

20 novembre 2005

"Il futuro e la speranza dell'umanità"

"I bambini sono il futuro e la speranza dell'umanità e bisogna promuovere e consolidare una politica dell'infanzia". Lo ha scritto Ciampi, in occasione della Giornata dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, in un messaggio inviato alla presidente della Commissione parlamentare per l'Infanzia della Camera, Maria Burani Procaccini, che a quanto pare ha fatto un buon lavoro.

"I bambini sono il futuro e la speranza dell'umanità. Dobbiamo promuovere e consolidare una politica dell'infanzia capace di offrire una qualità migliore dei servizi anche attraverso il contributo prezioso dell'associazionismo e del volontariato. La Commissione Parlamentare per l'infanzia ha contribuito con un lavoro parlamentare attento e scrupoloso, condiviso da tutte le componenti politiche, a far crescere e consolidare - sottolinea il Capo dello Stato - la tutela, la protezione ed il benessere dei minori in Italia. Con sentimenti di vivo plauso e apprezzamento per il vostro costante impegno rivolgo a lei, gentile Presidente, agli illustri premiati, a tutti i componenti la Commissione un cordiale e partecipe augurio di buon lavoro."
(La Stampa di oggi)

Ovviamente sottoscrivo. Tra l'altro, la riconferma di Ciampi alla presidenza della Repubblica mi sembra un'ottima idea.

16 novembre 2005

Torture: indegne dell'America e di tutti i democratici

Essere pro-America non significa non essere in grado di capire che una posizione targata US è indifendibile. Ad esempio quella sulla tortura, argomento più che mai attuale (purtroppo). In questo post di Norman Geras c'è anche quello che pensa il sottoscritto.
Grazie a Rob di Wind Rose Hotel.

14 novembre 2005

Il branco

Ne hanno parlato vari giornai e telegiornali. Questo articolo di Elena Loewenthal su La Stampa di oggi mi sembra un commento interessante.

Non lascia copiare, picchiata dal branco

"A volte hanno fama arcigna. A volte fra le tante mansioni del loro mestierec'è anche quella dell’angelo custode, come è capitato alla bidella della scuolamedia «Enzo Vanoni» di Ardenno, in provincia di Sondrio, richiamata dalle urlaferoci e disperate di una bambina durante l’intervallo. Forte forse di tantaesperienza, forse soltanto di una buona sensibilità, la bidella ha capito chequelle grida non erano un normale chiasso da pausa lezioni. Tutt’altro: eranoinfatti calci e pugni di un'autentica aggressione. La vittima: undici anni. Ilmovente: non aver passato un compito. Lei per fortuna non ha lesioni néfratture. Come si dice in gergo, se la caverà. Ma proviamo a immaginare il suoritorno a scuola, fra qualche tempo. Con i compiti fatti. Perché proprio questaè la sua colpa: avere studiato la lezione. E’ l’ennesimo episodio di bullismo ascuola: più che l'impulso di commentare desta tristezza, certo. E poi l’età: inun’epoca in cui i tempi della vita si allungano quasi a vista d’occhio, certebrutte cose invece sembrano sempre più precoci. Come se si avesse fretta disfogarli, tali soprusi. Ma questo ennesimo episodio racconta una nota dolente inpiù, in rapporto ad altri casi di violenza in erba: è come se avesse undisvalore aggiunto. Che non è solo triste - o tragico: è anche moltopreoccupante. Questa bambina è infatti stata aggredita perché lei è una che sa.Una che evidentemente si era preparata, studiando. Da che mondo è mondo, ilfatto di sapere rappresenta un vantaggio. Ma qui, e in altri casi scolasticianaloghi, la conoscenza costituisce un difetto. Quanto meno, un fattore dirischio. Una specie di debolezza che è meglio tenere nascosta, per non doversubire conseguenze spiacevoli. Ed è così, purtroppo, non soltanto nella scuoladi Ardenno sotto gli occhi vigili di una bidella. E' un male comune (e per lopiù taciuto) nelle scuole di tutta Italia dove, in nome di una morale che certonon si sono inventati loro (e sulla quale dovremmo riflettere, magari dopo cheun profeta televisivo armato di rock dimostra davanti a milioni ditelespettatori di non sapere usare un dizionario d'italiano), i nostri ragazzipreferiscono fare la figura dei bulli piuttosto che quella dei secchioni, anchesolo alzando una mano per enunciare una risposta esatta. Quasi che la conoscenzafosse una vergogna. "

elena.loewenthal@lastampa.it

05 novembre 2005

Roma è con Israele

Sono appena tornato dagli Stati Uniti, dove la notizia, a quanto mi risulta, non è arrivata. Non capisco perché, visto che mi sembra piuttosto importante. La notizia è quella della manifestazione romana di protesta contro la sparata del presidente iraniano e in difesa del diritto di Israele ad esistere. Il commento di windrosehotel, che ha giustamente diffuso l'informazione anche in inglese (anche normblog lo ha fatto) è molto bello. Ma se sulla stampa anglo-americana tutto tace, in francese c'è questo articolo di Le Figaro.

Fa piacere tornare nel proprio Paese e scoprirlo capace di questi gesti.

19 ottobre 2005

Ora Prodi deve dire che cosa intende fare

Un articolo che mi è piaciuto, di quella persona di buon senso che è Franco Debenedetti. La conclusione è la parte dell'articolo che ho apprezzato di più...


La prospettiva è il partito democratico
di Franco Debenedetti
La Stampa del 19 ottobre 2005


Un successo così non l'aveva previsto nessuno. C'è dentro tutta la voglia di unità dell'elettorato di centro sinistra; e c'è la reazione al colpo di mano di Berlusconi sulla legge elettorale. Risulta accentuato il carattere singolare di queste primarie, lanciate da Prodi nel contesto del maggioritario dell'alternanza, ma le cui conseguenze opereranno in un contesto politico opposto, quello del proporzionale, di "questo" proporzionale che sembra fatto apposta per scardinare il bipolarismo. Perché aumenta il potere dei partiti, favorisce le piccole alleanze compatte rispetto alle più complicate ampie coalizioni, premiando di più chi supera gli avversari con un 30% che chi lo fa con il 50%. Perché non saranno neppure operanti, nella prossima legislatura, le clausole antiribaltone previste dalla nuova Costituzione. In caso di vittoria, è sperabile che si metta mano a questa legge: ma al maggioritario sono contrari, oltre che Rifondazione e i Verdi, parte della Margherita e del correntone Ds.

Il partito democratico, con il risultato di domenica, ritorna ad essere la prospettiva su cui scommettere. Il simbolo unico alle elezioni e il gruppo parlamentare unico dopo, appaiono di nuovo obbiettivi possibili. Ma la volontà di aggregazione non può eliminare la presenza di questa forza che agisce in direzione opposta, una legge elettorale che opera in senso disgregante e che continuerà a insidiare la compattezza iniziale. Il successo non deve far dimenticare la singolarità di una vittoria riportata in un gioco di cui nel frattempo sono state cambiate le regole: quelle di prima, neppure la dimensione del consenso varrà a ripristinarle.

Cambiate le regole, è cambiato il contesto politico e questo impone un cambiamento di strategia. Quale? Questa è la domanda cruciale da rivolgere al vincitore delle primarie. Per il vincitore delle elezioni, il problema resta quello di rimettere il Paese sulla strada della crescita. Ma introdurre riforme comporta vincere resistenze diverse e a volte opposte, quelle di chi ha poco e non ha fiducia di poterci guadagnare qualcosa, quelle di chi ha tanto e non vuole perdere nulla. Il compito sarebbe ancora più difficile se i partiti fossero indotti ad appoggiarsi a blocchi di interessi coalizzati, e ogni confraternita avesse il suo partito di riferimento.

Le strategie per selezionare le priorità, per bilanciare rischi e sicurezze, per scegliersi gli alleati, sono diverse se il contesto è quello del maggioritario o quello del proporzionale. Chi, come chi scrive, è entrato in politica con il maggioritario e si è impegnato a fondo quando c'è stata l'occasione di completarlo, vede lucidamente i rischi del proporzionale. Ma non per questo il destino del Paese è segnato e non c'è altro da fare che contenere i danni e assistere al declino.

Il successo conseguito domenica da Romano Prodi si colloca tra passato e futuro: deve dirci che cosa intende farne. Il profilo politico si definisce prima del voto e non a Governo fatto: questo vale sempre, vale ancora di più se, nel frattempo, sono cambiate le regole.

15 ottobre 2005

Pinter e il Nobel contestato

Sui blog che io leggo Harold Pinter non gode di buona stampa, se si può prendere a prestito un modo di dire improprio. Leibniz, Camillo e WRH hanno qualcosa da rimproverargli, e non si tratta di cose da poco. Giuda Maccablog spezza una lancia a suo favore e ha ragione anche lui. Io ho letto qualcosa di Pinter e non mi è dispiaciuto, anche se non è Shakespeare (e neanche Dario Fo, almeno a mio modestissimo parere). Forse, però, non è neanche Grazia Deledda, il cui Nobel ancora non cessa di stupire ...

30 settembre 2005

Casi clinici (gravi)


Il caso clinico senza precedenti, appena pubblicato sulla rivista scientifica internazionale «Cortex» dai neuro-psicologi Sara Mondini, dell’Università di Padova, e Carlo Semenza, dell’Università di Trieste, fornisce una prova biologica di quanto da tempo sociologi, psicologi sociali, politologi ed esperti di comunicazioni di massa avevano sospettato, cioè che il bombardamento ripetuto di certe immagini a mezzo stampa e televisione incide qualcosa di profondo e speciale nel nostro cervello. Detto in modo molto succinto, il caso di V. Z., casalinga italiana di 66 anni, testata ripetutamente da Mondini e Semenza per anni, mostra che una lesione cerebrale specifica può gravemente compromettere la nostra capacità di riconoscere oggetti in genere e volti umani in genere, ma non la capacità di riconoscere Silvio Berlusconi. E’ come se il volto del premier fosse stato inciso nel cervello in un suo canale particolare, in un formato speciale, diverso da quello ordinario degli oggetti e da quello pure ordinario, ma separato, dei volti.
(Corriere della sera)

Questa notizia si presta a svariate interpretazioni. Sarebbe interessante mettere a confronto quelle di Emilio Fede e di Marco Travaglio ...

21 settembre 2005

Otto e mezzo & Democratiya

Sono tornato ieri da uno dei miei viaggi di lavoro ed ho appena ricominciato a prendere contatto con le cose italiane. Vero che anche dall'estero leggevo i media italiani, soprattutto via web, ma ora tocco con mano il casino che c'è nel mio Paese. Per fortuna qualcosa di buono ancora c'è, ad esempio "8 e mezzo", che ieri ha ripreso le trasmissioni. Ottima come al solito, ma devo dire che WindRoseHotel ha ragione a commentare come ha commentato, in un bellissimo post. Condivido le osservazioni e l'ironia, come al solito tagliente. Anche il commento di Wittgenstein mi è piaciuto. Sempre su wrh ho trovato anche una segnalazione interessante: è nata una nuova rivista on-line, Democratiya.

24 luglio 2005

La guerra all'Occidente

Ma non si può certo dire che l'Unione Europea, nonostante gli attentati che già le piovono addosso, che provengono perfino da cittadini d'origine islamica imperfettamente integrati, si prepari a fronteggiare il pericolo in maniera consapevole e coordinata.

La vignetta è tratta da Il Giornale, la citazione sopra e l'articolo di Enzo Bettiza (qua sotto) da La Stampa. Non male entrambi.














La guerra all'Occidente, dichiarata dai fondamentalisti islamici con esplosioni suicide e intimidazioni via internet, sta aprendo in maniera organizzata e sistematica un secondo fronte di fuoco contro l'Europa. Mentre Londra, dopo il 7 luglio, vive ormai in un clima d'angosciata insicurezza che produce anche tragici errori, ecco che gli strateghi del terrore decidono di regalare una vacanza di sangue ai turisti dell'allegra e affollata città sul Mar Rosso. Non è la prima volta che i gruppi stragisti di Al Qaeda, che ebbero proprio nelle madrasse cairote i loro esaltati padri fondatori, colpiscono la capitale o qualche rinomata località dell'Egitto. In aprile tre europei erano stati uccisi e altri feriti in due attentati al Cairo. Nell'ottobre scorso era stata colpita Taba, al confine con Israele: 34 vittime, tra le quali due sorelle italiane. Nel 1997, nei pressi dei templi faraonici di Luxor, i militanti islamici uccisero 58 europei e quattro egiziani.
Ora, a Sharm el-Sheikh, paradiso estremo del Sinai per il quale ogni anno transitano 700 mila italiani, il conto fino adesso accertato delle vittime supera di molto quello di Londra. E' senz'altro il colpo più devastante inferto dai proseliti di Al Qaeda al turismo egiziano, prioritaria fonte di guadagno del Paese guidato con ondivaga moderazione dal presidente Mubarak; ma è, al tempo stesso, un ennesimo ferocissimo attacco simbolico oltreché fisico assestato ai viaggiatori occidentali, in particolare europei, che di Sharm el-Sheikh hanno fatto uno dei loro prediletti luoghi di riposo e di svago. Anche se lo scenario geografico della strage è mediorientale, il vero bersaglio politico e ideologico degli stragisti suicidi sembra essere, in un momento grave come questo, con l'Inghilterra ferita, l'Italia minacciata, la Danimarca intimidita, prevalentemente europeo. Quello che è appena avvenuto in questo angolo occidentalizzato del deserto egiziano è, con ogni probabilità, un frammento, un episodio ben calcolato, della mobile e imprevedibile guerra a singhiozzo iniziata dai terroristi l'anno scorso a Madrid e ora estesa o incombente su altre capitali del nostro continente.
Ma non si può certo dire che l'Unione Europea, nonostante gli attentati che già le piovono addosso, che provengono perfino da cittadini d'origine islamica imperfettamente integrati, si prepari a fronteggiare il pericolo in maniera consapevole e coordinata. La risposta alla minaccia non si muove, come dovrebbe muoversi, sulla scala di una più robusta integrazione comunitaria e continentale. Annaspa invece, come osserva Giuliano Amato, in maniera scoordinata, episodica, minimalistica, su smembrate scalette nazionali. La Francia, dopo aver bocciato la Costituzione europea, reagisce alle bombe su Londra rinchiudendosi ancor più nel proprio guscio esagonale e ristabilendo, contro gli accordi di Schengen, i controlli alle frontiere con gli Stati vicini. La Germania dal canto suo respinge la legge d'applicazione del mandato di arresto europeo, «incompatibile con le garanzie individuali», eliminando così un vitale strumento di coordinamento giuridico, su base comunitaria, nella lotta al terrorismo. Intanto la classe politica italiana, stretta fra le lungaggini della maggioranza e le titubanze dell'opposizione, vara con ritardo un pacchetto di misure antiterrorismo: ritardo che ha lasciato, per troppo tempo, nelle mani demagogiche di Bossi e della Lega il cordone della richiesta popolare di sicurezza.
Il problema odierno di un necessario equilibrio fra sicurezza e libertà si pone, comunque e con urgenza, non soltanto all'Italia ma all'Unione Europea nel suo complesso. In Inghilterra il sindaco londinese di sinistra, Livingstone, storico antagonista di Blair e critico della guerra in Iraq, ha stipulato un mezzo armistizio col leader del governo e del Labour affermando perfino, il giorno prima che la polizia ammettesse di aver ucciso un innocente, che l'uso della forza può diventare tragicamente fatale in una situazione d'emergenza caotica creata dalle «bombe che camminano». Da Londra in questi giorni ci giungono non solo lezioni di flemma: giungono pure, dalla più libera e tollerante società europea, indicazioni di un ponderato riequilibrio fra la sicurezza e la libertà della quale i terroristi si servono spesso per distruggere entrambe. Anche quando sbagliano, gli inglesi non si nascondono dietro un dito, ma con ammirevole implacabilità denunciano l'errore.

19 luglio 2005

Unite Against Terror

Da alcuni tra i principali blog britannici è partita l'idea della Dichiarazione di cui riporto l'inizio e la conclusione (nell'ottima traduzione in italiano che si deve a Wind Rose Hotel). Io l'ho appena firmata.

Gli attacchi terroristici contro i londinesi del 7 luglio hanno provocato la morte di almeno cinquantaquattro persone. Gli attentatori suicidi che il 12 luglio hanno colpito a Netanya, in Israele, hanno ucciso dodici persone, tra cui due ragazze di sedici anni. E il 13 luglio, in Iraq, attentatori suicidi hanno massacrato ventiquattro bambini. Noi siamo solidali con tutti questi sconosciuti, mano nella mano, da Londra a Netanya e a Baghdad: comunità unite contro il terrore.

...

Vi invitiamo a firmare questa Dichiarazione come un primo piccolo passo verso la costruzione di un movimento globale di cittadini contro il terrorismo.

03 giugno 2005

Referendum, l'arte dello spiazzamento

Francesco Rutelli come Fini, ovvero l’arte dello spiazzamento (degli avversari e della maggior parte degli “amici”). Mi domando quanto ci sia di sincero nelle posizioni di entrambi. Ecco cosa riporta il Corriere della Sera. Parla Rutelli:

«Io mi asterrò perchè è il modo politico più efficace per rigettare i quesiti. È la risposta giusta perchè chi vota no involontariamente aiuta chi vuole il sì e imbalsama la legislazione attuale delegittimando la possibilità di modificare la legge».

«Il non raggiungimento del quorum lascia la strada aperta a un miglioramento della legge, mentre il Sì farebbe un macello, producendo una legge inaccettabile. Questa legge non è perfetta, va migliorata. Ma per migliorarla è indispensabile verificarla e affinarla».

«L'estrema complessità del tema forza i promotori dei quesiti a delle semplificazioni sbagliate. Sciabolate e accettate, necessarie per arrivare a coinvolgere il grande pubblico, sono la negazione della complessità della materia e quindi l'astensione rappresenta un radicale rifiuto di questa impostazione. In secondo luogo, l'astensione è il modo politico più efficace per rigettare questa contesa. Chi vota No, involontariamente aiuta la battaglia del Sì».

«Tutti coloro che definiscono in modo aggressivo la scelta dell'astensione, in passato, almeno una volta, si sono politicamente astenuti su altri quesiti. È singolare che oggi chi in passato ha promosso l'astensione attiva, definisca furbesca, miserabile e ipocrita l'azione per l'astensione attiva su questi 4 referendum».


Praticamente posizioni "democristiane" in salsa ex-radicale e post-ulivista. Che casino!

13 maggio 2005

Regno Unito: chi sono i LibDem?

Su La Stampa di oggi si legge un interessante articolo di Richard Newbury che copio/incollo qui dato che è destinato a scomparire dal sito del giornale tra poche ore. Lascio anche la tuitolazione originale.


I LIBERALDEMOCRATICI DI KENNEDY SI ASPETTANO ORA LE AVANCES DEL PREMIER
LibDem, la sinistra dell’establishment

Chi sono i LibDem? Come tutti i partiti sono una coalizione, formata dalla fusione del Partito liberale e di quello socialdemocratico, nato nel 1981 da una scissione del Labour capeggiata da Roy Jenkins che lo vedeva sempre più orientato verso la democrazia socialista. Nel 1983 con il 25% dei voti (ma 25 seggi) quasi sorpassarono i laburisti che ottennero il 27% (ma 209 seggi). La questione è ora se i «vecchi» laburisti insoddisfatti che li hanno votati nel 2005 li riporteranno alla posizione dominante che avevano sotto Gladstone e Lloyd George o se toglieranno loro la base che da sempre li vota come noblesse oblige Un minimo sospetto di socialismo li getterebbe nelle braccia del Partito conservatore, per tradizione «liberale» e unificatore, che, se tornasse alla propria vocazione sotto una diversa dirigenza, potrebbe aspettarli suadente al varco. Specie se la sinistra laburista cercherà di formare un governo «settario» e classista. Il Nuovo Labour creato da Brown e Blair (che entrarono in Parlamento nel 1983, quando il partito toccò il suo punto più basso) era riuscito a riconquistare dai conservatori gli operai qualificati «rubati» dalla Thatcher nel 1979 e che nel 1997 eran divenuti un neo-ceto medio. Anche gli elettori liberali di ceto medio-alto non esitarono ad affidare il loro voto a livello nazionale a un Nuovo Labour che si presentava come «figlio del liberalismo».Se il «progetto» New Labour non si unì allo scisma socialdemocratico fu per tenersi i 200 seggi solidamente operai e fedelmente laburisti. Però rubò gli abiti ai LibDem e programmò una convergenza con essi. Roy Jenkins era il mentore di Blair. Anzi tutti i suoi eroi- Gladstone, Lloyd Georgem Keynes e Beveridge- erano tutto liberali. Secondo Jenkins liberali e laburisti non hanno mai avuto meno del 55% dei voti ma, divisi, avevano regalato il 70% del XX secolo ai conservatori. Nel '97 Blair non credeva che avrebbe ottenuto una maggioranza neppure di 66 seggi (quella che ha oggi) e il suo progetto per evirare la sinistra era di formare un governo LibLab con l'allora leader liberale Paddy Ashdown come ministro degli Esteri. La sua stravittoria lo rese politicamente impossibile e il piano B fu di conquistare il centro spingendo i LibDem a sinistra e i conservatori verso la destra insensata. Però coinvolse i LibDem nella devoluzione di Scozia e Galles dove sono al governo e dove (grazie ai sussidi inglesi) hanno realizzato gran parte del programma elettorale 2005, dall'abolizione delle tasse universitarie all'assistenza gratuita per gli anziani. Blairismo e Brownismo significano che tutti i partiti hanno accettato un'ampia spesa pubblica in servizi, però orientati dal mercato e vasti tagli a vantaggio dell'efficienza, contro i burocrati. Brown ne ha già licenziati 100.000 mentre i tory puntavano a farne fuori altri e volevano nei prossimi 6 anni un aumento della spesa inferiore solo dell'1%. La chiusura della Rover ha avuto un effetto minimo sui risultati di Birmingham. Se sono partiti 29.000 posti, ne sono stati creati 189.000. Questo clima politico è l'eredità di Blair. I LibDem piacciono agli studenti (i futuri professionisti della benestante middle class) e ai professionisti attuali nel campo giuridico, contrari alle carte d'identità e agli arresti domiciliari di sospetti terroristi, e soprattutto nell'amministrazione, i media e l'istruzione. Insomma è il partito dell'Independent, il Guardian e la BBC. Il fatto di voler alzare le tasse dal 40 al 50% per chi superi il reddito annuale di 50.000 sterline lorde li fa sentire generosi con il pubblico. Però in realtà trasformandole in università gratuita di fatto aboliscono il costo dell'istruzione dei propri figli. Un tassa locale sul reddito, anziché la Council Tax sul valore della casa, avvantaggia questo tipo di ceti medi una volta pensionati. In più assistenza gratuita agli anziani significherebbe non sperperare la propria eredità in case di riposo e cure per i propri genitori. I LibDem sono responsabili nei confronti dell'ambiente e sono stati i primi a introdurre raccolta differenziata e riciclaggio. Sono il partito del principe Carlo e dell'arcivescovo di Canterbury (anche se in quanto Lords nessuno dei due può votare o sostenere pubblicamente un partito). Sono il partito delle amministrazioni locali e infatti, mentre hanno sottratto Sheffield e Newcastle ai laburisti, hanno in mano più consigli comunali e contee dei conservatori. La base del loro potere sta negli enti locali e nel parlamento europeo e sono l'unico partito inequivocabilmente pro Europa.In ogni caso questa volta a livello nazionale non hanno trasferito il loro voto tatticamente ai laburisti e hanno trovato i conservatori troppo estremi. Il tema dell'immigrazione ha mobilitato la base conservatrice ma ha respinto le conversioni. I LibDem erano l'unico partito anti guerra. Non erano però anti US, bensì pro UN. Il partito del libero scambio ha sempre creduto che ovunque la gente sia «ragionevole». Non è un partito anti guerra tout court - Lloyd George vinse la I Guerra mondiale, Gladstone contro la vittoriosa guerra afgana di Disraeli vinse nel 1880 ma sei mesi dopo invase l'Egitto (abbandonato nel 1954). Blair nelle sue prime quattro guerre (Iraq nel '98, Serbia nel '99, Sierra Leone 200, Kosovo 2001) indossò il manto gladstoiano delle guerre moralmente giustificabili. E' ovvio che a Kennedy opporsi all'invasione dell'Iraq non è costato niente visto che tanto non si sarebbe mai recato a Washington come primo ministro. In ogni caso nell'insieme il partito degli alti funzionari statali e della Bbc giudicò questa guerra contraria agli interessi della Gran Bretagna in quanto potenza commerciale globale con grossi scambi e interessi nel mondo mussulmano.I LibDem sono il partito dell'Establishment. Sono sempre stati un'élite di mandarini che discretamente manovravano dietro le quinte. Nel 1906 ebbero una vittoria gigantesca e Lloyd George e Churchill introdussero il Welfare State dietro consiglio di Beveridge ed evirarono la camera dei Lord . Era la middle class al potere con l'appoggio della working class. Lloyd George vinse la guerra ma distrusse il proprio partito e il Labour, l'ala poltica delle Trade Unions gli sottrasse il voto operaio. Solo ora i liberali hanno riconquistato il numero di seggi che avevano nel 1923. Questo flusso di voti laburisti 2005 non distruggerà lo splendido isolamento LibDem visto che Blair li corteggerà nuovamente contro la propria sinistra e non esiterà a rubar loro i vestiti. Come ha detto il 6 maggio: «Non mi sono fatto queste quattro settimane d'inferno per andarmene tranquillamente al diavolo tra qualche mese!».

12 maggio 2005

Malinconie

Sono stato all'estero per qualche giorno, per l'esattezza a Parigi. Mi capita spesso, per lavoro. Tra una settimana sarò negli Stati Uniti. Ogni volta che torno in Italia non posso fare a meno di notare quanto siamo ancora lontani dagli standard dei principali paesi occidentali. Tempo fa ero in Polonia, a Varsavia, non in Svezia o in Danimarca (vado spesso anche da quelle parti), e ho visitato un grande ospedale. Non so se dappertutto sia così, ma quello che ho visto mi ha lasciato stupefatto: in positivo. Non nascondo una certa malinconia. Non parlerò di un paio di esperienze del sistema sanitario americano, della rapidità con la quale ti trovi in mano diagnosi e cura, e con una spesa tutto sommato modica. E le medicine le trovi al supermercato, mica devi impazzire per trovare una farmacia. Però noi abbiamo una grande cucina, ottimi vini ...

01 maggio 2005

Sistemi elettorali

Sarò testardo, ma continuo a ritenere che Giovanni Sartori abbia ragione:

"Il nostro problema è che abbiamo costruito un bipolarismo demenziale fondato, dicevo, su coalizioni millepiedi. E dunque il nostro problema è di arrivare—visto che siamo in democrazia—a coalizioni di governo omogenee di due-tre partiti. Come si fa?

(...) a Berlusconi continua a sfuggire che è proprio il maggioritario secco che moltiplica e frantuma il nostro sistema partitico, e quindi ancora sfugge quale sia il vero cancro del sistema che vorrebbe curare. E poi non è vero che i partiti minori siano costretti a distinguersi per via della proporzionale. Lo farebbero comunque facendo valere la propria identità «differenziante» in sede di governo."

28 aprile 2005

Una disfatta politica e intellettuale

Mentre la campagna elettorale nel Regno Unito vive la fase più combattuta, sul Guardian un certo Richard Gott, estremista di sinistra, "pacifista" e ovviamente anti-Blair, sferra un attacco micidiale nei confronti del Premier, accusandolo di ogni nefandezza possibile e immaginabile. Un attacco che definire vergognoso è troppo poco, al quale tuttavia Norman Geras risponde per le rime. Ed è veramente una ran bella risposta. (Via Wind Rose Hotel)

27 aprile 2005

Ferguson su America ed Europa

"E Dio separò gli Stati Uniti e l’Europa", di Niall Ferguson. Sul Corriere della sera di ieri ("documenti"). Una lettura da non perdere. Anche il documento di oggi a occhio e croce (devo ancora leggerlo!) è interessante: "Basta un no e la Francia esce dalla storia d’Europa" , dell' accademico di Francia Jean d’Ormesson.

Tsunami a lieto fine

Un inglese del Gloucestershire, ritrova vive la moglie e la figlia di 2 anni che credeva morte nello tsunami in Thailandia. La bimba e la madre si erano salvate ed erano state accolte da una famiglia del luogo. Però la donna aveva perso la memoria. (Corriere della sera)

20 aprile 2005

Berlusconi-bis?

Berrlusconi ha deciso di dimettersi. Ha ragione Wind Rose Hotel a richiamare l'ottimo artricolo di Barbara Spinelli sulla "sindrome del supermercato", perché a questo punto con il Berlusconi-bis che si prospetta è proprio dove dice la signora che si va a parare. Ai pochissimi visitatori di questo blog (giustamente) raccomando la lettura dell'articolone succitato.

19 aprile 2005

Ci sarà ancora ...

Mentre la crisi di governo segue il suo corso, sono qui che mi domando se alle prossime elezioni politiche ci sarà ancora un centro-destra contro un centro-sinistra. Ma poi mi sorprendo a pensare che la cosa, alla fin fine, non è che mi riguardi più di tanto, visto che avevo già deciso di non votare. Mi dispiace soltanto di non potre votare per eleggere il prossimo papa: quella è una cosa seria.

14 aprile 2005

I vantaggi del proporzionale

Riprendo il discorso iniziato su Wind Rose Hotel sul sistema elettorale. Anch’io condivido l’ipotesi di Giovanni Sartori (Corriere della Sera di domenica scorsa) per risolvere i problemi dell’Italia dal punto di vista delle coalizioni, che sono entrambe piuttosto disastrate a causa del maggioritario: il sistema tedesco. Pernso di rendere un servizio a chi vuole approfondire l’argomento dando alcuni link (si riferiscono a testi di Sartori e a dibattiti sulla stampa tra lo stesso sartori e altri politologi ed esponenti politici.

Ricordo inoltre che un’alternativa al sistema tedesco potrebbe essere il “doppio turno di collegio”, che era originariamente l'ipotesi prediletta di Sartori, poi messa da parte un po’ a malincuore. Quest’ultima ipotesi era quella che poi fu adottata da Massimo D'Alema quando era segretario dei Ds. Traggo da La Repubblica questa sintesi:

Lo scontro della seconda tornata rimane all'interno dei singoli collegi senza allargarsi sul piano nazionale. Il Parlamento viene eletto con un sistema maggioritario a doppio turno, in cui il numero dei parlamentari equivale a quello dei collegi. Vince al primo turno il candidato che ottiene il 51 per cento dei voti. Se non lo ottiene nessuno, si torna a votare per i quattro partiti che hanno conquistato il maggior numero di voti oppure (proposta D'Alema) per tutti quelli che hanno superato la soglia del sette per cento. Tra i partiti che hanno diritto ad andare al ballottaggio, alcuni possono decidere di rinunciare e invitare il loro elettorato a votare per il candidato politicamente più vicino. I partiti che "desistono" hanno diritto a dividersi un premio, che consiste nel recupero proporzionale del 10-15 per cento dei seggi.


Ed ora ecco i link:

Interventi di Sartori, Panebianco, Passigli, Chiarante. Inizio 99;
Sartori sul Corriere della Sera del 14 dicembre 2002;
Una riflessione di Giovanni Sartori del febbraio 2003;
La posizione di Società Aperta (favorevole al modello tedesco).

13 aprile 2005

A proposito di violenza e croci uncinate negli stadi

"Occorre guardare in faccia questa realtà, soprattutto quando ci interessa da vicino. Si può così scoprire che essa ha molte facce: quella del tifoso che è diventato violento perché ha trasformato in fanatismo il vecchio spirito campanilista; quella del tifoso prezzolato per influenzare con la violenza le scelte societarie; quella del tifoso politicizzato e, infine, quella di chi tifoso non è ma si mescola agli sportivi solo per praticare la violenza come strumento di lotta politica, colpendo a man salva poliziotti e carabinieri. Contro un fenomeno così complesso non esiste una risposta che da sola possa risultare efficace. Ognuno dia quella che gli spetta: per quanto mi riguarda, ho voluto che non ci fossero dubbi sulla risposta del Ministro dell'Interno. "

Giuseppe Pisanu (ministro dell'Interno)

Tratto dalla lettera del ministro al Corriere della Sera (13 aprile). Mi sembra un' impostazione ragionevole.

11 aprile 2005

Dimissioni

Berlusconi ha risposto picche a chi gli chiedeva, dentro la maggioranza, di andare a votare subito. Il centrosinistra è stato prudente: a parte i soliti sproloquiatori, del tipo di Pecoraro Scanio, si sono ben guardati dallo spingere in quella direzione, visto che sanno bene che chi provoca elezioni anticipate è di solito punito dagli elettori. Quindi ci sarà un anno da dimenticare, con un governo diviso su tutto e in balia di un'infinità di ricatti, e un'opposizione unita soltanto dalla voglia di tornare al potere e di mandare a casa Berlusconi. Ci si può dimettere, almeno temporaneamente, da cittadini italiani?

05 aprile 2005

Centrosinistra vincente

Adesso che hanno vinto nel segno di Bertinotti (quanto meno in Puglia, che è il risultato più clamoroso) ai riformisti non resta che incartarsela. Fino a quando l'Unione non perderà malamente un'elezione (non è un augurio, è solo un'ipotesi!) dopo essersi sfasciata sulla politica estera, le danze nel centrosinistra le guiderà Fausto. Altro che Fassino.

04 aprile 2005

Giovanni Paolo II e gli ebrei

Un giornale israeliano racconta il rapporto tra Karol Wojtyla e gli ebrei e cita un paio di episodi. Grazie a Wind Rose Hotel e a Normblog.

Fuori programma

Barbara Spinelli, su La Stampa ha scritto una delle cose più interessanti sul pontefice appena scomparso, pur occupandosi del film "Sine die". Si potrebbe obiettare qualcosa su uno o due punti, ma mi sembra che l'articolo sia degno di attenzione. Ne riporto un pezzo:

Da dove gli viene questa forza speciale? Proprio vedendo Sine die, sembra di vederne la chiave. La chiave è forse nel suo continuo dire parole e scegliere gesti fuori programma, fuori dalle regole. È il suo dire e muoversi che parla direttamente alle varie nazioni e alle varie religioni, come se tutti già fossimo al punto in cui il tempio non è visibile, perché ormai è in ciascun uomo. Queste parole e questi gesti fuori norma sono ricorrenti in Giovanni Paolo II, il film ce lo fa vedere molto bene. C’è una scena stupefacente in cui il Papa si sente talmente in sintonia con i giovani del nostro tempo e con le loro abitudini e le loro musiche rock che per più di due minuti canticchia e geme di gioia, come in dialogo di suoni che solo tra loro è comprensibile, sotto lo sguardo un po’ stupito degli accompagnatori (ci sono spesso momenti in cui si rivolge ai giovani con un sorriso specialmente amico, alzando appena la mano, levandole tutte e due come in una danza). E poi alla fine dell’incontro al Madison Square Garden, a New York, alla fine dell’happening (lui stesso lo chiama: «Un momento carismatico») annuncia per metà soddisfatto per metà complice: «We shall destroy the program» - Distruggeremo il programma, le regole fisse.

03 aprile 2005

Karol

E così è andato. Quanto ho ammirato Karol Wojtyla! Cattolici e non cattolici si sono inchinati, protestanti, ebrei, musulmani, e chissà quante altre religiosità. Oggi sarà un inseguirsi di articoli, editoriali, testimonianze. Finora il più leggibile tra i commentatori mi è parso Vittorio Messori. Sui blog che ho visto qualcuno ha avuto la sensibilità di non scrivere niente, o almeno lo strettissimo necessario, altri si sono "lanciati" (alcuni, con modalità piuttosto discutibili), e hanno esibito scarsa dimestichezza con gli argomenti che toccavano. Quello che resta, ad ogni modo, è la forza della Chiesa, quella polacca in particolar modo, che ha saputo produrre un simile uomo. Ora bisogna assolutamente che il Padre Eterno ce ne mandi se non proprio un altro come lui, almeno uno che non lo faccia rimpiangere amaramente.

26 marzo 2005

Perché un blog?

Perché un blog? Domanda nuova e geniale, complimenti. Però è un argomento che posso permettermi di sviluppare qui, tanto nessuno lo lo legge questo blog appena nato. Non ho informato gli amici, non l'ho fatto sapere nemmeno ai blog che visito più assiduamente, cioè chi diavolo lo deve sapere che c'è? Ma va bene così, che mi faccio un po' le ossa.
Tornando al punto: perché? Perché mi costringe ad annotare qualche pensiero, senza che vadano dispersi. Finora ho scritto commenti su altri blog, con vari nickname, ma è uno spreco. Il problema è che non ho mica tanto estro per scrivere in modo continuatrivo, e tenere un blog senza aggiornarlo non ha molto senso. Oggi sul Corriere della Sera parlavano di blog dei politici, che Prodi ha chiuso il suo (un solo post in qualche settimana!), che quello di Bassolino è buono e c'ha i commenti senza filtro, che Rutelli vuole aprire il suo. Ma i politici non sono tipi da blog: perché il blog è sincero oppure non è, mentre un politico è un bugiardo oppure non è. A CHI LA VANNO A RACCONTARE? Vadano piuttosto a lavorare, a darsi da fare invece di chiacchierare.
Non so se riuscirò a tener fede all'impegno, però qualcosa di utile qua potrebbe esserci anche senza aggiornare tutti i santi giorni.
Vedremo. Ma fortunatamente ci sono blog seri, come quelli che linko a destra. Magari è gente che ha più tempo di me, o più costanza, oppure sono gente più seria. Però ci sono. Devo ancora aggiungerne parecchi, soprattutto esteri. Sono eccezionali, scritti da gente che fa sul serio. Belli certi blog, che ti fanno capire che una persona qualsiasi può avere idee e saperle esprimere meglio del columnist di turno. Poi ce n'è per così di blogger narcisisti che si sentono ispirati e invece sono di una noia mortale, scritti male, con idee-fotocopia, allineati a qualche capotribù che è scemo quanto e più di loro, ma una volta che li hai sgamati smetti di andarci, nessun problema.
Forse un blog può semplicemente contenere dei link ad altri blog, a post interessanti anche se non li hai scritti tu, a siti veramente ottimi. In fondo sei tu che li scegli, quindi ci sei tu in quelle scelte.
Parlare a ruota libera è la vocazione di questo blog, tirar fuori. Sarà così mi sa. Ora devo andare.

Peccato

Peccato, la bimba non era lei.

25 marzo 2005

Denise

Denise ritrovata? Sembrerebbe! E per un blog appena aperto si può immaginare un post più ottimistico e fiducioso di questo?

Si comincia

Ci siamo. Mai avuto un blog prima d'ora. Visitati, parecchi. Voglia di averne uno, solo da qualche settimana. Tempo per scrivere, pochissimo. Chiaro che "Foglie d'erba" è la raccolta poetica che preferisco. Evidente che questo è soltanto un post di prova. A chi dovesse passare di qui, ciao.