06 dicembre 2006

Il realismo di Benedetto XVI

Il rapporto Occidente-Islam, l'approccio di George W. Bush e quello di Benedetto XVI messi a confronto (e chi ne esce meglio è il papa). Tutto in un articolo di Jeff Israely scritto per Time Magazine e ripubblicato in traduzione italiana sul Foglio:

Benedetto realismo
Ecco perché l’ultimo grande realista
non è il B. che si trova a Washington,
ma il B. che si trova inVaticano


Paragonare la diplomazia vaticana a quella di qualsiasi altra nazione laica è un’operazione rischiosa. Paragonare l’odierno stato della chiesa con gli Stati Uniti, la superpotenza politica e militare del XXI secolo, è senza dubbio sconsigliabile. E, naturalmente, paragonare il presidente George W. Bush a Papa Benedetto XVI è pura follia. Ciononostante, quando ci sono troppe domande e troppe poche risposte per i nostri tempi incerti, quando l’America di Bush sembra avere esaurito la propria leadership nella risposta occidentale al terrorismo islamico e la chiesa di Benedetto è scesa in campo, quando la posta in gioco è altissima, viene la tentazione di cercare qualche ispirazione sul terreno scivoloso di una analogia così dissacrante. Quindi, chiedendo in anticipo il perdono di coloro che conoscono a fondo la situazione sia sulle rive del Tevere che su quelle del Potomac, ecco un articolo già macchiato prima ancora di cominciare. Questo esercizio d’analisi comincia con l’11-12 settembre 2006. Ripensandoci, possiamo dire che l’anniversario dei cinque anni del giorno che ha cambiato il mondo è stato in effetti il funerale del metodo Bush per la lotta al terrorismo. Quel giorno il presidente ha cercato di fare la stessa cosa che aveva fatto in occasione dei precedenti anniversari, ossia ricordare al mondo la minaccia mortale sferrata da al Qaida con l’attentato alle due torri e difendere la validità delle sue scelte di politica estera. Per la prima volta, però, nessuno ha dato credito alle sue parole, visto che l’Iraq è sempre più fuori controllo e persino i sostenitori del presidente si domandano se la politica americana in Iraq non serva ad altro che a nutrire il nemico. Meno di due mesi dopo l’anniversario, i repubblicani hanno perso la maggioranza nel Congresso, facendo crollare l’ambiziosa e rigida visione di Bush per ridisegnare la mappa del medio oriente con la forza militare.

L’Iraq di Bush, la Ratisbona di Ratzinger
Il giorno dell’anniversario, Papa Benedetto XVI, in visita nella sua città natale di Mark am Inn, non ha detto nulla sull’11 settembre. Se lo è tenuto per il giorno dopo. In un sol colpo, con il suo discorso di Ratisbona, il pontefice romano ha preso il posto del presidente americano quale figura controversa all’avanguardia occidentale dello scontro di civiltà. Dopo cinque anni, il Papa è stato il primo leader mondiale a dire chiaramente che le fonti del terrorismo islamico possono essere rintracciate all’interno dello stesso islam. L’ironia sta nel fatto che Bush ha sempre ripetuto che “l’islam è una religione di pace”, ma allo stesso tempo ha scatenato una guerra che la maggior parte del mondo musulmano considera come una crociata contro la loro religione. Benedetto, invece, ha messo in discussione le stesse radici di questa fede e la sua attuale battaglia interna con la violenza, ma, allo stesso tempo, ha proposto la pace come punto di partenza politico. Qui, naturalmente, l’argomentazione diventa fragile. Sappiamo che il papa è un leader senza esercito e con l’obbligo di predicare un vangelo di salvezza spirituale, mentre il primo compito del presidente è quello di garantire la sicurezza dei propri cittadini. Ciò che, tuttavia, appare paragonabile è la portata globale delle loro azioni e la loro necessità di rispondere agli eventi. Entrambi gli uomini hanno idee molto chiare, grandi ambizioni e, senza dubbio, la consapevolezza della propria responsabilità. La giustezza dell’idea originale – invadere l’Iraq o invece decidere di usare forti argomenti teologici per parlare di islam e violenza – è soltanto il punto di partenza. Ogni leader, ogni nazione e ogni chiesa deve dare una veste concreta alle proprie decisioni politiche in un mondo fluido e imprevedibile. Forse più che per l’idea dell’invasione (che gode di ampi consensi tra gli americani), Bush sarà ricordato per la rigidità con la quale ha condotto la guerra, fino al punto da sembrare non più in contatto con la realtà. Da un certo momento in poi è sembrato inutile, tanto per gli alleati quanto per i nemici, stare ad ascoltare ciò che diceva. Le immagini televisive dei massacri di Baghdad parlavano da sole. Dopo il discorso di Ratisbona, invece, Benedetto ha dato prove planetarie di un solido e immediato realismo. Senza dubbio, è più difficile ritirare un esercito che andare a visitare una moschea; ma, per quanto riguarda i rapporti diplomatici, la più grande bugia è che la flessibilità sia un segno di debolezza. E nel caso di Benedetto, ha offerto la possibilità – quando sarà il momento propizio – di riprendere la discussione, avviata a Ratisbona, sulle radici religiose della violenza e dell’oppressione. Se il Papa non riesce a riprendere questa discussione sarà l’equivalente di una fuga dalla battaglia. Se invece ci riesce, la diplomazia vaticana potrebbe dimostrarsi molto più potente di innumerevoli eserciti. (traduzione di Aldo Piccato)

Nessun commento: